L’Argentina è la squadra dei suprematisti bianchi

L’8 dicembre il “Washington Post” ha consentito a una storica afroamericana di lanciare un’anatema sulla nazionale di calcio argentina in base all’argomento che, non annoverando atleti di colore, in ultima analisi essa non sarebbe rappresentativa del proprio Paese.

L’editoriale Why doesn’t Argentina have more Black players in the World Cup? è a malapena commentabile e non vale nemmeno i due minuti spesi a leggerlo, tuttavia bisogna ugualmente mantenere alta l’attenzione su sparate del genere da parte dei media mainstream e dei centri di influenza internazionali per evitare che abbiano ripercussioni a livello non solo politico e culturale, ma anche legislativo, sulle singole nazioni. In particolare considerando che nel 2026 gli Stati Uniti ospiteranno parte dei prossimi Mondiali di calcio e vorranno probabilmente imporre qualche assurdo diktat basato (lato sensu) sul politicamente corretto.

Per quanto mi riguarda, posso dire senza falsa umiltà di conoscere approfonditamente la società argentina e la storia di questa incredibile nazione. Tuttavia, voler ribattere alle accuse di tale Erika Denise Edwards a livello storico, culturale e sociale sarebbe un modo per “nobilitarle”, non so se capite. Dunque mi limiterò ad analizzare brevemente le contraddizioni interne alla sua tesi, delle quali anche chi non sa nemmeno collocare Buenos Aires su una cartina geografica può comunque rendersi conto.

In primis, la Edwards ha sostenuto che i neri in Argentina rappresentano oltre l’1% della popolazione, affermazione che il Washington Post stesso ha dovuto subito rettificare a fronte di una percentuale di circa 150.000 persone di colore su oltre 45 milioni di abitanti. Se almeno la matematica non è un’opinione, siamo a 0,33%: ma il pallottoliere non serve in ogni caso a nulla, perché la storica non esplicita mai quale sia esattamente la sua idea di blackness.

Ed ecco la prima contraddizione: la Edwards afferma che l’Argentina sia un Paese multietnico non rappresentato dalla sua nazionale ma al contempo sostiene che i neri sono pochissimi e quelli che potrebbero essere “neri” sono cooptati in una sorta di meccanismo culturale che li renderebbe “bianchi onorari”.

In secondo luogo, l’esperta di “questioni razziali” afferma che gli argentini “nasconderebbero” la propria popolazione nera diluendola in categorie come criollo, morocho, pardo e trigueño (ah, i professoroni liberal che vogliono far vedere di aver imparato due parole in un’altra lingua, che bella storia americana). Cerchiamo di rendere chiare le sue opacissime argomentazioni: siccome gli argentini non vogliono riconoscere di essere una società multietnica, avrebbero inventato una serie di categorie razziali per negare a se stessi di essere negri, e in più avrebbero inventato una serie di “miti” atti a giustificare la mancanza di negri nella loro società. Per esempio, l’utilizzo dei neri nelle guerre civili come “carne da cannone” (la Edwards però sostiene che essi siano scappati per non combattere – sì ma se ne sono andati oppure no?) o l’esagerazione dell’incidenza della febbre gialla del XIX secolo sulle comunità nere (mica era il covid, lol).

Vabbè, avete capito: mi scuso con i lettori per averli portati a un livello così basso. Questa signora non sa nulla di storia argentina e quel poco che sa lo distorce attraverso le sue categorie ideologiche, che peraltro sono assolutamente inconsistenti. Ecco forse il nucleo del problema: se per la Edwards la “bianchezza” è una categoria sociale con cui gli argentini hanno voluto creare un paradigma storico-culturale per irreggimentare una società culturamente non omogenea, allora perché noi non potremmo chiederle di chiarire finalmente la sua idea di blackness e offrire un modello antropologico di riferimento?

Questo è il punto: il modello non c’è, perché è solo caos, post-modernismo, piagnistei, vittimismo e terzomondismo. Infatti è lei stessa, in chiusura di pezzo, ad ammettere che i neri che dovrebbero essere rappresentati dalla nazionale sono quelli giunti nel Paese sudamericano tra gli anni ’90 e gli anni 2000: e non a caso porta come esempio virtuoso la Germania

Dopo tale esibizione di arroganza e ciarlataneria, mi concedo di vestire i panni dell’espertone anch’io e provo a fare un discorso totalmente sganciato dalle scempiaggini proferite dalla maestrina dalla penna woke (che scomoda persino il sacro nome di Maradona ridotto a “traditore” della razza, ma vafammocc a mammt).

Nella società argentina non esiste alcun modello di “bianchezza” atto a  distorcere i rapporti sociali: cara Miss Edwards, l’Argentina non è la vostra America del cazzo, mi spiace. Esiste semmai un codice di acriollamento che ha permesso alle diverse etnie di costruire una nazione prospera e vivace sotto tutti i punti di vista.

Gli italiani sono stati protagonisti di tale progetto, se pensiamo che al giorno d’oggi (le statistiche sono di qualche anno fa ma ancora valide) nel Paese esistono 174.000 cittadini di origine siciliana, 160.000 di origine calabrese, 80.000 di origine friulana, 66.000 di origine piemontese, 62.000 di origine veneta, 57.000 di origine campana, 56.000 di origine marchigiana e 50.000 di origine ligure.

Tutta questa variopinta italianità a cavallo tra il XIX e il XX secolo contribuì a fondare il tessuto economico della nazione: gli italiani di tutte le regioni si presentarono come muratori, calzolai, sarti, imbianchini, panettieri, fabbri e falegnami (e anche cacciatori e pescatori, che smerciavano i frutti delle loro imprese come ambulanti). Il noto giornalista Luigi Barzini (1874-1947) scriveva agli inizi del Novecento che gli italiani erano le “api operaie di quel grande alveare” che stava diventando l’Argentina. All’epoca era piuttosto diffuso l’interesse per la numerosa comunità d’oltreoceano, tanto che persino l’ineffabile Luigi Einaudi dedicò a essa un libro (Un principe mercante, 1900).

Dico tutto questo perché se proprio dobbiamo fare i professorini interseziosticazzali, allora non possiamo fare a meno di sottolineare quanto l’italianità come categoria sociale in Argentina sia molto più vincolante della whiteness: ricordo Giuseppe Parisi, autore del classico (non datato) Storia degli italiani nell’Argentina (1907) che considerava tutte le altre etnie barbare e assimilabili ai “selvaggi” indios rispetto agli italiani: in particolare il professore disprezzava gli imperialisti spagnoli, che nel Paese mandavano solo nobili diseredati e burocrati sfaccendanti, i quali mai avrebbero messo piede fuori dalla città. Furono gli italiani, cioè quelle persone riunite sotto il paradigma di “italianità”, che resero il deserto fecondo, “grazie all’impronta geniale della loro nazionalità” (badate che sto citando a memoria).

A tal proposito, la storica Edwards a un certo punto afferma che “in the 1850s, the political philosopher and diplomat Juan Bautista Alberdi, who was perhaps best known for his saying ‘to govern is to populate,’ promoted White European immigration to the country”. Yoooooooooooo, n-parola, wait a minute. A parte che avrebbe potuto citare in lingua originale il motto GOBERNAR ES POPULAR, che non appartiene solo all’Alberdi ma a un’intera classe dirigente che appunto mandò gli italiani IN QUANTO TALI a colonizzare il deserto in virtù delle loro “virtù razziali di laboriosità e intelligenza” (cito ancora a memoria il dottor Ariosto Licurzi, che scriveva queste parole in tempi ormai sospetti, cioè nell’immediato dopoguerra).

Quello che particolarmente contesto alla Edwards è l’idea che tutto ciò che abbia a che fare con la laboriosità debba essere ridotto a un’idea astratta di “Europa” o addirittura al “suprematismo bianco”. Ricordo a tal proposito il bardo nazionale José Hernández, autore del poema epico Martín Fierro, che lungi dal voler dare una connotazione razziale all’immigrazione, si limitava semplicemente ad affermare (nel suo giornale “El Río de la Plata”) che chi volesse sopravvivere in Argentina doveva arrivare laggiù possedendo un capitale ed essere in grado di “tracciare le fondamenta del proprio focolare”, “aprire la terra e seminarla”, nonché dare alla propria prole una casa, una istruzione e una educazione (“istruzione” ed “educazione” sono due concetti differenti per noi veri latini, mentre gli stupidi americani le agglomerano nell’etichetta di EGIUCHESCION, come se chi ha imparato due stronzate su un Paese a caso sia esentato dallo sputacchiare e pisciare per strada).

In conclusione, ci stiamo riducendo a trogloditi del pensiero per una ridda di barbari che non conosco nemmeno le basi della civiltà. Volevo dire solo questo.

PS: Stasera c’è Argentina-Croazia ma non tifo necessariamente per la prima perché alla fine anche i croati sono odiati dai media internazionali in quanto bianchi, razzisti, nazionalisti ecc… L’importante è che non vinca il Marocco (nella misura in cui questa squadra serve a tale cricca globale per promuovere valori contrari all’umanità, perché per il resto il nazionalismo arabo-africano mi va benissimo come qualsiasi altro disvalore anti-moderno).

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