Con il lockdown le nostre esistenze sono diventate uno spin-off del Processo Pacciani

Quando una d-parola ti dice “Mi manca tanto viaggiare”

Giorgio Agamben, l’ultimo filosofo non ghei in Italia (il che è tutto dire) in uno dei suoi j’accuse che sembrano un pezzo dei Death Grips (pensate a uno cresciuto a Missing Foundation e Cop Shoot Cop che deve usare certi plebeissimi termini di paragone per farsi capire dai normie) scriveva in tempi non sospetti (Marzo 2020, ora in A che punto siamo?, Quodlibet naturalmente):

“Dovremmo chiederci se è giusto salire nuovamente su aerei che ci condurranno per le vacanze in luoghi remoti e se non sia forse più urgente imparare nuovamente ad abitare i luoghi in cui viviamo, a guardarli con occhi più attenti. Perché noi abbiamo perso la capacità di abitare. Abbiamo accettato che le nostre città e i nostri borghi fossero trasformati in parchi di divertimento per i turisti, e ora che l’epidemia ha fatto scomparire i turisti e le città che avevano rinunciato a ogni altra forma di vita sono ridotte a non-luoghi spettrali, dobbiamo capire che era una scelta sbagliata, come quasi tutte le scelte che la religione del denaro e la cecità degli amministratori ci hanno suggerito di fare”.

Ora, l’argomento è controverso perché per chi vive in un cesso di periferia (non parlo di quei paesini incantati dei quali voi fighette vi lamentate perché “la gente è cattiva”, ma di quartieri dormitorio invasi da baresi, napoletani e nutrie) “abitare i luoghi in cui vive” significa diventare Pietro Pacciani. No, non nei panni del Mostro (morto innocente, ricordiamolo), ma del puttaniere incestuoso e violento che “abita i suoi luoghi” come un selvaggio signore (riguardo alla questione dell’incesto, l’illustre firma de La Nazione Mario Del Gamba all’epoca scoprì con sommo sbigottimento che nel Mugello la pratica era così diffusa da rappresentare una sorta di rito di passaggio).

“Abitare i luoghi”, a parte Pacciani e il giro di guardoni con tecniche di spionaggio stile Mossad (piazzavano microspie sotto le auto delle coppiette, lol), mi riporta alla mente il verbo infrattarsi: “nascondersi tra le fratte, occultarsi, imboscarsi”. Una cosa che tutto sommato si può fare solo nelle regioni più disagiate del Bel Paese (per casualità le stesse da cui provengono le mie follower). Per inciso, non si capisce che senso abbia prendersi una waifu afro-balcanica quando abbiamo ancora le abruzzesi, le friulane, le umbre, le venete e, per l’appunto, le toscane.

Vabbè, senza figa un posto non si “abita” e questo è dove volevamo andare a parare. Se uno è scapolo, o scapolo “onorario” (cioè ha sposato una donna brutta per pressione sociale), per “abitare” il suo luogo finisce a scolarsi cocktail di antigelo e Tavernello nonché andare con le peggio puttane del quartiere. L’unica alternativa alle troie e al Tavernello sarebbe la morte.

L’invito ad “Abitare i luoghi”, espressa coi toni dell’ingiunzione, rievoca pure il tragico caso di uno studente ventunenne di Abbiategrasso annegato in un tombino (sempre di Abbiategrasso) mentre cercava di recuperare le chiavi della macchina. In quella occasione (era il 2017) il Corriere della Sera pubblicò un intervento dello “scrittore e architetto italiano” (Wikipedia) Gianni Biondillo che -tolte le piddinate- è probabilmente l’unica cosa decente apparsa sul quotidiano milanese da trent’anni a questa parte (La tragedia della morte assurda di Luca nel tombino, 11 marzo 2017):

[…] Il giovane universitario, come hanno dimostrato le telecamere di sicurezza di una abitazione privata, aveva semplicemente perso le chiavi della macchina in un tombino. È morto cercando di recuperarle, affogato in una pozza di neppure quaranta centimetri d’acqua. Una morte assurda, kafkiana.
Ripenso a quando, bambino, camminavo sulle grate dei marciapiedi con sospetto, lo stesso che aveva il mio cane che le evitava, timoroso di camminarci sopra. Era la vertigine del vuoto, il mistero di un mondo ctonio, incomprensibile, che pulsava sotto i nostri piedi.

La cultura europea occidentale è una cultura solidamente urbana. Vede nella città la promessa di un luogo sicuro. Nel Medioevo era la natura a spaventarci. Doveva essere continuamente addomesticata oppure tenuta fuori dallo sguardo. Era il luogo del selvaggio, dell’irrazionale. […] Le nostre relazioni sociali, il nostro orizzonte di sogni e speranze, hanno come fondale il paesaggio urbano, non quello naturale.
[…] Con l’industrialesimo esplodono le metropoli dove l’anonimato, la varietà, la complessità diventano norma. […] La città non è più un luogo razionale, protetto, sicuro, dove ci si conosce tutti, ma un posto dove si rivive la sensazione del (sic) wilderness. Terra selvaggia, oscura, misteriosa. Un luogo che per quanto pieno di gente ci fa sentire soli, di una solitudine non geografica, come in campagna, ma relazionale, colma di estranei.
Più abbiamo cercato di razionalizzare il caos, di difenderci da lui alzando muri, proteggendoci, e più il caos è tornato a trovarci. Viviamo l’incubo dell’ordine, dell’igiene: tonnellate di spazzatura scompaiono quasi magicamente sotto i nostri occhi senza quasi uscire di casa. Eppure tutti sappiamo che i rubinetti dai quali sgorga l’acqua, gli scarichi che serpeggiano nei muri, non scompaiono nel nulla, ma riappaiono nelle viscere dei nostri condomini, delle nostre città. Quello che consumiamo, gli scarti che si dileguano alla vista, ritornano sotto i nostri piedi. Tutta questa immensa rimozione, non solo materiale, incombe nel nostro profondo. Si pensi alle leggende urbane che popolano le fogne delle nostre metropoli: orde di ratti, di coccodrilli albini, di mostri indicibili.
[…]
I camini, nelle fiabe, sono canali di contatto con le creature celesti. Da lì Babbo Natale porta i suoi doni. Poi ci sono le fogne. I tombini, le grate, le bocche di lupo, gli interstizi degli ascensori, le trombe delle scale, le cantine. Sono come fratture nella continuità razionale del mondo. Sono crepe che ci fanno intuire il profondo, il ctonio, il demoniaco. Ci mettono di fronte alla nostra fragilità, all’impossibilità di governare il caos, di prevedere il destino. Il quale, crudele e indifferente, è capace di farci morire per un errore, una distrazione, una leggerezza, in modo grottesco e perciò ancor più tragico. Così è morto Luca. E per questo lo sento ancor più fratello.

L’apice della “capacità di abitare” sembra proprio quello di annegare nei tombini. Oppure riempire buste con peli di fica e ritrovarsi con tutti i guardoni di Scandicci alla Taverna del Diavolo per un briefing sulle migliori marche di registratori con cui inventariare gli orgasmi delle coppiette. Alcuni luoghi, semplicemente, non si possono abitare, nemmeno con la fibra ottica, le Acli, il calcetto e qualche troupe di Mediaset che fa capolino per il solito fattaccio di cronaca.

La quotidianità della provincia, tra le altre cose, ha distrutto molte relazioni invece di rafforzarle: il lockdown ha indirettamente causato il crollo dei matrimoni e il raddoppio dei divorzi. Le d-parola non sopportano un uomo che sia “tutto loro”, la cui esistenza sia come un libro aperto: a un certo punto iniziano a vedere un maschio senza i suoi rituali segreti come uno di quei parenti che non vorrebbero incontrare nemmeno a Natale. Ma in fin dei conti è impossibile creare “misteri” nei quartieri dormitorio senza diventare compagni di merende.

L’unica alternativa resta, sfortunatamente quella, di “salire nuovamente su aerei che ci condurranno per le vacanze in luoghi remoti”, ad onta di Agamben che per un attimo ha cercato di salvare capra e cavoli con un tocco di ruralismo illichiano. Come scrive il critico Ernesto Ferrero a proposito del docteur Destouches:

Il gesto céliniano per eccellenza è la partenza, l’eterna insoddisfazione, l’abbandonare situazioni consolidate per mettersi in gioco, per sfidare il destino, per cercare nel fondo della notte altre ragioni di conoscenza e di sofferenza”.

Non è corretto che esclusivamente alle d-parola sia consentito apprezzare le virtù del viaggiare. In fondo il loro conformismo le porterebbe ad adattarsi a qualsiasi società, anche la più invivibile. L’uomo, il Padre, è invece colui che non si conforma a una Legge, ma la fonda (o rifonda). Se la provincia ci sta stretta, non è soltanto perché il nostro desiderio è entrato in contrasto con questa Waste Land, ma perché nel momento in cui diventa un ostacolo alla nostra realizzazione, non possiamo semplicemente “metterci il cuore in pace” (il nostro abenteuerliche Herz!). La vita ci chiama a sverginare l’intera terra fino a trovare un luogo da chiamare Casa. No, non la “Casa dell’essere” (Silete theologi), ma Casa punto e basta, una zolla in cui “l’inviolabilità del domicilio si fonda sul capofamiglia che, attorniato dai suoi figli, si presenta sulla porta brandendo la scure”.

3 commenti su “Con il lockdown le nostre esistenze sono diventate uno spin-off del Processo Pacciani

  1. Splendida riflessione. Voglio aggiungere un mio spunto: per vivere in un posto che valga la pena “abitare”, ci vogliono i soldi. Qualora si vivesse in un postaccio, ci si può sempre sfogare nei viaggi, ma anche lì ci vogliono i soldi. Pure per la terza opzione, diventare un “selvaggio signore” in qualche squallida periferia, ci vogliono i soldi: le puttane vanno pagate, e se si va in giro a tirare schiaffoni e a fare i gradassi, prima o poi bisognerà pagare anche un avvocato.
    Inoltre Pacciani era sposato, ma è diventato comunque quello che è diventato, quindi va bene aspirare alla figa ma non attribuiamole proprietà taumaturgiche. (In ogni modo ritengo che si diventi ciò che si è).
    Abitando in periferia, voglio comunque affermare quanto sia importante avere degli amici: le merende vanno fatte in compagnia, e a volte può andare bene farle con una donna, ma a volte è meglio farle tra uomini (no homo).
    Confesso io stesso la mia paura verso le grate (si veda i due caduti nel parcheggio del centro commerciale), gli ascensori pubblici, e la messa a terra dei lampioni (pure questi hanno fatto danni), ma non verso ciò che è “ctonio”. Probabilmente starò diventando un cultista di Cthulhu, ma il sapere che nel sottosuolo ci siano tunnel di servizio, metropolitane, canali interrati e quant’altro mi fa sentire che anche lì sotto c’è “vita”. Che bello sapere che c’è un canale interrato che scorre sotto tutto il mio quartiere: l’acqua scorre allegramente, giorno e notte, portando con se rifiuti e putridume, ma almeno c’è una qualche forza che anima il sottosuolo. Forza che non sento in mezzo alle masse che fanno aperitivi, sgomitano per prendere l’ultimo telefonino scontato del 15%, o vanno a fare foto (sempre col telefonino, ovvio) all’ultima installazione “artistica” commissionata dal comune all’ennesimo “street-artist” conformista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.