Il Diario di Gerusalemme del Conte di Ballobar

Opera fondamentale, il diario del Conde, purtroppo da tempo non più ristampata in spagnolo (ma disponibile online, da qualche parte), proposta in traduzione dalla britannica Tauris (link sponsorizzato).

Antonio de la Cierva y Lewita – Conde de Ballobar e Duque de Terranova – nacque a Vienna nel 1885 dove suo padre prestava servizio come addetto militare spagnolo. Nel 1911 entrò nel servizio consolare spagnolo e nel maggio 1913 fu nominato console a Gerusalemme. Nel 1920 sposò Rafaela Osorio de Moscoso e l’anno dopo si dimise dalla carica di console per tornare in Spagna e prestare servizio al Ministero degli Affari Esteri. Tra il 1949 e il 1952 fu nuovamente console a Gerusalemme e fino al 1955 direttore dell’Obra Pia. Morì a Madrid nel 1971 all’età di 86 anni.

Quando la prima guerra mondiale scoppiò in Europa nell’autunno del 1914, un giovane diplomatico fu inviato a Gerusalemme per prendere in carico il consolato spagnolo nella città. Antonio de la Cierva y Lewita, meglio noto come Conde de Ballobar, ha annotato gli eventi e descritto le sue esperienze in una testimonianza unica, divenuta risorsa inestimabile per gli storici. Il diario di Ballobar fornisce una visione senza precedenti della tarda Gerusalemme ottomana e degli sconvolgimenti della vita in tempo di guerra. Un resoconto dettagliato della battaglia tra le chiese locali per il controllo dei luoghi santi della città, della diffusione del sionismo e dell’istituzione del mandato britannico, il tutto dalla prospettiva di osservatore privilegiato.

La più grande preoccupazione di Ballobar dall’inizio della guerra fu la situazione delle istituzioni religiose cattoliche nella città. Alla fine del 1914, le autorità ottomane notificarono agli ordini religiosi di abbandonare i conventi. In diverse occasioni il diplomatico spagnolo si fece ricevere dal capo militare ottomano Zaki Bey per chiedergli di interrompere l’occupazione degli edifici religiosi. Ballobar era anche preoccupato per la sorte del clero francese e di altre nazionalità, deportato da Gerusalemme in Siria o espulso in Egitto. Inizialmente incaricato di proteggere gli interessi britannici e francesi in Palestina, in seguito il diplomatico spagnolo dovette occuparsi anche di quelli italiani e americani, finché -ironia della sorte- quando le truppe austriache e tedesche lasciarono il campo, dovette anche farsi carico dei loro, diventando così una specie di “console universale” a Gerusalemme (fu anche coinvolto nella protezione degli appartenenti alla comunità ebraica per tramite degli Stati Uniti, che lo incaricarono di distribuire aiuti ai suddetti).

Con il progredire della guerra, Ballobar si rese conto che gli ottomani sembravano inclini a perderla e, allo stesso tempo, strinse una grande amicizia con Cemal Paşa (generale parte del triumvirato militare che guidò l’Impero dal 1913 alla fine della Grande guerra), dal quale ottenne molte concessioni di cui beneficiarono indirettamente persone e istituzioni da egli protette. Pur molto critico nei confronti dell’Impero ottomano (“Impossibile immaginare un governo più detestato e detestabile”) si rese conto che i turchi avevano istituito un sistema in grado di garantire la convivenza delle diverse comunità. Certamente era a conoscenza della tragedia che aveva colpito gli armeni e temeva che i cristiani e gli ebrei subissero la stessa sorte in Palestina, ma si rese conto che in Palestina il nemico principale degli ottomani era il movimento nazionalista arabo.

Dal momento che la madre del Conte era una ebrea convertita, molti potrebbero domandarsi se il console fosse favorevole o meno al sionismo. È certamente una domanda legittima, ma a cui è difficile rispondere. Ballobar inizialmente aiutò gli ebrei bisognosi nella Gerusalemme in guerra. In seguito gli assegnarono la responsabilità di distribuire gli aiuti agli ebrei, specialmente dagli Stati Uniti, quando l’omologo americano Otis Glazebrook lasciò Gerusalemme a causa dell’interruzione delle relazioni diplomatiche tra Washington e Impero Ottomano nella primavera del 1917. Tuttavia, né dal diario né da altre fonti si può dedurre alcunché sulla sua posizione riguardo il sionismo.

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