Microcrediti & Macromigrazioni

Vogliamo segnalare qualche articolo sul fenomeno del cosiddetto “microcredito” e il modo in cui esso alimenta indirettamente l’emigrazione dai Paesi in via di sviluppo.

Il primo è della sociologa americana Maryann BylanderThe Growing Linkages Between Migration and Microfinance (“Migration Policy”, 13 giugno 2013), tradotto in italiano da “Vocidallestero” (Il crescente legame tra migrazioni e microcredito, 16 luglio 2017):

«Il microcredito è cresciuto sensibilmente e costantemente in tutto il mondo in via di sviluppo: oggi circa 100 milioni di persone in più di 90 paesi prendono prestiti dagli istituti di microfinanza […]. Alcune famiglie utilizzano il microcredito come anticipo sulle rimesse attese da parte dei familiari all’estero; altre utilizzano prestiti per finanziare i costi dell’emigrazione. Ci sono anche prove che l’emigrazione viene utilizzata come meccanismo di copertura per gestire il debito quando le microimprese falliscono, spingendo all’estero chi ha preso il prestito, alla ricerca di migliori opportunità economiche.
[…] Gli istituti di microfinanza vengono percepiti come attrezzati unicamente per supportare i programmi di sviluppo basati sulle rimesse. Tendono infatti ad essere localizzati nelle stesse aree povere rurali dove l’emigrazione è comune, e stanno già fornendo servizi finanziari in questi contesti. Per questo motivo sono adatti a diventare fornitori di prodotti finanziari destinati alle famiglie degli emigranti.
[…] Gli istituti di microfinanza sono sempre più interessati a lavorare con gli emigranti in modo maggiormente significativo, in particolare con i sistemi riferibili al credito. La maggior parte degli istituti di microfinanza è interessata a continuare ad espandere i suoi portafogli di prestiti, sfruttando nuovi mercati e offrendo una gamma più ampia di prodotti. Gli emigranti –e le potenziali rimesse che rappresentano– offrono un nuovo mercato lucrativo.
[…] I prestiti che sembrano destinati ad essere rimborsati attraverso l’impresa locale vengono in realtà rimborsati grazie alle rimesse. Presi insieme, li si può considerare come migra-prestiti – prestiti ottenuti da istituti di microfinanza che vengono poi utilizzati insieme a strategie di emigrazione internazionale».

La ricercatrice riporta come esempi di immigrazione stimolata dal microcrediti i 250mila cambogiani in Thailandia («La maggior parte sta emigrando da aree rurali emarginate, luoghi in cui la recente crescita dell’economia cambogiana non ha avuto ricadute tali da migliorare sostanzialmente i mezzi di sussistenza»), i giovani senegalesi («Le famiglie utilizz[a]no il microcredito come anticipo in contanti sulle rimesse dei parenti che vivono all’estero») e il Tagikistan («Durante il periodo peggiore della recente crisi finanziaria, solo i mutuatari degli istituti di microfinanza con membri della famiglia che inviavano rimesse dalla Russia potevano permettersi di ripagare le loro rate mensili»).

Il secondo articolo è del gruppo anarchico “Comidad” (Prove tecniche di privatizzazione delle frontiere, 13 luglio 2017):

«[…] Gli immigrati rimettono all’estero gran parte del loro salario, alle famiglie di origine e alle agenzie di microcredito che gli hanno prestato il denaro per emigrare. […] Suscitata per abbattere il costo del lavoro, oggi l’immigrazione è diventata un business in se stessa […]. Gli immigrati sono infatti dei super-fruitori di “servizi” finanziari per i poveri, dal microcredito dei “migration loans” alle rimesse. “Rimesse degli emigranti” ha un suono un po’ patetico, ma sta di fatto che il sistema bancario africano ne ha fatto oggetto di alchimie di finanza “innovativa”: le famigerate cartolarizzazioni, che, come è noto, fanno parte della affollata famiglia dei titoli derivati. Ipocritamente le banche africane si chiedono se sia opportuno rinunciare a forze lavorative giovani e dinamiche in cambio dell’attivazione di flussi di capitali, ma la scelta è stata già fatta e va nel senso della ulteriore finanziarizzazione dell’economia e dei rapporti sociali a livello mondiale.
Vari studi scientifici infatti hanno già posto in evidenza il legame tra accesso al microcredito e propensione all’emigrazione, ciò non solo in Africa ma anche in Paesi asiatici come la Cambogia. Chi si indebita tende ad emigrare; o meglio, non ha altra opzione se vuole sperare di ripagare il debito, anche se ciò non lo salva dalla spirale delle insolvenze. Poco male, visto che anche le insolvenze possono essere “cartolarizzate”.
L’intreccio tra microcredito ed emigrazione è uno di quei segreti di Pulcinella su cui tutti i media rigorosamente tacciono, dato che non si devono disturbare certi interessi finanziari legati alla mobilità internazionale dei capitali. In questo “segreto” ci sarebbe inoltre una semplice soluzione per limitare i flussi migratori ed indurre senza traumi gli immigrati a tornare a casa propria: basterebbe infatti ai governi comprare i debiti dei migranti in modo da liberarli dal vincolo e dal ricatto. Sarebbe una soluzione molto meno costosa di quelle attuate adesso e andrebbe accompagnata da sanzioni diplomatiche nei confronti delle innumerevoli ONG coinvolte nel business del microcredito ai migranti. Certo che sarebbe una bella batosta per il business nostrano della pelosa “accoglienza”. […]».

Infine, un contributo di Ilaria Bifarini apparso recentemente sul suo sito (Microcredito e migrazioni di massa: la finanziarizzazione della disperazione, 22 Febbraio 2019):

«[…] Analizzando la frequenza e le modalità di emigrazione della popolazione si scopre una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l’estero. […] [In Bangladesh], grazie all’appoggio di illustri sostenitori come i Clinton e Bill Gates e con il sostegno della stessa Banca mondiale, venne creata nei primi anni ’80 la Grameen Bank, istituto finanziario che concedeva denaro alle persone più indigenti, impossibilitate ad avere accesso al credito, con il fine “filantropico” di offrirgli un futuro migliore. I prestiti concessi si tramutarono in un incentivo all’emigrazione per la popolazione locale, priva degli strumenti e delle possibilità di investire le somme ricevute in modo proficuo e di poterle restituire con i dovuti interessi. In men che non si dica si è venuto a creare il business dei cosiddetti “migration loans”, un affare d’oro per organizzazioni non governative come [la] BRAC (Bangladesh Rural Advancement Commitee), leader nel settore. […] Oltre a fornire i finanziamenti e l’assistenza per emigrare, l’organizzazione non governativa più grande al mondo si occupa anche di come ottenere il rimborso e il pagamento del prestito. […] Tra giugno 2014 e giugno 2016 BRAC ha offerto questo servizio a oltre 40.000 famiglie.
Un business sul business quello di BRAC, che opera non solo in Asia ma anche in America Latina e in molti paesi dell’Africa. Vengono concessi finanziamenti non per lo sviluppo dell’economia locale, bensì per incentivare l’emigrazione, secondo un infondato modello di sviluppo economico che vede nelle rimesse da parte dei migranti una fonte di crescita per il paese d’origine. […] Un affare d’oro quello delle rimesse – a latere del quale prolifera il settore delle agenzie di recupero del credito – che ha visto un incremento in termini globali di oltre il 50% in soli 10 anni, per una cifra complessiva di 445 miliardi di rimesse nel solo 2016, il 13% delle quali è stato inviato in Africa (dati Ifad). […]».

La questione rientra naturalmente nel problema più ampio del “business della filantropia” e del maquillage buonista con cui si copre l’ininterrotta razzia dei paesi del Terzo Mondo. A tal proposito, ci permettiamo di segnalare in coda un paio di nostri post sul tema.

Sull’impossibilità di un “colonialismo solidale”

I buonisti devono cominciare a odiare l’Africa

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