I lettori medi di Adelphi: splendori e miserie dell’industria culturale

Parliamo, come al solito, di Adelphi: a conti fatti, anche la più raffinata casa editrice italiana, di fronte alla prospettiva di forgiarsi orde di adepti o kṣatriya, si è dovuta accontentare della profanissima casta del lettore medio. Una casta che comunque si difende bene e nel corso dei decenni ha addirittura sviluppato dei tratti identitari: lo scaffale color pastello in effetti ce l’hanno ormai tutti, essendo il design del “serpente di libri” diventato perlopiù emblema di quella “lettura impegnata” alla quale sono devoti gli italiani-che-leggono per ripicca verso gli italiani-che-non-leggono.

Sulla categoria del “lettore medio” del resto si potrebbero scrivere interi trattati: da una prospettiva contemporanea, per esempio, ne servirebbe uno per comprendere da che parte si collochi attualmente la bibliofilia middlebrow, se nell’ansia di livellare le proprie librerie comprando volumi dello stesso formato, oppure nella smania di prosciugare la propria carta di credito per scaricare incunabola elettronici che non verranno mai “sfogliati”.

Non credo che un esito del genere fosse appunto nelle intenzioni dello stesso Calasso, se pensiamo solo al disprezzo per il “lettore medio” da lui più volte dimostrato, quando –giusto per citare– irrideva alla

«bigotteria attuale […] [d]elle risibili campagne pubblicitarie per la promozione della lettura o altre iniziative del genere. Sarebbe funesto pensare che la lettura sia qualcosa di buono in sé. Pochi libri hanno avuto tanti zelanti lettori come Mein Kampf. Il migliore argomento che conosco in difesa della lettura in quanto tale è un’osservazione di Robert Walser: “Chi legge, nel momento in cui legge, non fa danno”».

Volendo proseguire sulla stessa linea, potremmo osservare che la storia degli italiani-che-non-leggono è solo una superstizione colta, inventata cinquant’anni fa dai liberali per rancore verso i connazionali che non avevano alcuna intenzione di votarli. Poi è diventata un luogo comune ripetuto dagli stessi editori, con uno zelo che va al di là delle necessità di marketing e si innesta direttamente sul tipico auto-razzismo tricolore. Sono queste le geremiadi che stuzzicano le fantasie del lettore (= “acquirente di libri”): «In Italia solo 4 persone su 10 nell’ultimo anno hanno letto almeno un libro. In altri Paesi europei questi dati sono invertiti, in Finlandia sono 8 su dieci» (A questo punto, non sarebbe una ingegnosa trovata commerciale stampare libri solo in finlandese? Qualcuno in effetti ci ha pure provato, vedi la Nuova grammatica finlandese di Diego Marani, ma non è andata molto bene).

Ma torniamo ad Adelphi: la fuoriuscita della casa editrice dalla Rizzoli (a seguito della fusione con Mondadori) ha probabilmente aggravato la tendenza “feticistica”, la brandizzazione dell’azienda in un grottesco passaggio dai numi di Suhrkamp e Gallimard a quelli di Apple e Nespresso. Col senno di poi potremmo finalmente interrogarci su quali fossero le reali intenzioni di Adelphi. In una bella intervista al “New York Times” (4 novembre 2015), l’umile Calasso si propose al pubblico americano come semplice editore, Italy’s publishing Maestro, ispirato da Aldo Manuzio “che visse nel Rinascimento”.

«All’inizio eravamo considerati piuttosto eccentrici e aristocratici. Però una volta giunti i successi commerciali, siamo stati accusati di essere troppo populisti».

Populist? Ah, allora adesso Calasso è pure “salviniano”!
A parte gli scherzi, nello stesso intervento egli aggiunge che “one of the fascinating things about publishing is the risk is immensely high and you’re never sure of anything”. Ecco, questo è decisamente uno dei punti più controversi: il fatto che il Nostro abbia rilevato il 58% di Adelphi detenuto da Rcs in un batter di ciglia dimostra come le risorse, nei momenti critici, non manchino mai. Ripensando alle innumerevoli occasioni in cui l’editrice avrebbe rischiato il fallimento (sin dal primo istante della sua fondazione), è difficile credere che non abbiano qualche “angelo protettore” (anche se forse non è propriamente un “angelo”).

Ricordiamo a tal proposito i tempi in cui le maglie dell’industria culturale erano più strette e ogni volta che si discuteva sui giornali di un nuovo Adelphi bisognava sempre includere nella recensione la domanda di rito Ma è di destra o di sinistra? Più volte si è raggiunta la tensione massima col mondo dell’egemonia culturale, anche se va ammesso che Calasso ha sempre cercato di prendere il toro per le corna, riservando alla “sinistra” gli strali più acuti. Chi volesse farsi un’idea dell’intensità di talune battaglie (il cui strascico più recente è stato lo scontro con Vittorio Strada su Brodskij e la “biennale del dissenso”) potrebbe rileggere con profitto la serie di articoli di “Repubblica” scatenati dalla pubblicazione di Le Salut par les Juifs di Léon Bloy: a cominciare da Sulle macerie della sinistra (2 agosto 1994) di Alfonso Berardinelli, che appunto si apre con la fatidica domanda (“Ma l’Adelphi è di destra?”):

«L’Adelphi ha intelligentemente prosperato sulle macerie della sinistra, arrivando a forme di vera colonizzazione culturale. […] Come definire altrimenti l’amore scoppiato a sinistra per autori come Martin Heidegger, Ernst Jünger o Carl Schmitt, un amore dagli aspetti penosi e provinciali? […] In molte scelte di Adelphi, viste attraverso i saggi di Calasso, si può intravedere un profondo disprezzo, in parte fondato, in parte dogmatico, della cultura di sinistra, quasi come se sinistra e stupidità coincidessero e come se non ci fosse una stupidità di destra. […] Se la sinistra continuerà così, Adelphi pubblicherà anche Gramsci, privato, però, della sua storia».

In coda al pezzo comparve anche una nota di Cesare Cases:

«L’Adelphi ha coltivato un suo filone irrazionalistico, in ogni caso ha stampato autori che nessuno pubblicava. […] Si tratta spesso di autori che poi sono stati utilizzati o sbandierati dalla destra, quando non proprio pensatori fascisti come Carl Schmitt».

Nella polemica interverrà in seguito Susanna Zevi, la figlia di quell’Alberto Zevi che creò Adelphi con Luciano Foà e Roberto Olivetti (e che fa ancora parte del suo consiglio d’amministrazione), dichiarando che il padre “si era opposto con tutte le forze alla pubblicazione di questo libro che giustamente considerava un pamphlet antisemita”:

«Riteneva indispensabile, almeno, una prefazione che mettesse nella giusta luce le tesi di Bloy. Non ci si può appellare alla libertà di stampa o alla censura. Coi tempi che corrono, questo libro l’avrei lasciato fare a Ciarrapico. […] Era il pallino di Roberto Calasso, ne parlava da anni, e questa volta ha trovato il modo di giustificare un’operazione editoriale ambigua. […] Persino Luciano Foà si era opposto, come qualche consulente della casa editrice, che dopo la pubblicazione si è dimesso».

Ancora Cases parlò di “una strategia editoriale, quella della Adelphi, che ha quasi da sempre simpatie per la destra”. Le parole più dure furono quelle di Cesare Segre, che definì Bloy “immondo, fanatico, delirante”, collocando Adelphi “nell’area della nuova destra” e accusando Calasso di nazismo tout court («Hitler, dal profondo dell’inferno, manderà i suoi fax di ringraziamento»).

Lo “scomunicato” Calasso ebbe poi modo di rispondere sul “Corriere” e “Repubblica”, difendendosi anche dalle accuse di antisemitismo, in verità fomentate da un incauto opinionista di via Solferino, che aveva proposto la liquidazione dell’ebraismo, “un pensiero tribale e mitico”, come “hobby o mania” allo scopo di “scongiurare nuovi e sicuri olocausti” (ma pensa com’era il “Corriere” di una volta!).

Ancora su “Repubblica” (Bloy, uno scandalo al sole, 2 agosto 1994), il patron di Adephi ribatté alla taccia di “hitlerismo” con lo specchio riflesso dello “stalinismo” («Sentiamo subito echeggiare le stridule note di un libro tra i più infausti del nostro secolo, La distruzione della ragione, di Lukacs, stendardo culturale di un regime, quello sovietico, che in fatto di massacri non è stato secondo a nessun altro»); mossa che lasciò Segre di stucco: «Avrei discusso volentieri con Calasso, ma mi rendo conto che ha perso le staffe».

Nella sua arringa difensiva, Calasso si spinse forse troppo in là, rivelando di aver pubblicato Bloy in quanto profeta della dissoluzione, annunciatore della manifestazione della terza figura divina, lo Spirito Santo, nella forma del Paracleto errante, come inabissamento risolutivo della vicenda umana nel nulla.

Potremmo aggiungere tante altre cose sul significato “metapolitico” dell’operazione Adelphi, forse il tentativo più riuscito di pubblicare il Necronomicon a puntate. Battute a parte, prendiamo per esempio Il crollo della mente bicamerale di Julian Jaynes: nella sua bella edizione inglese non è che un’onesta opera di divulgazione, ma una volta impacchettata nel formato calassiano si trasforma in una rapsodia hillmaniana, nella versione psicologia de L’idea del theatro di Giulio Camillo, nel Tao della neurologia, nell’apologia della schizofrenia schreberiana in forma di ierogamia androgina tra i due emisferi cerebrali, e in tante altre cose arcane e selvagge.

Non ha dunque più molto senso la polemica (pseudo-)”umanistica” nei confronti di una congrega disumanistica, che –tanto per dire– considera il delitto «un avvenimento festoso, che fa palpitare i nostri cuori e le nostre intelligenze, e appartiene alla categoria della bellezza» (Pietro Citati), una congrega che «non fa mistero della […] passione per gli incantesimi e meno che mai del giubilo che possono procurargli tutti quegli orribili misfatti – da quel primo supercrimine che fu la creazione del mondo giù giù fino alla performance dei fidanzatini di Novi Ligure» (Ruggero Guarini). E questo è solo ciò che dicono nelle interviste, figuriamoci poi nei libri (tanto alla fin fine non li legge nessuno, li si compra e basta): accoppiamenti con animali di tutti i tipi (vivi o morti), castrazioni rituali, pedofilia sacra, genocidi a caso, cannibalismo, sacrifici umani, autoerotismo a sfondo bellico e inchiappettamenti assortiti.

L’unica certezza residua è che al giorno d’oggi sia proprio Roberto Calasso uno dei pochi intellettuali in grado di rivestire il ruolo di “intoccabile”, di arbiter elegantiarum e Venerato Maestro. Ne La rovina di Kasch egli discute diffusamente (e fumosamente) sulla natura del potere e sulla legittimità a impadronirsene, spingendosi talvolta fino ai margini della sua professione, che è la critica, l’opinionistica (in fondo sempre di Sainte-Beuve stiamo parlando; se poi C. in segreto è un santone, tutto ciò è under the Chatham House Rule). Tuttavia, nel caso in questione, egli tratta solo di potere, o Potere (o “potere”, chessò), assumendo come leitmotiv la domanda del conte di Périgueux a Ugo Capeto: Chi ti ha fatto re?

È inevitabile che tale istanza giunga infine a coinvolgere gli arcana imperii dell’industria culturale; stupisce però che Calasso in quella occasione non abbia richiamato il celebre “scambio di battute” tra Iosif Brodskij e un giudice sovietico:

Giudice: Qual è la sua professione?
Brodskij: Poeta, poeta e traduttore.
Giudice: E chi ha riconosciuto che siete poeta? Chi vi annovera tra i poeti?
Brodskij: Nessuno. (senza sfida) E chi mi annovera nel genere umano?
Giudice: Avete studiato per questo?
Brodskij: Per cosa?
Giudice: Per essere un poeta! Non avete cercato di completare l’università dove preparano… dove insegnano…
Brodskij: Non pensavo… Io non pensavo che ci si arrivasse con l’istruzione
Giudice: E come?
Brodskij: Io penso che…(confuso) venga da Dio…

“Chi ti ha fatto re?” “Chi vi annovera tra i poeti?”. Dopotutto non è importante come nascano certi mostri sacri: ciò che conta è che essi esistano, anche solo nelle vesti di convitati di pietra. Le prove che Calasso sia uno dei pochi autorizzati a parlare del resto sono numerose: sempre restando a Brodskij, nell’allucinante biografia di Eduard Limonov redatta da Emmanuel Carrère, il poeta russo viene definito “stronzo” e “vecchio rincoglionito”. Calasso avrebbe potuto respingere il libro solo per le espressioni infelici rivolte contro uno dei “suoi”: invece l’ha pubblicato, probabilmente sollecitato da RCS che desiderava avere tra le mani un nuovo “manifesto anti-putiniano”, con però la consapevolezza che il serpente di libri avrebbe provveduto a nascondere tra le spire le scialbe ed essoteriche tematiche di una “dissidenza” ormai posticcia (cosa credevano, al “Corriere”, che Limonov fosse una Politkovskaja o un Chodorkovskij?), per far risaltare gli ingredienti forti dell’adelphismo: sodomia iniziatica, sacrifici umani, guerre a caso, violenza asiatica, sciamanesimo orientale («Credo che [per Limonov] uccidere un uomo in un corpo a corpo sia come farsi inculare: qualcosa che almeno una volta nella vita devi provare», scrive Carrère a pagina 273).

Ora, questo solo a dimostrazione che Calasso può ormai fare il bello e il cattivo tempo, dettare l’agenda, eccetera: tutto ciò che tocca diventa magicamente Adelphi (che non so quanto in comune abbia con l’oro o altre sostanze). Et de hoc satis.

Torniamo dunque alla questione del “lettore medio”: se nella sua versione maschile lo si può identificare pacificamente con l’immenso Giacomino Poretti, è l’incarnazione femminile, la lettrice media, a obbligare a un’analisi più complessa e approfondita.

Ai problemi di carattere generale a cui abbiamo accennato, si aggiungono infatti quelli generati dal micidiale connubio “Adelphi” & “donne sole”. In particolare quando il soggetto donnasola-1 incontra il soggetto donnasola-2 e assieme intessono certe micro-idolatrie calassiane, che si sbrogliano all’istante quando la donnasola2 sottrae inavvertitamente uno degli Adelphi preferiti della donnasola1, e la donnasola2 è perciò costretta a trovarsi un altro appartamento, o un altro uomo (tratto da una storia vera).

Il problema è cocente soprattutto per i maschi ingenui che si imbattono nella ragazzetta col fatidico “scaffale Adelphi” di cui sopra: loro ci vanno, e subito salta fuori un gatto, poi un altro e un altro ancora. Osservando i rapporti che la padrona intrattiene con il suo esercito di animali domestici, non si può fare a meno di paventare subitanei contagi di salmonella e toxoplasmosi (perché, essendo uscito con una che legge Adelphi, sicuramente si è ipocondriaci). A un certo punto, non si sa come, succede che forse si riesce a combinare qualcosa. Prima però che il “qualcosa” si verifichi, accade esattamente quel che Houellebecq aveva previsto: «Vous parlera de ses anciens mecs – en vous donnant, au passage, l’impression de ne pas être tout à fait à la hauteur –» etc. Dopodiché I couldn’t get a boner right now if I tried (per venire incontro a un pubblico più internazionale).

Insomma, che volete fare della vostra vita? Volete farla assomigliare a un servizio di “Vice”? Se no, allora adottare questa semplice regola: appena una ragazza, o una donna, o qualsiasi cosa assomigli a un esemplare femminile di umano, nomina “Adelphi” o “Calasso” (fa lo stesso anche se intende “Carasso”, uno degli ebrei che ha contributo a distruggere il glorioso Impero Ottomano più di un secolo fa), voi… scappate.

Piantatela subito lì (non è difficile, tanto certe storie nascono quasi esclusivamente su internet, perciò basta non rispondere ai messaggi o bloccare direttamente). Perché le femmine sono le prime vittime del “serpente di libri”, ne fanno una religione, una malattia (o una “religione della malattia”, cfr. Thomas Bernhard). Sed etiam de hoc satis.

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