Alessia Piperno se l’è cercata, non avrebbe dovuto viaggiare da sola

Mi permetto di rispondere a un’arringa a favore di una trentenne italiana attualmente incarcerata in Iran (alla quale auguriamo di tornare presto a casa, non fosse altro che per “carità di patria”) pubblicata sul portale “FanPage” [/fænpeɪd͡ʒ/]: Chi se la prende con Alessia Piperno ha paura di una donna che viaggia (4 ottobre 2022).

Partiamo dai fatti: Alessia Piperno è una trentenne romana che, come afferma lei stessa, ha passato gli ultimi sette anni a viaggiare per il mondo in qualità di travel blogger [/ˈtɹævəl ˈblɔ.ɡɚ/]. Due mesi e mezzo fa è arrivata in Iran passando per il Pakistan, sprovvista -sempre stando alle cronache- di un visto valido, e sostando nel Paese così a lungo in qualità di turista (“per festeggiare il mio compleanno”). Dopo essersi fatta coinvolgere (in maniera più o meno indiretta) nelle cosiddette “proteste contro il velo”, è stata arrestata dalle autorità persiane a fine settembre.

Nonostante le fonti della Farnesina riferiscano di un probabile “problema burocratico” (la mancanza, appunto, di un visto valido), sul suo profilo Instagram intitolato icasticamente travel.adventure.freedom, la “Viaggiatrice Solitaria” (questo il nickname, altrettanto icastico) ha pubblicato video e foto in cui si ritrae nella moschea di Shiraz mentre indossa in maniera non consona lo hijab (mostrando i capelli, oppure togliendoselo e rimettendoselo rapidamente). Anche se a quanto pare non è stata questa la causa dell’arresto, potremmo almeno essere d’accordo sul fatto che la trentenne abbia assunto un atteggiamento irrispettoso rispetto al luogo in cui si trovava.

Tuttavia, dal momento che anche esprimere tale semplice considerazione è proibito, si può da qui partire a rispondere direttamente a “FanPage”, che in un classico esercizio di donchisciottismo sinistroide (combattere mulini a vento reazionari), immagina un atteggiamento maschilista-misogino-patriarcale della maggior parte degli italiani nei confronti di questa vicenda.

Partiamo da un punto: le sparate su Facebook e affini non hanno alcun valore politico, sociologico o antropologico.  Sono come i discorsi al baretto del paese: il bon père de famille con qualche bicchiere di troppo in corpo potrebbe pure sostenere che “Alessia Piperno se l’è cercata”, ma si rimangerebbe immediatamente la sua opinione se la malcapitata fosse sua figlia (cosa peraltro nient’affatto inconcepibile, considerando il decadimento dell’istituzione paterna in Italia negli ultimi decenni).

In realtà la vera espressione di “maschilismo e misoginia patriarcale”, per avere un minimo di rilievo tale da meritare una condanna, dovrebbe provenire da qualche “professionista dell’informazione” in maniera articolata e ragionata; è però un dato di fatto che nessun opinionista conservatore abbia espresso un’opinione del genere: vuoi perché in Italia il pensiero “de destra” è ghettizzato, vuoi perché c’è di mezzo l’Iran, “bestia nera” che mette d’accordo piddini lgbtqi+ e cattolici tradizionalisti (si veda come esempio su tutti Mario Adinolfi). Ritorneremo sul punto; per ora procediamo con ordine.

In primis, la retorica dell’“Io viaggio da sola”, rappresentazione plastica della saldatura tra postfemminismo, neoliberismo e consumismo, è già stata messa in crisi da un decennio e oltre di “viaggiatrici solitarie” stuprate, sgozzate e decapitate, nonché dalle stesse femministe. Si tratta di un contrasto banale tra uno slogan svuotato di senso e la “verità effettuale della cosa” (per dirla con Machiavelli). Realtà vs reality, potremmo dire. Diverse travel blogger, specialmente visitando Paesi di cultura e tradizioni islamiche, si sono da tempo rese conto “sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (per dirla con Dante). Dunque “viaggiare da sol*” in aree riconosciute come pericolose da chi è nato e cresciuto in un “nido occidentale” può essere considerata una sterile provocazione, se non soltanto un capriccio.  Per giunta suscettibile di condurre a un atteggiamento ancor più pericoloso: il razzismo.

Sì, perché c’è un po’ di razzismo in questa storia. La stessa Alessia Piperno pare esserne consapevole, se nei suoi vari post sui social sostiene che “L’Iran è stupendo, ma anche molto frainteso. Tante persone credono a qualsiasi propaganda sentita dai media su quanto sia pericoloso viaggiare in questa terra. Ecco, fatemi il piacere, buttatela la televisione”, e che “Noi europei non sappiamo nulla di questa gente, le notizie che ci arrivano sono ritoccate” (interessante notare che anche le gazzette pseudo-progressiste riportano queste frasi in maniera ambigua, come a non far dimenticare che “L’Iran è cattivo perché ce lo dice Israele”). Bene, allora ci si deve domandare perché la trentenne abbia voluto “entrare in scivolata” in una questione tra le più complesse del Paese che la stava ospitando con una naïveté di cui nemmeno unə yankeə sarebbe stato capace.

Non facciamo i finti tonti: è o non è una riduzione indebita ai propri pregiudizi rappresentare le proteste in atto a Teheran come uno scontro tra liberalismo occidentale e satrapie orientali? In primo luogo andrebbe perlomeno considerata l’importante componente etnica nei torbidi: le proteste sono infatti partite dalla minoranza curda (da cui proveniva la donna che sarebbe stata uccisa dalla polizia iraniana perché non indossava correttamente il velo), la quale sostiene istanze separatiste ed è ideologicamente poco affine ai sogni libertari di chi la sostiene dai salotti di Roma o New York.

In secondo luogo, ci sono importanti ragioni politiche e geopolitiche che impongono all’opinione pubblica persiana una difesa della “religione di Stato” come elemento essenziale della propria identità. Non se ne può più delle semplificazioni “velo sì o no”: la questione va ben oltre il problema dell’islam e riguarda la preoccupazione di un popolo di essere schiacciato e cancellato dall’imperialismo.  È davvero ingenuo, se non stupido, ridurre tutto a una faida tra “palandrane islamiche” (come le chiamava Borghezio) e “donne che vogliono essere libere”. Semmai, sarebbe compito del femminismo (corrente di pensiero che in Occidente annovera migliaia di rappresentanti, i quali dovrebbe sforzarsi almeno di pensare un po’ di più) provare a sganciarsi dall’occidentalizzazione, dall’imperialismo e dal consumismo e cercare di rappresentarsi in maniera diversa agli altri popoli. Altrimenti sarà sempre la stessa favola colonialista raccontata da bocche diverse.

E visto che stiamo scomodando accuse démodé, mi permetto di rilanciarne un’altra: il classismo. Alessia Piperno afferma di aver cominciato a viaggiare in quanto “non interessata a barattare i suoi sogni con la sicurezza di un lavoro fisso”. In altri luoghi ha poi rivendicato la necessità di cercare una vita alternativa a quella “classica e monotona fatta di lavoro e amici”. Va benissimo, ma quanti possono permettersi una vita del genere? Che cos’è il lavoro di travel blogger, qualcuno sa spiegarmelo in poche parole?

Non è vero che solo le “viaggiatrici solitarie” viaggiano. Anche operai, ingegneri, rappresentanti e tante altre categorie di lavoratori girano per il mondo (per lavoro, s’intende). Eppure le loro voci non le sentiamo mai. E non solo per il fatto che non abbiano tempo per pubblicare foto su Instagram, impegnati come sono a barcamenarsi tra famiglia e bollette. È anche perché non esiste più uno spazio in cui il popolo possa esprimersi (e quei pochi miserabili spazi rimanenti, come le curve degli stadi o i cessi degli autogrill, negli ultimi anni sono stati “quarantenati”).

Ricordo quando Umberto Eco, con tutta l’ipocrisia e la meschinità di cui solo un intellettuale di sinistra italiano è capace, auspicava un Erasmus per “idraulici e tassisti”. Leggiamo il resoconto de “La Stampa” perché è altamente rappresentativo del mondo alla rovescia in cui ci troviamo (Eco: scommetto sui giovani nati dalla rivoluzione Erasmus, 26 gennaio 2012):

«Umberto Eco è appena tornato nel suo studio di Milano da Parigi, dove il presidente francese Nicholas Sarkozy l’ha insignito del titolo di Commendatore, Commandeur, terzo grado gerarchico della Legion d’Onore.
[…] “Davanti alla crisi del debito europeo –dice Eco- io parlo da persona che non capisce nulla di economia, dobbiamo ricordarci che solo la cultura, oltre la guerra, lega la nostra identità. […] Gli Stati Uniti hanno avuto bisogno della guerra civile per unirsi davvero. Spero che a noi bastino cultura e mercato”.
L’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, parlando nel 2000 alla Humboldt University di Berlino, dichiarò “l’euro è un progetto politico”, vale a dire senza integrazione europea non basterà la divisa comune.
Meditando Fischer, Eco beve il suo caffè, lui è a favore delle capsule postmoderne stile Nespresso, la moglie tedesca, Renate Ramge Eco, difende la tradizionale caffettiera moka italiana: “L’identità europea del 2012 è diffusa ma shallow, -uso la parola inglese che non è l’italiano ‘superficiale’ ma sta a mezza strada da surface, superficie” e deep, profondo- dobbiamo radicarla prima che la crisi la rovini del tutto. Si parla poco sui giornali economici del programma di scambi universitari Erasmus, ma Erasmus ha creato la prima generazione di giovani europei. Io la chiamo una rivoluzione sessuale, un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli. Dovrebbe essere obbligatorio, e non solo per gli studenti: anche per i taxisti, gli idraulici, i lavoratori. Passare un periodo nei paesi dell’Unione Europea, per integrarsi”».

Eccetera, eccetera. Bla bla bla.  Ad Eco non sorge nemmeno un dubbio sul perché, nel contesto attuale, sia impossibile organizzare viaggi di “integrazione” per tassisti e idraulici. A coronare l’assurdità della sua proposta (ecco perché si parlava di ipocrisia e meschinità), l’intellettuale non si scomoda minimamente a suggerire cosa dovrebbero fare nei loro Erasmus questi lavoratori (di certo un idraulico polacco non potrebbe aggiustare le tubature di un collega francese, ma forse l’europeissimo Umberto ignorava tutta la faccenda del plombier polonais, nonché, non capendo -poverino!- nulla di economia, quella del dumping salariale). Personalmente ho conosciuto tantissimi lavoratori (=“chi lavora per campare”) che sono stati in Cambogia, Cina, Ruanda o Russia, vuoi per insegnare agli autoctoni come si usa una pompa idraulica, vuoi per fare addirittura gli “sviluppatori di applicazioni” (o quello che è): quanti aneddoti e quante esperienze che un Umberto Eco qualsiasi si sognerebbe! Eppure, come dicevo, nessuno è disposto ad ascoltarli, né tanto meno ad assumerli part-time come travel blogger (altrimenti chi penserebbe alle pompe – idrauliche, s’intende?).

È necessario un momento di onestà (cit., ma non è né Machiavelli, né Dante). Qualcuno deve pur dirlo: non se ne può più delle Silvie Romano. Gli italiani sono messi sempre peggio, ma con grandissima generosità, quando i media impongono loro di commuoversi per l’ennesima “viaggiatrice solitaria”, chinano il capo e agiscono a comando. Fanno tacere le loro viscere, non si immedesimano più nemmeno nelle notizie che leggono, cercano solo di dare la risposta giusta. Pur sapendo di essere i soliti sfigati che al momento opportuno dovranno riportare indietro qualcuno ne loro Paese troppo noioso e schifoso. Quindi torna presto a “casa”, Silvia, Alessia, o come ti chiami.

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