Lo spazio della tuttologia

Negli ultimi tempi ho iniziato a specializzarmi in tuttologia: si tratta di una branca del sapere indispensabile per chi vuole sopravvivere al lungo periodo di instabilità che l’avvento dell’internet ha provocato nella noosfera (detta anche intelletto agente).

Il problema principale posto dalla tuttologia è che essa, come prevedibile, pretende i suoi spazi. Dove collocare le vecchie enciclopedie, i numeri di “Aggiornamenti sociali” dal 1991 al 2005, le guide dietetiche in italiano e spagnolo di Demis Roussos, gli Adelphi, i libri inutili, i dizionari di filippino ed estone…?

Esistono box e cantine ricolme di roba che nessuno riuscirà mai a leggere, non solo per la mancanza del tempo, ma anche a causa un’altra difficoltà posta dalla tuttologia quale l’esigenza di un luogo in cui studiare intensamente, senza distrazioni né rumori e odori molesti. Non è un caso che le bacheche di Amazon siano piene di consigli su quale sia la cuffia isolante più comoda o le migliori marche di tappi per le orecchie. Persino l’indispensabile “WikiHow” offre suggerimenti su Come Concentrarsi Quando c’è Rumore, dei quali purtroppo l’unico davvero praticabile si rivela essere questo:

Grazie ma per far ciò servono innanzitutto le risorse. Una soluzione potrebbe essere l’attuazione degli ambiziosi programmi dell’ONU riguardanti l’adequate housing. In particolare in Italia la situazione appare decisamente ostica perché mancano gli immensi spazi abitativi caratteristici del sogno americano. Per esempio, di recente ho provato ad adibire uno studio di tuttologia in garage, ma il freddo, il rumore, l’illuminazione scarsa, i gas di scarico e la silicosi si sono rivelati un enorme ostacolo al perseguimento della conoscenza.

Ben diverso sarebbe il discorso se, alla pari del giornalista americano Joshua Foer (colui che nel 2006 vinse il campionato nazionale della memoria), si disponesse di un basement [“seminterrato”] come quello in cui egli, a ventitré anni suonati, si esercitava indossando dei giganteschi occhiali da protezione (o talvolta dei paraocchi da cavallo) e una cuffia aeronautica (in America è ovviamente più facile trovarle usate e a buon mercato, forse grazie a Reagan).

L’isolamento assoluto è in effetti l’unico modo per poter memorizzare qualsiasi cosa, dall’alfabeto siriaco alla tavola degli elementi, fino a un dialetto tribale congolese (come ha fatto lo stesso Foer con la classica mnemotecnica).

Del resto persino il famoso garage di Steve Jobs (trasformato in santuario anche se non c’è molto di vero delle storie che si raccontano) faceva comunque parte della sua villetta, e pertanto non prevedeva la convivenza accanto a individui che provano a farsi la benzina col vino in cartone mentre ascoltano Fausto Leali a tutto volume.

Quindi stanno diventando un problema sempre più impellente, i loci reali (mentre con i mentali va meglio). Forse una soluzione inaspettate potrà infine giungere dalla colonizzazione di Marte? Fate Presto

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