I ragazzi della fiamma (Antonio Carioti)

Antonio Carioti,
I ragazzi della Fiamma.
I giovani neofascisti  e il progetto della grande destra 1952-1958
,
(Mursia, Milano, 2011)

Dopo il discusso volume su Gli orfani di Salò, dedicato al “sessantotto nero” dei militanti neofascisti nell’immediato dopoguerra, lo storico e giornalista Antonio Carioti dà alle stampe l’ideale seguito di quella storia: I ragazzi della Fiamma, volume che racconta l’intensa esperienza, racchiusa in un pugno d’anni, del compromesso tra l’idea di una “Grande Destra” conservatrice e le avanguardie giovanili missine, identificate col nomignolo “Figli del sole”.
Dal 1952 al 1958 la destra italiana visse un dissidio costante, che la caratterizzò durante il fascismo e oltre, tra la politica del “Movimento” (Bewegung) e quella di “Regime”, come stigma di una lotta ai limiti del paradossale, che per anni impedì ai giovani missini di uscire dal ghetto delle ideologie.
Tuttavia i Ragazzi della Fiamma furono protagonisti di una storia che a buon diritto può definirsi “italiana”, dove la dottrina fascista, al di là di nostalgie e ricatti morali, rappresentò la colonna portante di caratteri e ideali.
Lo stile di Carioti, rigorosissimo dal punto di vista documentale, offre al lettore una cronaca avvincente, che coinvolge dalla prima all’ultima pagina: un fatto ormai sempre più raro, soprattutto per un saggio storiografico.
È come se nell’anima della destra esistesse un’ispirazione talmente profonda, una sorta di “religione dell’eroismo” (per parafrasare Giano Accame) capace di influenzare anche lo storico meno appassionato ai trascorsi personali dei singoli protagonisti di un’epoca.
Agli albori del Movimento Sociale Italiano ci fu proprio questo: uno scontro appassionato tra personalità colossali, rappresentate da reduci, preti, lavoratori, filosofi, militanti, poeti e giornalisti.

 Concordie e discordie

Carioti raccoglie le preziose testimonianze di quei giovani che vissero i momenti cruciali della politica nazionale, dalla rivendicazione di Trieste alla solidarietà con gli eroi ungheresi del ‘56. Tuttavia molti di loro, nonostante l’avventurosa militanza da rivendicare, ammettono onestamente il rimpianto per non aver raccolto tutte le forze attorno al progetto della “Grande Destra” di Arturo Michelini (1909-1969). L’idea era quella di influenzare concretamente la Democrazia Cristiana attraverso un’alleanza strategica con l’Azione Cattolica di Luigi Gedda e il Partito Monarchico, senza ovviamente ripudiare la propria identità.
Il compianto Enzo Erra, col senno di poi, esprime un severo giudizio sulle sue dimissione dal MSI (avvenute nel 1958): «Noi dovevamo coalizzare tutte le destre per spingere la DC dalla nostra parte. In caso contrario saremmo finiti in un vicolo cieco. Purtroppo non avevo torto: la DC si inchinò a sinistra e da allora per trent’anni il MSI venne messo ai margini […]. La mia diagnosi era esatta. Dove sbagliai clamorosamente fu a pensare che, sulla base di questo ragionamento, si potesse uscire dal MSI e fondare un altro partito. Fu l’errore politico più grave della mia vita».
Il distacco progressivo tra Michelini e la “base” dei giovani iniziò nel momento in cui la dirigenza del partito smise di tollerarne le intemperanze. In precedenza, i “raggruppamenti” di studenti e lavoratori ricevettero maggior indulgenza (anche da un punto di vista finanziario), poiché quei ragazzi erano quasi tutti reduci della Repubblica Sociale, e dunque ritenuti in grado di gestire più responsabilmente la propria autonomia.
Quando tuttavia Michelini chiamò a raccolta i “figli del sole”, per avversare la componente più “sinistra” del MSI (quella che si opponeva prepotentemente all’idea di un fronte unico dei conservatori, reso saldo dalla crociata contro il bolscevismo), il gioco degli equilibri sembrò funzionare alla perfezione, da Erra a Rauti, da Romualdi a Nicosia.
Una volta che l’immobilismo si impossessò del partito, e l’infinita diatriba sulla dirigenza impedì di cogliere le occasioni al momento giusto, anche i giovani più favorevoli alla “linea” di Michelini si trovarono sopraffatti dal caos e contagiati dallo spirito di scissione. Tra le defezioni più significative, ci furono quella dello stessa Erra (che andò a fondare un effimero Movimento Nazionale Italiano) e dell’impetuoso Pino Rauti, che trasformò Ordine Nuovo in un partito fieramente anti-comunista e anti-capitalista, conservando le proprie ossessioni per un paganesimo in salsa evoliana e per una forma di ghibellinismo radical-tradizionalista.

Il complesso del tradimento

Afferma Gaetano Rasi: «[Noi del MSI] eravamo come vaccinati contro ogni scissionismo, perché su di noi pesava il complesso del tradimento legato ai ricordi del 25 luglio. [La solidarietà del nostro ambiente] era un marchio della nostra cultura».
Ancora oggi possiamo domandarci: perché la dirigenza non seppe sfruttare, anche cinicamente, questo “complesso” delle giovani file del Partito, e arruolarle in una Grande Destra, magari anche modellata sull’esempio del gollismo?
Le risposte sono tante: forse, manco proprio il cinismo. Se è vera (come è vera) la celebre tesi di Paul Serant, ovvero che ogni fascismo è un po’ romantico e ogni romanticismo è un po’ fascista, allora non è del tutto impensabile l’ipotesi di una dirigenza impossibilitata a tradire l’ideale per qualche rendita di posizione.
Questo i giovani non lo capirono del tutto: molti videro in Michelini un traditore dei valori, un rappresentante di forti interessi economici, un “guelfo” reazionario, un “tattico” dalla visione miope. Ma ancora una volta Enzo Erra gli rende l’onore delle armi, ricordando come il segretario non volle sottoporsi al ricatto dell’antifascismo, che già l’ala sinistra della DC metteva in atto per qualche poltrona. Una condotta che sembra trovare l’approvazione dello stesso Antonio Carioti, quando ricorda che «finché rimase fascista il MSI non poteva contare nell’arena politica, ma quando ha smesso di essere fascista non si è capito più che cos’era. E il tentativo compiuto da Gianfranco Fini per chiarirlo non poteva che determinare le fratture irrimediabili a cui abbiamo assistito».
Una nota che rende la lettura del libro più attuale di quanto non si pensi.

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