Mani in alto, questo è un libro!

In dieci giorni ho venduto 212 copie del mio libro La storia è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi, attraverso le quali ho guadagnato (circa) 969 euro. È un risultato importante, considerando che ancora non è arrivata una recensione o una promozione; probabilmente un segnale della richiesta rampante di Mister Totalitarismo in tutta Italia (e in Germania).

[In verità l’arcano delle vendite risiederebbe nel fatto che decine di lettori hanno acquistato immediatamente il volume, facendolo balzare per qualche ora in cima alle classifiche di “Storia” di Satanamazon, e dunque illudendo i normie che fosse una cosa figa e non un contributo indiretto all’omofobia e all’antisemitismo; in ogni caso il dettaglio svela un nuovo gruppo sociale della popolazione italiana, composto da gente che compra libri in base alle classifiche Cacazon].

Heil H1tl3r, comunque. Se pubblicassi tipo un libro a settimana potrei finalmente permettermi lo stile di vita adeguato alle mie aspettative. In uno scenario del genere tuttavia la Germania avrebbe dovuto vincere la Seconda guerra mondiale, dunque non è il caso di illudersi. L’unica speranza è che qualcuno fotografi o recensisca il volume in modo da aumentare il numero di vendite e conseguentemente il mio incasso (vedi fig. 1 e 2).

A chi mi ha chiesto l’indice, mando le foto:

Per quanto riguarda altri volumi da acquistare su Amazon (che mi farebbero guadagnare altri schei), rimando a una selezione di volumi delle Edizioni all’insegna del Veltro, leggendaria casa editrice parmense specializzata in storia e filosofia. Vi ricordo che questo post contiene link di affiliazione attraverso i quali si ottiene una piccola quota degli eventuali ricavi senza variazioni dei prezzi.

Di seguito riporto i titoli non ancora segnalati; per gli altri vi invito a consultare questi elenchi:

La mission delle Edizioni all’insegna del Veltro: romenizzare Amazon

La fortuna di Karl Haushofer su Amazon

La biblioteca khomeinista delle Edizioni all’insegna del Veltro

 

 

Johann von Leers
Contro Spengler
(2011)

Diceva Oswald Spengler che il pericolo che già ai suoi tempi incombeva sulla civiltà bianca era doppio: da una parte c’era l’imminente “rivolta dei popoli di colore” contro il dominio colonialista degli Stati occidentali; dall’altra parte esisteva un pericolo interno, la rivolta dei ceti proletari, guidata dalla casta sobillatrice dei sindacalisti. Il panorama che il filosofo della storia dipingeva quasi cent’anni fa è noto: l’Occidente avrebbe arrestato il suo inevitabile declino solo affidandosi a figure di Cesari dittatoriali, che attraverso regimi autoritari avrebbero potuto liquidare sia la minaccia esterna sia quella interna. Indubbiamente, l’occhio di Spengler era quello del profeta.
[…]
Spengler ragionava nei termini di un conservatore imperialista prussiano. Vedeva le cose in chiave planetaria, secondo i principi di un “nazionalismo razziale” aristocratico e fortemente gerarchizzato. Non percepì il ruolo che le masse moderne avrebbero potuto recitare nel ridisegnare scenari rivoluzionari, secondo nuovi assetti di potere. Non vide l’asse dei “popoli giovani”, come li chiamava Moeller van den Bruck (essenzialmente Italiani, Tedeschi, Russi), da lanciare alla conquista dell’eredità dei popoli in declino, quelli atlantico-occidentali a guida liberista. Spengler dopotutto era l’uomo della grande industria tedesca e del tradizionale padronato agrario, un sistema che mirava a controllare i circuiti economici mondiali: una concezione “all’inglese”, diciamo, cioè schiettamente imperialista, figlia diretta della politica di competizione mercantile già seguita dal Secondo Reich, con esiti catastrofici. Il suo “socialismo prussiano” non era in fondo che un potente e affascinante argomento a favore della dominazione globale, per la cui gestione le antiche caste nobiliari tedesche avrebbero dovuto rilanciarsi saldandosi alle classi dirigenti franco-anglosassoni. La sconfitta del 1918 gli suggerì la possibilità chela Germania solo attraverso il “cesarismo” avrebbe potuto tornare a dire la sua parola nel gioco del potere mondiale, inserendosi nel “cartello” delle potenze bianche.
[…] Un piccolo libro da poco pubblicato dalle Edizioni All’insegna del Veltro ci immerge in queste inquadrature: si tratta di Contro Spengler, scritto nel 1934 da Johann von Leers in polemica con il libro spengleriano Anni decisivi, uscito in quel medesimo anno e divenuto testo famoso di ideologia politica del Novecento. […] Von Leers è certamente una personalità tanto poco nota al grande pubblico, quanto interessante. Claudio Mutti, nelle pagine introduttive al testo, ne ricorda l’appartenenza ai Freikorps, l’impiego per un periodo nel corpo diplomatico, l’iscrizione alla NSDAP nel 1929, la collaborazione alla rivista “Der Angriff” di Goebbels e la fondazione, nel 1932, del periodico “Nordische Welt”, espressione della Società per gli studi della preistoria germanica diretta da Herman Wirth. La vicinanza con le posizioni del nordicismo razzialista, la sua collaborazione al periodico “Nationalsozialistische Monatshefte”, una delle principali tribune ideologiche della NSDAP, facevano di Leers uno dei maggiori animatori ideologici völkisch, con addentellati nella “sinistra” del partito, a favore della quale aveva finanche intrattenuto fugaci rapporti col Fronte Nero di Otto Strasser. Lo stesso Leers, nel dopoguerra, lo vedremo accanto a Nasser in qualità di consigliere politico, inteso a costruire un fronte dei popoli arabi raccolti dai partiti socialnazionalisti baathisti, in lotta contro l’egemonia atlantista.
Tale personaggio si presenta come ideale per dar conto, dal punto di vista storiografico, delle differenze di approccio ideologico fra il comparto socialista della NSDAP, e quel vasto ambiente di fiancheggiatori nazionalpopolari – di solito riferito alla Rivoluzione Conservatrice – che nel 1933 si affiancò al nuovo regime spesso identificandovisi, ma altrettanto spesso operando distinguo e precisazioni nel senso di una franca ostilità per gli aspetti popolari, ovvero “populisti”, manifestati dalla dirigenza nazionalsocialista. E in specie da quella SA, che proprio nel 1934 (anno di uscita del pamphlet di Leers e del libro di Spengler) fu al centro di una cruenta quanto conosciuta crisi politica.
Uomini di sentimento nazionalpatriottico come Spengler erano favorevoli a concezioni di competizione economica mondiale sulla falsariga della vecchia politica imperiale del Kaiser. Ed avevano in dispregio le concessioni a politiche economiche di tipo socialista. Tali posizioni Leers tacciò di reazionarismo e liberismo scatenato. Spengler ai suoi occhi diventava espressione del potere liberale, il cui razzialismo bianco “panariano” finiva per agevolare il grande capitalismo anglo-francese, a detrimento di nuovi posizionamenti geo-strategici. Che invece – secondo Leers – dovevano andare nel senso di un’alleanza con la Russia e coi popoli assoggettati dall’internazionale economica. “Oswald Spengler – scriveva Leers – è assolutamente l’uomo degli strati sociali che vivono dell’esportazione ad ogni costo, della penetrazione imperialistica del mondo. Anche qui egli è, come nella sua opposizione al lavoratore, un imperialista antebellico dell’Europa occidentale che arriva fino alle estreme conseguenze, ma non è un nazionalista, tanto meno un nazionalsocialista”. La biforcazione tra le due posizioni era semplice: da una parte uno Stato organico popolare; dall’altra un dirigismo mondialista e grande-capitalista. Nel nome della “razza bianca” Spengler di fatto spianava la strada al liberismo cosmopolita. Al suo opposto, stava la politica mondiale del Terzo Reich, che avrebbe dovuto affiancare i popoli del Terzo Mondo nemici del capitalismo occidentale, ed unirsi con gli spazi russi per creare un blocco euro-asiatico. La storia, come sappiamo, nel momento in cui Hitler imboccò la strada fatale del Drang nach Osten, andò diversamente. Ma quelle idee di antagonismo anti-mondialista ed eurasista, nate tanti decenni fa, rimangono drammaticamente attuali: un’Eurasia dei popoli contro un Occidente atlantista delle banche.

(Luca Leonello Rimbotti, “Linea”, 6 agosto 2011)

Igor Šafarevič
La setta mondialista contro la Russia
(1991)

Un lungo saggio pubblicato nel numero di giugno della rivista “Nas sovremennik” (Il nostro contemporaneo) dal titolo indicativo di Rusofobija (Russofobia). Ne è autore Igor Safarevic, matematico insigne, membro dell’Accademia delle Scienze dell’URSS e di molte istituzioni straniere, tra cui la nostra Accademia dei Lincei.

(Giampaolo Gandolfo, “Il Secolo XIX”, 24 settembre 1989)

Safarevic denuncia l’arrogante egoismo degli ebrei, la loro attitudine a isolarsi sprezzantemente dall’ambiente nazionale e sociale in cui vivono, la loro capacità di mobilitare, per il perseguimento dei loro interessi, vasti settori della comunità internazionale.

(Sergio Romano, I falsi Protocolli, Milano 1992, p. 130)

“Rappresentante più illustre della pubblicistica nazional-tradizionalista è il matematico algebrista, accademico, insignito del Premio Lenin e di prestigiosi riconoscimenti internazionali, Igor R. Safarevic, che è anche uno dei maggiori maîtres à penser e leader del “Fronte di salvezza nazionale”, che raccoglie le diverse tendenze rosso-brune. (…) Tre anni fa, a Mosca, con una tiratura di centomila copie, uscì la prima edizione di un suo saggio polemico (…) dal titolo Rusofobija“.

(Piero Sinatti, Che cosa vogliono i Russi?, Milano, 1993, pp.132-133)

Stefano Fabei
Guerra santa nel Golfo
(1990)

Stefano Fabei, che con Renzo De Felice è in Italia l’unico ricercatore storico ad aver indagato con una certa assiduità il tema dei rapporti intercorsi tra regimi nazifascisti e paesi musulmani (…) ha attualmente in corso di stampa uno studio di grande attualità: si tratta di una rievocazione della guerra anglo-irakena del 1941, nella quale si ebbe per l’appunto un intervento della Germania e dell’Italia a fianco del governo filonazista di Bagdad…

(“L’Umanità”, 28 settembre 1990)

Tutte queste cose sono narrate con molta chiarezza nel libro di Stefano Fabei, Guerra santa nel Golfo, che naturalmente ha avuto ben poche recensioni.

(Franco Cardini, “Gazzetta del Mezzogiorno”, 2 novembre 1991)

Dâr al-Burhâniyyah al-Tariqah al-Shadhliyyah al-Dusuqiyyah al-Burhaniyyah
Il Mahdi e l’Anticristo
(1988)

L’escatologia dell’Islam si fonda su una serie di detti tradizionali (hadîth) riferiti al profeta Muhammad: il presente volumetto li ricollega organicamente in un quadro riassuntivo.

(“Librinovità”, dicembre 1988)

Il Mahdi e l’Anticristo è un volumetto nel quale è raccolta una serie di hadîth, o tradizioni del Profeta dell’Islam, che riguardano la venuta del Daggial [Dajjāl], la Bestia, l’Anticristo. Le tradizioni esistono e fanno parte del corpus delle tradizioni musulmane; è bene quindi che sian state messe in italiano (…) Se è chiaro chi è l’Anticristo che verrà poco prima della fine del mondo, sia chiaro anche che il Mahdi è colui che comparirà a guidare i musulmani. (…) È importante che il libro dia notizia di questa corrente del pensiero islamico, così come viene espressa nell’Islam.

(“Il Giornale”, 29 gennaio 1989)

Ferenc Szálasi
Diario dal carcere
(1997)

Durante la Seconda guerra mondiale la nazione magiara fu paese alleato dell’Asse, ma, in opposizione al regime conservatore dell’ammiraglio Horthy – comandante della flotta imperialregia durante la Grande guerra -, si sviluppò il movimento politico di Szálasi. I tedeschi, è noto, preferivano gli alleati in grado di assicurare la produzione industriale e la tenuta militare, piuttosto che quelli impegnati a elaborare una propria visione sulla costruzione di una Grande Europa, che non fosse un’immensa Germania. Questo contribuì a far sì che Szálasi diventasse capo della nazione ungherese solamente nel novembre del ’44, con un paese occupato dai tedeschi, traditi dal reggente della Corona di Santo Stefano, e i russi alle porte. I sobri, ultimi appunti di Szálasi sono completati dai saggi di Mutti, de László e Horváth.

(“Il Bargello”, giugno-luglio 1999)

AA.VV.
Omaggio a Drieu la Rochelle
(1996)

Pierre Drieu La Rochelle è “omaggiato” da questo Quaderno del Veltro con i saggi di alcuni autorevoli e appassionati studiosi. Attilio Mordini interpreta la narrativa, peraltro assai realistica, dello scrittore francese in una chiave metafisica, cogliendone cioè “le dimensioni inaspettatamente trascendenti”. Il traduttore Tiberio Graziani coglie invece la dimensione propriamente religiosa di Drieu, il suo senso del sacro. Il compianto Moreno Marchi si dedica all’aspetto cameratesco che, in chi lo legge con una partecipazione non meramente letteraria, è inevitabile: Drieu induce un rapporto di “reciproca ambivalenza”, spiega Marchi, ritraendo efficacemente le fattezze dell’uomo, i suoi rapporti con le donne e la politica. I saggi di Jean Mabire e del direttore della collana, Claudio Mutti, sono infine tesi proprio a zoomare l’aspetto politico: l’antiliberalismo dello scrittore, attestato anche dalla sua riscoperta nella Russia contemporanea.

(“Pagine libere”, giugno 1997 )

Claudio Mutti
Mircea Eliade e la Guardia di Ferro
(1989)

A far chiarezza sul passato guardista di Eliade – e con un taglio di ricerca storica, senza apologie o denigrazioni preconcette – provvede un saggio di Claudio Mutti. Un libretto importante, perché presuppone una meticolosa ricerca delle fonti, ricerca non molto agevole anche perché nel periodo della dittatura, in Romania, molta documentazione è andata distrutta. Un’opera importante, quindi, perché fa chiarezza sul periodo (1936-38) in cui Eliade militò nel movimento legionario “Guardia di Ferro” ed offre anche elementi interpretativi per la lettura di alcuni romanzi del pensatore rumeno, nei quali questi parlò di sé e dell’esperienza legionaria, sia pure in terza persona e in maniera velata. Mutti è stato il primo in Italia ad occuparsi, nel dopoguerra, dell’esperienza legionaria con particolare riferimento alle fonti e studiandone tutti gli aspetti. […] Una delle operazioni più interessanti che Mutti compie, nell’analisi dei rapporti fra Eliade e il movimento guardista, riguarda la decrittazione di alcune opere letterarie del prolifico studioso di storia delle religioni. […] Uno studio scientifico, quindi, che fa chiarezza su alcuni aspetti di uno studioso di grande livello e sgombra il campo da capziose ipotesi e analisi.

(M. Triggiani, “Vie della Tradizione”, aprile-giugno 2001)

Gian Pio Mattogno
La rivoluzione borghese in Italia. 1700-1815
(1989)

La rivoluzione borghese in Italia.
Dalla Restaurazione ai moti del 1831
(1993)

Mattogno segue con attenzione le tappe involutive della società italiana del secolo XVIII: da una analisi attenta delle istituzioni tradizionali (…) l’autore registra le direttrici dell’assalto ebraico-massonico alla società italiana, volto ad instaurare un assetto adeguato all’espansione politica ed economica del modello capitalista borghese. Il ruolo di centro diffusivo di idee strumentalmente anti-assolutistiche, svolto dalla Massoneria e dai centri d’influenza ebraici, viene esposto con grande attenzione attraverso la documentazione di come i protagonisti del giacobinismo italiano e del “Risorgimento” siano tutti, in qualche modo, riconducibili ad ambienti settari di ispirazione massonica ed ebraica. La rivoluzione del secolo XIX, ci spiega Mattogno, non fu pertanto in nulla nazionale, quanto funzionale ad interessi di potenze straniere e gruppi di pressione sovranazionali. Dall’interesse della Massoneria napoleonica a quella inglese, fino alla brama di emancipazione dell’Ebraismo […] la rivoluzione borghese in Italia fu, negli obiettivi e nei metodi, radicalmente antipopolare e scevra di ogni valore comunitario – presupposto essenziale, questo, per ogni movimento di autentica liberazione nazionale.

(“Libraria”, 2, 2° semestre 1989)

Prosegue con questo volume l’indagine di Gian Pio Mattogno sulla “terza dimensione” del processo unitario italiano (…) Questo secondo volume, passando in rassegna la situazione degli Stati italiani all’indomani del 1815, rileva il carattere compromissorio e contraddittorio della politica attuata dai governi restaurati, i quali colpirono sì le forze borghesi sul piano politico, ma conservarono praticamente intatte (ed anzi spesso la favorirono) la loro base economica. Lungi dall’appiattirsi sulle posizioni del tradizionalismo cattolico, controrivoluzionario e borbonico, la ricerca di Gian Pio Mattogno individua freddamente, senza nessun riguardo per nessun tipo di idealizzazione agiografica, le forze motrici e gli agenti protagonisti di un processo storico che ebbe come veicolo i movimenti “patriottici” e liberali, ma seppe in una certa misura controllare e utilizzare anche la parte avversa.

(“Nuove Angolazioni”, gennaio-febbraio 1994)

Antonio Cioffi
La cinepresa di Arianna.
Presenza e manipolazione del mito nella cultura di massa
(1989, 2010, 2016)

Per chi volesse azzardare un salto nel mondo del cinema horror-fantasy e conoscere più da vicino le ragioni che hanno dato grosso impulso all’uso di elementi tratti dal mondo della fiaba popolare, dalla mitologia e dall’iconografia di tradizioni religiose e misteriche, La cinepresa d’Arianna di Antonio Cioffi potrebbe essere un buon trampolino.

(“Il Resto del Carlino”, 4 gennaio 1989)

Senza miti non si vive, ma la società di massa si nutre di miti contraffatti, che non rappresentano una realtà fondatrice ma una menzogna funzionale al sistema. Un’analisi tradizionalista ispirata a René Guénon, attenta al cinema fantastico e di fantascienza. Settario, con qualche intuizione interessante.

(Maurizio Cabona, “Il Giornale”, 7 maggio 1989)

Cioffi, a partire da un’analisi prima massmediologica (…) e poi cinematografica, condotta nei meandri delle recenti produzioni horror e fantascientifiche, rileva un “coacervo” di miti arcaici più o meno depotenziati, rivisitati, laicizzati, o di idee moderne mitizzate o ancora di sincretismi a vari livelli fra simboli e miti arcaici, e immagini ed ideologie prodotte nel mondo moderno, che definisce globalmente “neo-mitica”.

(Giovanni Ferfoglia, “La cosa vista”, 14-15, 1990)

Savitri Devi
L’India e il nazismo
(1979)

È uno strano scritto, significativo tuttavia di tutta una temperie politico-intellettuale (e meglio sarebbe dire politico-religiosa) poco conosciuta dagli storici dei movimenti “fascisti” e – lacuna ancor più grave – dagli storici del colonialismo e della “decolonizzazione”. Giacché il nazionalsocialismo indiano fu, come il fenomeno filonazista di certi paesi e gruppi politici arabi, anzitutto un corollario della resistenza al colonialismo. Che questo possa sembrare e magari sia obiettivamente contraddittorio e aberrante, è un altro discorso: non si trattava, comunque, di “frange lunatiche”, come il presidente Franklin Delano Roosevelt riteneva gli hitleriani di casa sua. In questo senso, la testimonianza della signora Devi è comunque degna d’interesse: anche perché dà un’immagine dell’Occidente visto dall’India assolutamente inedita per noi. È se vogliamo una “ragione dei vinti”.

(Franco Cardini, “Antologia Vieusseux”, 59, luglio-settembre 1980)

Jean Thiriart
L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino
(2018)

L’Empire Euro-soviétique de Vladivostok à Dublin, scritto nel 1984-85, non vide mai la luce durante la vita di Thiriart. Perché pubblicare oggi questo libro, il cui titolo basta a rivelare l’anacronismo dell’argomento? È necessario sottolineare tutto quello che ci separa dagli anni Ottanta? La caduta del muro di Berlino (novembre 1989), la dissoluzione dell’URSS (dicembre 1991), la funesta parentesi di El’cin (1991-1999), le guerre della NATO e più in generale lo sconvolgimento a livello planetario hanno radicalmente modificato le cose.
Tuttavia, al di là della testimonianza storica, non sarà inutile interrogarsi circa l’attualità retrospettiva degli scritti di Thiriart alla luce delle tensioni e degli sconvolgimenti in corso. A ben riflettere, infatti, il nemico russo ha rimpiazzato (dal punto di vista della strategia americana) il nemico sovietico; l’Europa è sempre il medesimo nano politico e, sempre più a rimorchio degli USA, si distingue per la sua assenza sulla scena internazionale. E questo, tanto più che la crisi economica cominciata con la crisi petrolifera del 1973 si è ulteriormente aggravata, mentre la scomparsa del comunismo ha provocato una capitolazione concettuale per quanto riguarda le alternative al liberalismo di stampo anglosassone, poiché anche il modello capitalista renano si è dovuto inchinare davanti a Wall Street
[…] L’Empire Euro-soviétique de Vladivostok à Dublin è l’opera di un teorico per il quale la lunga durata e i grandi spazi sono al centro della riflessione. È un’opera di prospettiva politica svincolata da ogni considerazione ideologica, ma che unisce storia, sociologia e geopolitica.

(Yannick Sauveur)

Roberto Billi
Seneca: la vita come milizia
(1987)

Militia est vita hominis super terram, dice un versetto del libro di Giobbe. E alla frase veterotestamentaria così risponde la celebre sentenza di Seneca: vivere militare est. È per l’appunto dall’opera del grande esponente dello stoicismo romano che l’Autore del presente studio ha estratto decine d’espressioni di analogo significato, ordinandole organicamente in un unico quadro, dal quale risulta, per citare Max Pohlenz, che “il Romano rimane volentieri affezionato all’idea che la vita è una battaglia”. […] La dottrina senecana della vita come militia viene dunque ricondotta dall’Autore, attraverso l’arcaica nozione romana del bellum vissuto come rito sacro e come simbolo di azione restauratrice dell’ordine cosmico, all’analogia tradizionale tra “grande guerra santa” e “piccola guerra santa”, per usare una terminologia che si fonda su un famoso hadîth del Profeta Muhammad. Il confronto tra lo stoicismo di Seneca e le dottrine tradizionali evidenzia, secondo Billi, il limite inerente alle filosofie morali, limite che l’Autore coglie ed evidenzia in maniera sintetica ma efficace nell’ultimo capitolo del suo saggio.

(“Malacoda”, 16, genn.-febbr. 1988)

Gian Pio Mattogno
La non-umanità dei gojim nel Talmud e nella letteratura rabbinica
(2011)

Eventi geopolitici quali l’emigrazione sionista nel territorio palestinese e la proclamazione dello Judenstaat preconizzato da Theodor Herzl sono stati sorretti, sul piano ideologico, da dottrine di diversa matrice. È noto che nel progetto sionista confluirono sia un nazionalismo ebraico contiguo alla dottrina colonialista del “fardello dell’uomo bianco”, sia quell’orientamento “socialista” che suscitò inizialmente il sostegno politico, diplomatico e militare delle “democrazie popolari” e non ha mai cessato di attirare le simpatie di molti marxisti europei.
Tuttavia la natura più profonda del sionismo affonda le sue radici nella cultura religiosa del giudaismo, quella cultura che per secoli è stata custodita dalla letteratura rabbinica (Talmud, Tosefta, Midrash, Zohar). Tale letteratura contiene una quantità di prescrizioni ostili ai gojim (i non ebrei), descritti come idolatri spregevoli, dissoluti, empi ed impuri, che è lecito e doveroso discriminare, ingannare, derubare e perfino asservire e annientare.
La ricerca di Gian Pio Mattogno, che prende in esame tutti i passi contenenti prescrizioni di questo genere, è suddivisa in tre capitoli (I. La non umanità dei gojim nel Talmud e nel Midrash; II. La non umanità dei gojim nello Zohar e nei commentari rabbinici; III. La donna non ebrea nella letteratura rabbinica) e tre Excursus (I. I fondamenti teologici del giudaismo e il non ebreo; II. Il significato di “uomo” (adam) nella Bibbia e nella letteratura rabbinica; III. La dottrina ebraica dell’anima e il non ebreo).

(“Eurasia”, 21 Luglio 2011)

René Dubail
L’ordinamento economico nazionalsocialista
(1991; ristampa 2016)

Uno dei motivi che furono all’origine della Seconda guerra mondiale è da individuarsi proprio nell’assetto economico che il nazionalsocialismo volle dare alla Germania, in particolare nel rapporto che il Terzo Reich instaurò con il mercato mondiale: rapporto quanto mai conflittuale, perché i dirigenti della nuova Germania mettevano in questione un meccanismo vitale dell’economia capitalista internazionale. Infatti la Germania, che dopo la Prima guerra mondiale si era vista rapinare tutte le proprie riserve aurifere, osò vincolare il valore della moneta tedesca non all’oro, bensì al lavoro, alla potenzialità produttiva della nazione.
[…] È in questo contesto che va inquadrato l’ordinamento economico nazionalsocialista, il cui scopo non si esauriva in un semplice obiettivo efficientistico, ma mirava a coincidere con un ristabilimento dei rapporti tra il Politico e l’Economico, nei termini di una subordinazione del secondo elemento al primo. La descrizione che l’Autore fornisce dell’economia nazionalsocialista è estremamente chiara e può essere seguita senza difficoltà anche dal lettore privo di nozioni economiche.

(“Avanguardia”, 67, aprile 1991)

Pierre Drieu La Rochelle
Appunti per comprendere il secolo
(2016)

Dalla cura con cui Drieu ci presenta gli orizzonti filosofici passati in rassegna in queste Notes pour comprendre le siècle, si indovina il profondo attaccamento che lo lega a questo libro, uno dei più magnificamente espliciti del nostro tempo. Una certa freddezza ne aumenta la forza di penetrazione, benché la saggezza che da esso si sprigiona conservi qualcosa di aggressivo e di impaziente. È qui che ritroviamo il Drieu di sempre, prosatore squisito e generoso poeta d’assalto.

(Noël B. de la Mort, “Révolution Nationale”, 20, 1 marzo 1942)

Jean Robin
UFO. La grande parodia
(1984)

L’ufologia, fenomeno neospiritualistico rivestito di panni “scientifici”, è uno dei sintomi di questa sempre più massiccia infiltrazione di influenze psichiche; sicché astronavi, dischi volanti, marziani, extraterrestri, alieni, visitors altro non sarebbero, secondo la spiegazione di Jean Robin, che manifestazioni del mondo sottile, avanguardie di quelle orde di Gog e Magog che il Bicorne del racconto coranico (Alessandro Magno) aveva solo temporaneamente imbrigliate entro una muraglia di ferro e di bronzo.

(G. R., “Il menabò”, 14, maggio 1985)

Matteo Simonetti
Hannah l’antisemita.
Gli ebrei sull’antisemitismo e sull’ebraismo
(2011; ristampa 2018)

Ponendosi al di là di ogni pregiudizio e senza preoccuparsi dell’impopolarità, questo libro cerca di riflettere sulla natura dell’antisemitismo e dell’ebraismo storico e culturale lasciando parlare eminenti personalità dell’ebraismo: Hannah Arendt, Freud, Adorno, Scholem ed altri (nota della casa editrice)

Béla Hamvas
Scientia Sacra
(2000)

La caduta del comunismo ad Est ha consentito, fra le tante cose, anche di conoscere tutto un mondo di scrittori e di studiosi prima ignoti. Béla Hamvas, ad esempio, è pressoché sconosciuto in Italia. Adesso è in distribuzione Scientia Sacra. Dalla metafisica dello Yoga alla Tradizione primordiale, dall’uomo secondo il Vedanta alla cultura indiana, dagli archetipi del mondo primordiale al paragone fra cultura tradizionale e cultura moderna. Una lezione che coglie gli insegnamenti di grandi studiosi della tradizione e dell’antichità come Kerényi, Guénon ed Evola per riversarli nelle analisi effettuate in questo volume.

( “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 15 aprile 2001)

Béla Hamvas
Alberi
(2012)

“Durante una passeggiata, se in un terreno abbandonato trovavamo davanti a noi un alberello corroso dai parassiti, egli era capace di ripulirlo per bene; dopo, ne seguiva attentamente la crescita. Così visitavamo quell’acero come se fosse un bambino convalescente, liberato da una malattia”. Nel marzo del 2000, quando in una cittadina lacustre a cinquanta chilometri da Budapest venne piantato un albero in memoria di Béla Hamvas, la vedova rievocò con queste parole l’amore dello scrittore ungherese per gli alberi. Nessuno, meglio dell’autore di Scientia sacra, ci avrebbe potuto rivelare i segreti del tiglio, dell’abete, della betulla, del fico, del cedro.

Un commento su “Mani in alto, questo è un libro!

  1. Caro Roberto, ti seguo silenziosamente da anni e sono uno dei 212 acquirenti della tua opera. Che dire? Certo non siamo d’accordo su tutto ma nel complesso come sempre sto molto apprezzando la tua scrittura. Mi spiace solo che per avere un minimo palcoscenico tu sia dovuto ricorrere al patto con satana ma del resto il destino di noi topi di fogna è quello di doverle tentare tutte per sopravvivere, soprattutto in questa epoca squallidamente cedevole e progressista.

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