Varsavia a noi!

Sull’ultimo numero del settimanale di Corriere “Sette” trovo un articolo dedicato all’amata Varsavia, firmato da E. Vigna: A Varsavia Marx è morto e anche la messa è finita. Ora si cerca l’anima nel narghilè e tra i vegani. Non è difficile intuire l’impostazione: i giovani, la generazione Erasmus, l’Europa e “le zaffate di odore di canne” (sto citando direttamente dal pezzo).

Vediamo quindi il giornalista che si imbatte in una studentessa che “si aggiusta i capelli biondi caduti davanti agli occhi profondi”, in una personal trainer che cammina “dimenando la coda bionda”, in una “volontaria ambientalista” con “occhi sinceri azzurri come il cielo” e in un’altra studentessa ventitreenne “alta, bionda, smalto nero sulle lunghe dita” che sogna di fare la regista. Tutte così, le varsovine (o varsoviane): bionde, poliglotte, atletiche, internazionaliste, pronte ad affollare i corsi di pittura e i locali alternativi…

Ecco, se dovessi dare un giudizio su Varsavia basandomi su 90% delle informazioni presenti nell’articolo, dovrei dedurre che la capitale polacca è una delle città nelle quali mi troverei peggio, accerchiata com’è da vegani, gay, femministe, studenti orgamsus e progressistume assortito, e al cui confronto persino Milano mi parrebbe Pyongyang.

Invece anche il buon Vigna è costretto, nell’ultimo trafiletto, ad ammettere (a malincuore?) che a Varsavia non sono tutti così: ci sono pure gli studenti d’arte che per mantenersi fanno ritratti di Jarosław Kaczyński, i giovani che la domenica affollano le chiese e che “s’inginocchiano tutti e per scambiarsi il segno di pace usano lo sguardo”. Alla fine spunta fuori persino una “ventenne rossa agguerritissima” che ammette che le manifestazioni anti-governative non sono poi così popolari tra i suoi coetanei, e che le “Euromaidan” organizzate nella città sono perlopiù guidate da sessantenni (con “baffoni bianchi e facce da film di Wajda”), nel migliore dei casi nostalgici di Wałęsa (e nel peggiore di Gomułka e Jaruzelski).

Alleluia! Ogni tanto la verità bisogna dirla. A noi Varsavia piace proprio perché è “europea” nel senso migliore del termine, ovvero, per citare il compianto Bud Spencer, dove non c’è bisogno di essere “frocio o comunista” per viverci bene. Il che non significa che non puoi esserlo (siamo liberali), ma che non deve diventare l’unico stile di vita socialmente approvato. Insomma, non è che se uno non indossa i vestiti giusti, non ha il tatuaggetto, non passa le giornate a farsi le canne e fingere di essere di sinistra, deve per forza diventare un reietto e un morto di f**a.

Lo stesso discorso chiaramente vale per il versante opposto del giovanilismo (a cui accenna l’articolista: «Sotto i grattacieli, ecco le discoteche dal dress code rigoroso, che non permette l’ingresso alle ragazze senza tacco 10»), anche se parlare dei “discotecari” con toni da tg scandalistico americano non è considerato politicamente scorretto (a meno che ovviamente non frequentino un locale gay).

C’è spazio per tutti, nell’immensa Warszawa: persino per chi vuol passar le sue giornate a bere birra e vodka con preti e camerate (non sono i versi di una canzone oi! che ho scritto, la rima mi è uscita spontaneamente). Non trascuriamo l’anima clerico-fascista, antisemita e russofoba di questo popolo, che del resto convive in delicato equilibrio con quella umanistica, bohémien e internazionalista: lo dico soprattutto come avvertenza, perché si tratta di una componente talmente forte e radicata nei polacchi (non so per quali motivi, forse per la loro unicità etnico-linguistica), che a furia di negarla questi finiscono per far diventare “di destra” pure le canne, i tatuaggetti e il libertinaggio.

Tornando al pezzo, l’unica cosa di cui parla che ho visto anch’io a Varsavia – essendo notoriamente uno sfigato, perché negarlo– è la libreria Moda na Czytanie (l’articolista ne accenna solo perché ci lavora un’altra studentessa bionda), “dove”, scrive Vigna, “i volumi stanno in bella mostra appoggiati su cassette da frutta, a cominciare da Tiziano Terzani e Oriana Fallaci tradotti in polacco e per lo più ignorati dalla clientela giovane”. Forse ognuno vede soltanto quel che vuol vedere, ma Terzani e Fallaci non li ho proprio notati, mentre in compenso ho potuto constatare una prevalenza di libri a tema decisamente nazionalistico, diversi testi contro l’islam (forse la Fallaci era lì in mezzo) e una sezione anti-russa a parte.

Di Terzani nulla, ma se l’hanno tradotto, a parte domandarmi cosa ci dovrebbe fare un polacco col suo libro, mi auguro a questo punto che nessuno lo legga, perché c’è il rischio che gli spetti lo stesso “successo” tributato dagli italiani alle più belle frasi di Osho.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.