L’europeismo è l’oppio delle élite

Trovo difficile esprimere lo sconforto procuratomi dalla lettura del libello Identità perdute. Globalizzazione e Nazionalismo (Laterza, gennaio 2019) del sociologo britannico Colin Crouch: un elogio acritico e zelante dell’europeismo mascherato da analisi riflessiva e ponderata. Ebbene sì, nel XXI secolo inoltrato abbiamo ancora gli intellettuali delle “magnifiche sorti e progressive”. Dal momento che un libro del genere non merita nemmeno una recensione, provvederò solo ad allineare schematicamente alcune delle castronerie profferite dal Nostro, in modo che il quadro non sfugga nemmeno al lettore più disattento o invasato.

Dunque, per riassumere, secondo Crouch:

  • L’unico contributo che la sinistra socialdemocratica può offrire al panorama politico odierno è schierarsi ciecamente dalla parte della globalizzazione;
  • Il Movimento 5 Stelle ha venduto l’anima scegliendo di andare al governo con la Lega, la quale è “dedita alla costruzione di campi di internamento per rifugiati” (p. 11);
  • Una delle conseguenze più gravi della carenza di manodopera immigrata è che “molti ristoranti chiuderebbero” (sic);
  • Senza globalizzazione saremmo tutti più poveri e avremmo più immigrazione illegale (della serie: la storia non si fa con i “se” ma con i mah…);
  • “Sembra che la campagna elettorale di Trump, il referendum sulla Brexit e le elezioni in Italia, Ungheria e Polonia abbiano tutte viste il coinvolgimento del denaro e del supporto della tecnologia informatica russi” (p. 93);
  • Il trattamento riservato alla Grecia è solo “un brutto momento” (sic) nella esaltante rincorsa verso l’Europa unita;
  • Il trilemma di Rodrik (non si possono avere contemporaneamente democrazia, sovranità nazionale e globalizzazione) si può agevolmente risolvere con “una globalizzazione moderata” (a posto così!).

E queste sono le cose meno imbarazzanti: sulle altre è meglio stendere un velo pietoso, come quando l’Autore, parlando della solita poesia di Rudyard Kipling che sembra scritta apposta per far incazzare i posteri, strizza l’occhio al politicamente corretto più spinto affermato che lo scrittore “aveva l’attenuante di non conoscere l’incubo dell’olocausto cui conduce la sua mentalità” (p. 86). Oppure quando chiude il volume con una stucchevole metafora calcistica (chiaro sintomo di cialtroneria): le identità nell’Unione Europea possono essere multiple perché il tifoso inglese può esaltarsi per un calciatore belga che gioca per la sua squadra (il ragionamento è proprio questo, giuro).

Identità perdute è tutto così: i troll russi hanno fatto vincere i populisti; i greci e gli italiani fannulloni sono stati salvati dall’euro; non c’è alternativa alla globalizzazione (che però al contempo può essere sempre “riformabile”); gli immigrati ci servono perché non si possono aumentare i salari senza aumentare l’inflazione; prima della globalizzazione le persone non viaggiavano; e, ancora, solo i vecchi hanno votato la Brexit, perché “le persone con una visione monopolistica dell’identità nazionale si concentrano tra le generazioni più anziane, mentre quelle a loro agio con l’idea di identità multiple tra i più giovani” (p. 130).

Più che un trattato di politologia, sembra un talk show di La7. Può un intellettuale giungere a un tale livello di squallore in nome di una ideologia che non riesce nemmeno a formulare nei termini più semplici? Forse il problema principale è proprio questo: anche volendo prendere sul serio le favole di Crouch (magari dopo un’apposita lobotomia), sono troppi gli elementi che egli accetta implicitamente, quasi fossero “dati di natura”. Per esempio, l’immigrazione: da un lato sembra assimilarla tout court alla fatidica “mobilità delle persone e delle merci” (sempre in base all’assunto che la gente abbia iniziato a viaggiare solo dopo la globalizzazione), dall’altra però sostiene anche che “gli immigrati che non sono economicamente attivi non hanno diritto di rimanere in un Paese se non possono sostenersi da soli” (p. 115). Ma allora sei razzista! A parte gli scherzi, questa confusione logica e mentale pervade l’intera operetta dal principio alla fine, dato che, per fare un altro esempio tra i tanti, Crouch è altresì incapace di offrire una definizione univoca di “Unione Europea”, che a seconda delle convenienze viene ridotta ad “agenzia internazionale” oppure ad “associazione economica mondiale”.

Dal punto di vista politico, il pastone è naturalmente incommentabile. L’unico rilievo che mi sento di fare (perché rappresenta uno dei tanti dogmi impliciti dei “socialdemocratici” odierni) è che nel versare la lacrimuccia per le condizioni di lavoro nei Paesi in via di sviluppo Crouch pare indirettamente attestare che solo qualche forma di pseudo-schiavismo sia in grado di garantire un “vantaggio competitivo” (p. 119). Dunque all’idea che la globalizzazione sia riformabile alla fin fine non ci crede nemmeno lui: è una frase fatta per nascondere la brutalità del diktat efficientista, che impone salari bassi, deflazione e politiche esclusivamente indirizzate al lato dell’offerta. Viva la sinistra!

È evidente che nello stendere il suo saggio Crouch abbia messo in pausa il cervello per attivare il pilota automatico: la mistica europeistica come fuga dal pensiero, ultima manifestazione di quella follia che spesso coglie gli intellettuali progressisti. Dall’oppio dei popoli all’oppio delle élite: risolvere qualsiasi aporia o dilemma (o trilemma!) invocando più globalizzazione, più europa, più immigrazione, più schiavitù. Se questa è la “sapienza”, forse si incomincia a capire perché gli elettori di mezzo mondo abbiano iniziato a votare per l'”ignoranza”.

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