La catastrofe delle élite (Antonio Pilati)

Vogliamo segnalare un’analisi della situazione politica attuale finalmente degna di tale nome (quale miracolo!): a fornircela è Antonio Pilati (componente del Cda Rai, chi l’avrebbe mai detto), che nonostante abbia optato per un titolo non molto originale, La catastrofe delle élite. Potere digitale e crisi della politica in Occidente (Guerini e Associati, dicembre 2018), è comunque riuscito a dare alle stampe una delle opere meno banali degli ultimi anni sul panorama contemporaneo italiano e internazionale.

L’élite a cui si riferisce è quella formata dai “pronipoti di Maria Antonietta”, i “privilegiati che non si negano il gusto di far la morale a chi è disperato”: un gruppo politico trasversale ed eterogeneo che a seconda dei casi si incarna nella “sinistra finanziaria e saudita della Clinton”, nel “tatticismo bottegaio della Merkel” o nello “sprezzante elitista Macron”.

Come  si vede l’Autore non ha alcuna remora nel rappresentare con toni politicamente scorretti lo squallore di quella che i cinesi chiamano “sinistra bianca“, la gauche caviar, il radicalismo chic: tuttavia il volume non è semplicemente una raccolta di invettive, anzi in alcuni momenti regala spunti di inedita lucidità. Ad esempio, quando Pilati delinea il quadro impietoso della socialdemocrazia occidentale post-89:

«La prima catastrofe della sinistra è quella del 1989-1991, quando la visone politica che propugna la costante espansione dell’economia pubblica – fino alla nazionalizzazione dei mezzi di produzione – e la solidarietà internazionale dei lavoratori più deboli e dei loro partiti […] finisce con il crollo dell’Unione Sovietica. La gran parte dei partiti comunisti cambia nome e si avventura verso linee politiche pro-mercato, molti partito socialisti scoprono che privatizzare è bello, seguono con fiducia la terza via di Blair e puntano tutto sui consumi, gonfiati con ampie quote di debito, come fattore di coesione sociale» (p 112).

Una sinistra in senso proprio “aberrante”, da distopia pura: consumismo, diritti civili e privatizzazione di tutti i livelli dell’esistenza, un establishment

«intriso di spirito cosmopolita e inserito con crescenti vantaggi in reti globali, [che] guarda ai rapporti internazionali con occhi corporativi e appare incapace di guidare – anzi persino di comprendere – quei pezzi di società che vivono in condizioni di disagio esistenziale ancora prima che economico» (pp. 58-59).

Il “capitolo Italia” è forse il più duro: l’élite nostrana, secondo Pilati, è quella composta dai tecnocrati stile Carli o Ciampi in combutta con i post-comunisti, “una filiera di classe dirigente […] [che] si è battuta lungo trent’anni […] per ridurre ai minimi termini […] la presa nazionale sulla politica economica” (p. 121).

I risultati di questa “dittatura del vincolo esterno”, unita allo snodo fondamentale (ma sempre posto in secondo piano dal saggista italiota medio) del divorzio tra Bankitalia e Tesoro, culminano letteralmente nella svendita del Paese, impietosamente fotografata dall’Autore:

«Nel 1993, dopo un accordo tra il commissario europeo alla concorrenza Van Miert e il ministro del Bilancio Andreatta per la liquidazione in tempi rapidi dell’Iri, è aperta la stagione delle privatizzazioni che con il governo Ciampi (1993-1994) investe soprattutto le banche e poi, sotto la regia del governo Prodi (1996-1999), si applica a settori produttivi cruciali come telecomunicazioni, grande distribuzione, autostrade. A distanza di vent’anni la cessione d’influenza presenta un bilancio negativo: Telecom si è infilata in una lunga trafila di cambi del controllo che hanno molto arricchito alcuni azionisti ma hanno ridotto la visione strategica della società e la sua capacità di investimento; Autostrade, ceduta a una cordata guidata dalla famiglia Benetton, ha aumentato la redditività ma lesinato sugli investimenti per la manutenzione; Italsider, passata alla famiglia Riva, si è tramutata, dopo infinite traversie giudiziarie, nel disastro Ilva; Sme, venduta a spezzatino a vari soggetti (alcuni efficienti, per lo più esteri, altri improbabili), vede la parte migliore finire di nuovo ai Benetton che presto ne rivendono il cuore (supermercati GS) ai francesi di Carrefour, mentre si tengono la parte autostradale (Autogrill). ln sostanza lo stile, un  po’ alla Eltsin, con cui le privatizzazioni sono state attuate amplifica la perdita di influenza e favorisce fenomeni di disgregazione: compratori scelti tra segmenti amici dell’establishment o utili alleati esteri; prezzi di vendita che alla fine si rivelano modesti e quasi sempre finanziati con una leva di debito molto lunga (talora poi scaricata nella società preda azzerando o quasi i costi di acquisto); garanzie molto scarse in prospettiva futura per consumatori e investimenti, a fronte di tutele assicurate ai compratori molto vincolanti. Di fatto il patrimonio di infrastrutture costruito dallo Stato italiano fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta appare svenduto (forse anche per la fretta posta dai vigilantes europei)» (pp. 122-123)

La parte più debole del libello è quella centrale, nella quale Pilati si perde in una prolissa digressione sulla rivoluzione digitale in campo mediatico (deformazione professionale); ad ogni modo tale “intermezzo” non toglie nulla al valore, anche di testimonianza, detenuto da La catastrofe delle élite, la cui lettura è quindi caldamente consigliata.

2 commenti su “La catastrofe delle élite (Antonio Pilati)

  1. Della conversione di Rampini che dici? Calcolando, e questa è la cosa più interessante, che ribadisce ad ogni apparizione il suo keynesismo ( cosa che desta ilarità o sospetti in chi vede che questo Friedman ed Hayek sono all’interno della stessa griglia )

    1. Non è una conversione, lo dice da sempre… Questo conferma la tesi che Trump è un Obama che ce l’ha fatta

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