Sull’impossibilità di un “colonialismo solidale”

Un titolone del “Corriere” del 7 settembre 2017, Un’utopia per l’Africa, il “colonialismo solidale”, ha fatto indignare gli indignati di professione (che del resto non possono far altro che indignarsi). In effetti si trattava una buona occasione per guadagnare punti almeno a livello ideologico, ma l’emotività e il sentimentalismo con cui si affrontano certe questioni a “sinistra” hanno impedito di andare oltre i piagnistei. D’altro canto, sarebbe stato opportuno leggere il pezzo piuttosto che fermarsi al titolo e correre subito su Twitter a proclamare la propria indignazione. Perché in tal caso gli indignati avrebbero scoperto che l’estensore del pezzo, dopo aver rivolto critiche condivisibili sia al Pd (che si sdegnò degli accordi coi libici quando era all’opposizione) sia alle cosiddette “Ong (che addossano al governo le responsabilità dell’Onu e dell’Ue), invoca nientedimeno che la stessa cosa che vogliono i suoi improvvisati contestatori: l’esercito comune europeo

«Toccherà all’Europa, quando e se avrà un orizzonte geopolitico e un esercito comuni, riportare in Africa maestri e ingegneri, medici e soldati. […] Dopo il colonialismo, una decolonizzazione vile e piena di sensi di colpa e il feroce neocolonialismo economico delle multinazionali, forse il XXI secolo dovrebbe inventarsi il “colonialismo solidale”. Non per bontà, ci mancherebbe. Ma perché aiutando loro, aiuteremmo parecchio noi stessi».

Insomma, niente sceneggiate: l’Altra Europa che gli indignados di professione invocano reca in sé l’esigenza stessa di un esercito europeo; il resto non è che una questione di dettagli (dovrà assorbire le forze armate degli altri Paesi o comportarsi come un’armata parallela? potrà combattere solo le guerre giuste per i bimbi poveri, o anche quelle sbagliate contro i genitori dei bimbi poveri?).

Da questo punto di vista la discussione potrebbe concludersi qui. Tuttavia l’occasione è troppo ghiotta per non approfondire il senso dell’infelice espressione “colonialismo solidale”. Se l’editorialista del “Corriere” lo proietta al futuro, nelle magnifiche sorti e progressive del Più Europa, noi invece ne riconosciamo già l’esistenza, in forma talmente pervasiva da potersi fregiare di un’ulteriore coloritura filantropica: “colonialismo equo-solidale”.

Uno dei suoi più convinti patrocinatori è senza dubbio il noto Jeffrey Sachs, ormai diventato una sorta di “consigliere spirituale” di Papa Bergoglio, tanto da suggerigli di calcare la mano sulla responsabilità dell’uomo per gli uragani che di recente hanno colpito gli Stati Uniti. Una tesi ripugnante a livello morale (oltre che scientifico), ma che proprio Sachs non si è vergognato di ripetere in un’intervista allo stesso “Corriere” del 12 settembre: «L’uragano Irma ci ha dato una lezione». Ormai l’economista statunitense parla come un Testimone di Geova: «Abbiamo meno di 30 anni per metterci al sicuro». Svegliatevi!

Ecco, questo Sachs è il capofila della vasta schiera di benefattori che con le loro “buone intenzioni” hanno impedito negli ultimi decenni che le economie di diversi Paesi africani si avviassero verso la strada dello sviluppo. Dietro di lui c’è un altro benefattore più quotato, l’onnipresente George Soros, che ogni tanto butta qualche milione di dollari nei progetti del suo protetto per «appagare il suo istinto di speculatore» (lo ha dichiarato alla giornalista Nina Munk); accanto a lui, poi, una ridda di rockstar e attori hollywoodiani che lo aiutano a vendere meglio la sua immagine di santone dello sviluppo sostenibile.

La filosofia di Sachs è riassumibile in una formula sgradevole ma efficace: “gettiamo monetine ai negretti”. È con tale interiore convincimento che il Nostro, in veste di consulente speciale per le Nazioni Unite, ha diretto per anni il Millennium Project, un piano per eliminare la povertà nel mondo partendo dai villaggi africani. Gli esiti sono stati fallimentari, come dimostra l’impietoso volume della Nina Munk appena citata, The Idealist: Jeffrey Sachs and the Quest to End Poverty (2013).

Tutti i progetti di Sachs, dalla shock therapy per saccheggiare e umiliare i Paesi dell’ex-Urss ai Millennium Villages trasformati in baraccopoli a causa della pioggia di finanziamenti giunta da chissà dove, rappresentano dei “costosi monumenti al suo ego”, come ha dichiarato ancora l’amico Soros (!).

Alla dissezione di questo “colonialismo equo-solidale” l’economista William Easterly ha dedicato il volume I disastri dell’uomo bianco (2007), nel quale descrive perfettamente la mentalità bipartisan  che lo sostiene (alla quale ovviamente partecipa il giornalista del “Corriere” di cui sopra):

«Alla sinistra piace l’idea di un grande sforzo collettivo per combattere la povertà. Alla destra piace invece l’idea di un imperialismo benevolo che ha lo scopo di diffondere il capitalismo e di domare l’opposizione all’Occidente. […] Si arriva così alla bizzarra combinazione di aiuti internazionali sostenuti dalla sinistra e di interventi militari sostenuti dalla destra (anche se ognuno sconfessa l’altro)».

Rispetto agli anni in cui scriveva Easterly, il problema sembra essersi aggravato, poiché se egli fino al 2005 poteva onestamente considerare il cosiddetto “micro-credito” come un’alternativa ai “piani quinquennali” onusiani, oggi invece, nel giro di pochi anni, è emerso come la sua efficacia sia “micro” solo nei risultati auspicati (ma sfortunatamente “macro” nella privatizzazione del welfare e nella “individualizzazione” di stampo neoliberista della creazione di ricchezza).

In conclusione osserviamo con apprensione che da quando la Pontificia Accademia delle Scienze ha chiamato a sé Sachs, sembra che l’esercito dei “colonialisti solidali” abbia trovato in Bergoglio il suo dominus totius orbis: eppure non è affatto inverosimile pensare che un giorno la Chiesa sarà costretta ancora a scusarsi per aver benedetto le “buone intenzioni” dei potenti di turno.

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