Esatto, sono un estimatore dell’apocalisse nucleare, come hai fatto a capirlo?

Ci eravamo scordati dell’apocalisse nucleare, “una delle cose di cui, per decenza, si tace”, come ricorda Karl Jaspers nel suo fantasmagorico La bomba atomica e il destino dell’uomo (del quale presto discuteremo). Eppure l’incubo, paradossalmente, ha maggiori possibilità di materializzarsi nel mondo attuale sempre più squilibrato, piuttosto che negli “ordinatissimi” decenni del dopoguerra, nei quali al contrario se ne parlava quotidianamente. Perché la questione essenziale è proprio questa: la necessità di un ordine qualsiasi come unico argine alla distruzione totale dell’umanità. La discussione però è potenzialmente infinita e potremmo star qui a dibattere fino a che non inizino a fioccare le bombe; peraltro essa non sarebbe nemmeno dettata dal panico per l’invasione russa dell’Ucraina, la quale in realtà rappresenta solo un altro momento della guerra civile interna all’Occidente, sostanzialmente la prosecuzione del covid con altri mezzi (chi ha orecchie per intendere intenda, gli altri vadano pure fuori dalle scatole).

Dunque cerchiamo di affrontare la questione senza isterismi né terrorismi psicologici di sorta. Il primo punto è che, personalmente, credo di meritarmi una bella atomica in testa per aver fatto la figura del Candide che vive nel migliore dei mondi possibili (o del Constant che annunciava la pace universale mentre l’Europa si preparava alla Grande Guerra) sostenendo, in questi anni, che la guerra termonucleare fosse impraticabile per la mancanza un theatrum belli atto a essa.

Il fatto è che il covid mi ha preso in contropiede: ormai mi ero convinto che l’esistenza, almeno in “Occidente”, fosse diventata così complessa da impedire a una grande potenza di nuclearizzarne un’altra nella misura in cui poi qualcuno si sarebbe dovuto prendere la responsabilità di ricreare tale complessità. Sì, sono discorsi complessi (appunto), ma per farla breve (non sono più tanto tagliato per la filosofia) quello che pensavo è che in un contesto in cui, almeno dalla guerra dei Balcani fino a quella siriana, ci si preoccupava di conservare tutte le testimonianze di biodiversità nonché di ricostruire esattamente tutti i monumenti distrutti (agli umani si sarebbe pensato in un secondo momento), non esistesse uno spazio materiale per sganciare l’atomica.

Avevo perciò ipotizzato che se ci fosse stata una guerra atomica, essa sarebbe stata “combattuta” o in qualche deserto mediorientale oppure nei “deserti” cosmici di nuovi pianeti da colonizzare (se qualcuno è interessato a queste idee strampalate, mi permetto di rimandarlo al mio post Carl Schmitt e il pianeta misterioso).

Carl Schmitt e il pianeta misterioso. Note sulla Terza guerra mondiale

Invece, con la pandemia e le politiche di lockdown si è scoperto che anche uno stile di vita “complesso e interessante” potesse perdere qualsiasi significato: le società occidentali, così vogliose di mostrare al mondo di aver dato un senso alla vita totalmente immanentistico, razionale, materiale ecc., si sono ridotte a res nullius, a una landa desolata che da un momento all’altro ha dimostrato di potersi privare di qualsiasi obiettivo a medio e lungo termine che rendesse una vita degna di essere vissuta. In sostanza, ci siamo resi “nuclearizzabili” privandoci di quella libertà per la quale eravamo disposti tacitamente ad accettare ogni intervento di “polizia internazionale”, come se il panorama mondiale fosse un “quartiere a rischio” nel quale gli americani avessero il ruolo di celerini.

E tutto ciò perché è accaduto? Perché, una volta eradicata la metafisica (e la metapolitica) dalla nostra vita activa, non abbiamo trovato un senso alle nostre esistenze, cioè non abbiamo offerto alcun contenuto positivo al nostro vago concetto di libertà (e di conseguenza di pace). Siamo usciti dalla storia illudendoci che fosse finita. Ma siamo punto e a capo.

La lezione da trarre da questa catastrofe annunciata è che non si può prescindere dal pensare all’atomica. Il che significa che non si può più prescindere da un ragionamento profondo su cosa sia l’essere umano. Non si può continuare a discutere di pace conferendo al termine un significato esclusivamente negativo, quale “assenza di guerra”. Il guaio è che ogni progetto di pace universale deve per forza fondarsi su una rivoluzione antropologica tutt’altro che pacifica (scusate l’ennesimo gioco di parole): per “sopportare” il peso dell’atomica si dovrebbe accettare come minimo l’imposizione di quello Stato universale omogeneo sul quale Leo Strauss e Alexandre Kojève si scornarono. Anche se quest’ultimo cercò poi di stemperare le sue posizioni evocando un impero globale delle “buone maniere” ispirato al modello giapponese, dove all’homo sovieticus plasmato come perfetto ingranaggio del sistema subentrava una formalizzazione totale dell’agire politico di stampo appunto nipponico (per chi volesse ancora approfondire, sempre a suo rischio e pericolo, mi permetto di rimandare al mio È finita la storia della fine della storia?).

È finita la storia della fine della storia? (Taubes, Kojève e… Fukuyama)

Il dilemma è che qualsiasi pretesa di “sistemare l’umanità” si arena sempre nel pericolo della “scomparsa dell’Uomo propriamente detto”, tanto che lo stesso Kojève ammetterà, in maniera sconcertante, che la fine della storia dovrà coincidere con la fine dell’uomo (cfr. Introduzione alla lettura di Hegel, Adelphi, Milano, 1996, pp. 541-542):

«Bisognerebbe dunque ammettere che, dopo la fine della Storia, gli uomini costruiranno i loro edifici e le loro opere d’arte come gli uccelli costruiscono i propri nidi e i ragni tessono le proprie tele, eseguiranno concerti musicali alla maniera delle rane e delle cicale, giocheranno come giocano i giovani animali e si daranno all’amore come fanno le bestie adulte. Ma allora non si può dire che tutto questo “rende l’Uomo felice”. Bisognerebbe dire che gli animali post-storici della specie Homo sapiens (che vivranno nell’abbondanza e in piena sicurezza) saranno contenti in funzione del loro comportamento artistico, erotico e ludico, visto che, per definizione, essi se ne accontenteranno. Ma c’è dì più. “L’annientamento definitivo dell’Uomo propriamente detto” significa anche la scomparsa definitiva del Discorso (Logos) umano in senso proprio. Gli animali della specie Homo sapiens reagirebbero con riflessi condizionati a segnali acustici o mimici e così i loro cosiddetti “discorsi” sarebbero simili al presunto “linguaggio” delle api. Ciò che allora scomparirebbe non sarebbe soltanto la Filosofia e la ricerca della Saggezza discorsiva, ma anche questa stessa Saggezza. Infatti, non si avrebbe più, in questi animali post-storici, “conoscenza [discorsiva] del Mondo e di sé”».

Di fronte a questa “apocalisse non dichiarata”, praticamente nessun pensatore ha avuto il coraggio di pensare alla guerra nucleare come alternativa all’annientamento non materiale ma morale dell’uomo. Uno dei pochi ad aver avuto l’ardire -e anche la follia- di formulare tale possibilità è stato Attilio Mordini, teologo sui generis di orientamento tradizionalista, che in alcune opere è giunto ad auspicare “la distruzione quasi totale dell’umanità” contro lo Stato universale omogeneo.

In una delle sue opere principali, Il Tempio del Cristianesimo (1963), Mordini definisce la guerra “ultima garanzia di spiritualità”, in particolar modo nei “tempi ultimi”, quando “aumenteranno provvidenzialmente le guerre e i rumori di guerra”: la polemica non è però generica, ma proprio indirizzata alla “Bestia Rossa”, che a suo parere sarebbe dovuta essere annientata con ogni mezzo necessario. Per il teologo, infatti, il destino peggiore per l’umanità non sarebbe la distruzione atomica, ma “questo progresso, questa pseudociviltà trascinata all’indefinito”. Ecco la sua “profezia” (espressa in un articolo del 1958) sullo scenario post-catastrofe:

«Ci accingiamo a guardare le cose dall’eternità quando ci rifiutiamo di aderire a qualsiasi convivenza fondata sul terrore atomico. Il nostro senso d’eternità è sapore d’Apocalisse; è senso escatologico e tradizionale. E tradizionale significa oggi essere disposti a tutto, significa preferire mille volte la distruzione quasi totale dell’umanità piuttosto che tollerare l’ateismo e il laicismo del mondo moderno; solo che poche coppie del genere umano si salvino sulla terra. Saranno certo quelli gli uomini migliori, più belli e più forti; se non saranno comunisti, se dopo lo sfacelo si inginocchieranno a ringraziare Dio segnandosi di croce, se infine ricorderanno uno per uno i dodici articoli del Credo, non saranno soltanto dei sopravvissuti, ma addirittura dei veri viventi; la nuova civiltà potrà costruirsi tradizionale e cristiana, e per il nostro sacrificio avremo salvato il mondo».

Per chi volesse approfondire le sconvolgenti opinioni di Mordini (un autore comunque da riscoprire), rimando -chiedo ancora venia- al mio Attilio Mordini e la crociata atomica.

La distruzione quasi totale dell’umanità: Attilio Mordini e la crociata atomica

Quindi, in conclusione, trovo che prima di parlare di guerra atomica con leggerezza bisognerebbe avere ben presenti la posta in gioco: da una parte una libertà alla quale purtroppo abbiamo dimostrato di non saper dare alcun significato (imbarazzanti, giusto per citare, gli appelli dei covidioti ora convertiti in kevidioti alla “libertà degli ucraini”); dall’altra una sicurezza che implica una trasformazione antropologica drammatica nonché potenzialmente suscettibile di togliere anch’essa ogni senso alla vita umana come finora l’abbiamo conosciuta. La “terza via” potrebbe essere quella suggerita dal tardo Kojève (e non da Fukuyama, che è un millantatore): un totalitarismo burocratico che regola la vita del cittadino universale secondo rigidi protocolli e scrupolosi cerimoniali, dove la forma è tutto nella misura in cui coincide con una sostanza che è nulla. E nel quale anche chi finisce accidentalmente stritolato dagli ingranaggi della storia deve farlo con una certa grazia, in modo estetizzante se non estatizzante, riconoscendo di esserselo meritato.

4 commenti su “Esatto, sono un estimatore dell’apocalisse nucleare, come hai fatto a capirlo?

  1. Rido di gusto al titolo dell’articolo. Non ho abbastanza cultura per dibattere di filosofia, ma il mio parere terra terra è meglio vaporizzato dalle atomiche che schiavo biologico di globohomo. Meglio la nostra amata Europa distrutta e inabitabile che decostruita pezzo per pezzo dalla Clique Internazionale e abitata dalle orde di razze non europee da loro appositamente introdotte.

      1. Tranqui, non ci sarà nessuna guerra nucleare. La Clique ha già trovato la soluzione finale al millenario problema europeo. Mi raccomando di prenotare subito la prossima dose, e di digiunare al freddo (o al caldo, in estate) per la libertà dell’Ucraina.

  2. Gli occidentali, giunti al termine della loro civilizzazione, si dirigono verso il destino dei popoli di fellah, che vivono di fatto oltre la storia. E’ tutto in Spengler.

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