Duterte si ritira dalla politica: il sogno, diventato incubo, è finito

Rodrigo Duterte ha annunciato che non si ricandiderà alla vicepresidenza delle Filippine nelle elezioni del maggio 2022, ma si ritirerà completamente dalla vita politica. Nonostante il Partito Democratico delle Filippine (che, ricordiamolo, è di centro-sinistra) lo abbia appunto nominato come vicepresidente (per ricandidarlo in ottemperanza alla Costituzione delle Filippine che vieta un secondo mandato), Duterte ha deciso comunque di ritirarsi per assecondare “il volere del popolo”.

“Oggi annuncio il mio ritiro dalla politica”, ha detto, presentandosi a Manila insieme al senatore Christopher “Bong” Go, che lo sostituirà come candidato alla vicepresidenza. “L’opinione prevalente tra i filippini è che non sia adatto a governare”, e che in ogni caso “sarebbe come eludere la legge” candidarsi alla vicepresidenza.

La decisione di Duterte potrebbe aprire la strada a sua figlia Sara Duterte-Carpio, che aveva deciso di non correre alle elezioni finché suo padre sarebbe rimasto in politica. La 43enne ha sostituito per qualche anno il padre come sindaco di Davao City quando egli assurse a Presidente delle Filippine.

Duterte sembra aver perso consenso soprattutto nella gestione della pandemia, che ha voluto condurre con gli stessi metodi autoritari con cui ha condotto la guerra -quella sì popolare- allo spaccio. La politica di quarantene di massa ha portato anche lo Stato insulare alla catastrofe sociale ed economica, dimostrando indirettamente come di questi tempi non ci si può nemmeno fidare dell’autoritarismo.

Col senno di poi, si potrebbe dire che proprio la svolta autoritaria in un Paese fondamentalmente ingovernabile (anche dal punto di vista “geografico”) come le Filippine, abbia propiziato la successiva politica di lockdown e vaccinazioni forzate. Una bella lezione anche per quelli di noi che vanno pazzi per la “legge e ordine”.

Alla fine uno straccio di costituzione serve sempre: per esempio, Duterte avrebbe potuto dichiarare la legge marziale per affrontare il problema dello droga. Forse la sua “guerra” non sarebbe stata così efficace, ma se l’alternativa è stata alla fin fine quella di consentire agli sbirri di ammazzare chiunque si muovesse per strada, allora è il caso di ripensare completamente il concetto di “ordine” dal punto di vista politico nel XXI secolo.

Il problema della libertà è una questione filosoficamente complessa, perché è ovvio che ai cittadini che vivevano nell’incubo di un quartiere in preda agli spacciatori fosse stata tolta la libertà di vivere una vita normale e che Duterte, con il suo programma di omicidi extragiudiziali di massa, abbia ridato a quelle famiglie la libertà che avevano perso.

Tuttavia, giusto per fare un altro esempio, il Presidente filippino ha anche introdotto a livello nazionale quelle leggi draconiane (quattro mesi di galera) contro il fumo che aveva già sperimentato da sindaco di Davao.

La libertà evidentemente rimane un concetto metapolitico che nessuna Realpolitik potrà mai rendere obsoleto. L’unico lato positivo di tutta questa faccenda, un po’ squallida, è che almeno un reazionario è ancora in grado di imparare dai proprio errori: ma tutta la stampa italiota mainstream filo-governativa e parapiddina che oggi esulta definendo Duterte “dittatore”, “assassino” e “impresentabile”, non si è nemmeno accorta di aver adottato formalmente i suoi valori e i suoi metodi.

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