Fotostoria di una giornata all’Expo

Alcuni padiglioni che ho potuto apprezzare a Expo 2015 con una breve descrizione e qualche foto. Tutto qua.

Le Pavillon 
(Francia)

Riconosciamo ai francesi di aver organizzato uno dei migliori padiglioni dell’Expo, non tanto per la qualità o la scenografia, quanto perché in tema con lo scopo della manifestazione: “nutrire il pianeta”. I francesi lo hanno fatto in maniera trionfalistica e surreale, tanto da far credere che se le condizioni politiche lo avessero consentito, non sarebbe stato incredibile imbattersi all’ingresso in una gigantografia di Depardieu che falcia il grano assieme a Lukashenko (a proposito, un plauso anche al padiglione della Bielorussia, vedi più sotto):

Il padiglione francese, «una via di mezzo tra una cattedale e un mercato» (così il “Corriere”) sembra proprio un monumento al corps politique de Gérard Depardieu di cui parla Richard Millet. Ad accogliere i visitatori, un orto pantagruelico che fa risorgere allergie dimenticate e un maxischermo “pedagogico” stile vertoviano che ci ricorda i danni dei modelli alimentari imposti dagli yankee. All’interno pentole e stivali e pesci appesi al soffitto, televisori che trasmettono ricette tradizionali ed esposizioni di farine biologiche e acqua Evian.
La Francia vuole nutrire 10 miliardi di persone entro il 2050 con cibo francese piacevole e salutare. Pur di portare a termine questo compito è disposta a cambiare radicalmente il proprio modello di sviluppo: emblematico di tale tendenza è la commistione tra natura ammaestrata e tecnologia sorpassata. Le vecchie industrie si conciliano con l’arcadia in un nuovo tourisme industriel, mentre la televisione si impone come media imperante nei secoli dei secoli: per chi muore di fame poi ci sarà sempre una baguette e una bottiglietta di Evian. Quello francese è in realtà il padiglione meno utopistico di tutta l’esibizione e per certi versi è consolante sapere che a gestire la decrescita europea saranno tipi come Hollande e non Pol Pot.
Il sapore celeste del ferro
(Türkmenistan)

Padiglione del Türkmenistan: il “Corriere” lo descrive come «un viaggio nell’Unione Sovietica degli anni ’80, senza muoversi da Rho». A me invece è sembrato una esposizione allegra e variopinta delle glorie nazionali: i tappeti, i cavalli, la marina militare, gli oleodotti e il presidente Gurbanguly Berdimuhamedow (rappresentato dalla gigantografia all’ingresso). Ho apprezzato anche il bilinguismo dei commessi (russo e turco) e il fascino del Türkmençe, l’idioma nazionale che solo di recente ha assunto l’alfabeto latino su ispirazione della Turchia. L’unica pecca è che tra tutti i libri in esposizione, tra cui un manuale di matematica con la foto del Presidente e il Türkmenistanyň Deňiz we derýa ulaglary döwlet gullugy (“Servizio nazionale di trasporto marittimo e fluviale del Türkmenistan”), mancava una copia del Ruhnama, il “libro dell’anima” scritto da Saparmyrat Nyýazow che tutti i lavoratori statali devono dimostrare di conoscere. Si tratta di uno strumento indispensabile alla formazione morale e intellettuale dei giovani turkmeni. Com’è possibile?

Per concludere, una nota di colore, la leggendaria jurta dei nomadi delle steppe (che sono riuscito a fotografare solo di sfuggita sia per l’affollamento che per un guasto improvviso della fotocamera): purtroppo è stata collocata sul terrazzo, in balia dei commenti pirla dei soliti milanesi ariosi. In questo caso sarebbe stata necessaria una maggior sorveglianza contro la dissacrazione (che per fortuna si è mantenuta solo a livello verbale, dato che comunque qui siamo tutte persone civili).

Questi sono i miei gioielli
(Yemen)

I regali dello Yemen al mondo: caffè e miele. Ma anche stoffe, il cui eroico commercio non si ferma neppure ora che il Paese è in guerra. La bassa qualità delle immagini è causata dall’emozione per lo spettacolo di luci, suoni, voci e manichini:

Timor-Leste, nossa Nação
(Timor Est)
Padiglione di Timor Est a #Expo2015. Una sola parola: CAPOLAVORO.

Birra e vino
(Libano)

Non un granché il padiglione del Libano, dava più l’idea di un chioschetto. In vendita anche birra e vino, la mitica Almaza, che in realtà è sciacquatura di piatti, ma per premiare l’impegno ne ho bevute un paio), e poi i pregiatissimi e leggendari Château Ksara (compagnia fondata nel 1857 dai gesuiti) ai quali non mi sono neanche avvicinato per il prezzo esorbitante (prima o poi riparerò). Apprezzabile il piccolo omaggio a Khalil Gibran, che per l’occasione diventa Gebran: «Se il Libano non fosse stato il mio Paese, avrei voluto comunque che lo fosse».

Cose bielorusse
(Bielorussia, già)

Una citazione la merita anche il padiglione bielorusso, nonostante l’accoglienza non sia stata delle migliori: mi ero preparato qualche parola, ma l’addetta alle pubbliche relazioni ha risposto al mio “Iak spravi?” con una specie di singulto (“Prashom”) e poi… si è voltata! Mi avrà scambiato per un provocatore russo? Io sono un ragazzo semplice, dunque avrei potuto benissimo dedurre da questo atteggiamento che la Bielorussa è una landa fredda e inospitale; invece ho preferito crederci ancora e alla fine il volto sorridente di Lukashenko mi ha rassicurato.

 

Crna Goro!
(Montenegro)

Padiglione piccolo ma accogliente come questo meraviglioso Paese.

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