Donald Trump e il populismo economico

Qualche mese fa negli Stati Uniti è uscito il volume Trumponomics, interessante disamina delle politiche economiche di Trump per “far tornare grande l’America” firmata da due importanti economisti repubblicani, Steve Moore e Arthur Laffer, con il contributo di Larry Kudlow, altro storico rappresentante della Reaganomics che da vero signore non ha firmato il volume poiché chiamato alla direzione del National Economic Council.

Il “manifesto” non ha suscitato molta attenzione da parte della stampa per chiari motivi politici. Gli unici ad averne parlato in prima pagina sono stati quelli del Financial Times, ma solo per scomunicare le idee di Moore ai tempi in cui era in lizza per la FED: a dire dell’autorevole foglio britannico, l’economista sarebbe un pericoloso sostenitore di una looser monetary policy, ispirato da un perverso appetite for easy monetary policy. In effetti Trumponomics (del quale parleremo più approfonditamente in altra sede) è un peana all’espansionismo monetario che a tratti sembra volutamente provocatorio, in particolare quando ricorda  che  anche i più devoti (a parole) al culto del “pareggio di bilancio” alla prova dei fatti si sono comportati in maniera sfacciatamente keynesiana.

L’esempio più lampante è rappresentato da quei neocon con la bava alla bocca per lo “spendaccione” Trump che plaudirono allo stimulus bushiano negli anni ruggenti in cui si rese necessario “abbandonare i principi del libero mercato per salvare il libero mercato” (ipse dixit): quasi un trilione (sic) di dollari venne perlopiù impiegato in sgravi fiscali…

Questa polemica è riemersa costantemente durante gli anni del “socialista” Obama, che per Moore e Laffer è stato perlopiù un keynesiano impotente, visto che il suo stimulus (molto più strombazzato di quello di Bush, sempre per motivi politici) piuttosto che rilanciare l’economia servì a far arrivare qualche soldino agli “amici degli amici”, dal National Endowment for the Arts all’industria dell’auto elettrica, fino al “piccolo scandalo” dei milioni arrivati a un giardino zoologico di proprietà statale.

L’attuale paradigma economico-politico che riduce qualsiasi forma di keynesismo a “eresia”, è nel migliore dei casi aria fritta, e nel peggiore propaganda. Nessuno è davvero convinto che “l’alto debito pubblico sia distruttivo economicamente e persino moralmente”: sono parole di Olivier Blanchard, il figlio di Troika che ora va di convegno in convegno a piangere sul latte versato. L’austerità è uno strumento così poco efficace sotto così tanti punti di vista che a una potenza imperiale che si rispetti è sconsigliato usarlo persino nei confronti dei propri stati vassalli.

Perciò è agevole dimostrare come per la “destra” (economico-finanziaria) i sacri dogmi della disciplina fiscale valgano solo per i tempi “più normali degli altri”: in tutte le altre occasioni, più che il TINA, vige invece il TTID (This Time Is Different). Fa comunque piacere, almeno a un lettore italiano, scoprire che oltreoceano gli economisti conservatori più ascoltati alla Casa Bianca sono dei fanatici della spesa pubblica improduttiva, del debito, dell’inflazione e dello scavare buche per riempirle – s’intende, naturalmente, dalla prospettiva dei nostrani Chicago Boys (quelli col “master”, ricordate?).

Venendo alla “sinistra”, anche questa parte politica nelle sue varie espressioni coltiva il proprio “specchietto per le allodole”, principalmente colorato di rosso, verde e arcobaleno: per esempio, predicando le famose “patrimoniali” come forma di austerity dal volto umano; proponendo la decrescita come ultima possibilità di crescita; e indirizzando gli stimoli all’economia in rigagnoli improduttivi (vedi associazionismo di tutte le tendenze sessuali e ideologiche). Sempre per restare in tema di America, la sinistra democratica (quella dei Bernie Sanders e delle Ocasio-Cortez) ha appena “scoperto” la MMT, la cosiddetta Teoria Monetaria Moderna che ha funzionato alla grande (si fa per dire) quando il figlio di Galbraith ha provato a fare di Varoufakis un interlocutore credibile di fronte agli eurocrati (se qualcuno volesse investigare su chi “ce lo aveva mandato” a Bruxelles, dovrebbe giungere alla conclusione che Trump non è altro che un “Obama che ce l’ha fatta“).

Abbracciare la MMT senza nemmeno averla capita rappresenta comunque un tentativo di superare “a sinistra” la Trumponomics: lo riconosce persino uno dei critici più accaniti della “teoria”, il Nobel Paul Krugman (clintoniano d’annata), che sul “New York Times” ultimamente ha aperto il dibattito, seppur da conventional Keynesian, in vista dell’obiettivo comune di superare il terrorismo psicologico sul “debito”.

Insomma, il “populismo finanziario” di Trump sta trionfando su tutta la linea, costringendo la destra a fare “buon viso a cattivo gioco” (fingendo che l’espansionismo monetario dell’attuale esecutivo sia solo indirizzato a tagliare le tasse) e la sinistra a proporre soluzioni speculari a quelle adottate dall’attuale Presidente (cercando appunto solo di declinarle in senso politicamente corretto).

Un commento su “Donald Trump e il populismo economico

  1. Reagan con Chicago erano comunisti, direbbe un rothbardiano spingendo nel gruppo Hayek.

    Più che altro nessuno può credere che Bill Gates ( preferisco i noti di una volta…) sia ricco perché ha tanta carta.
    Sono i fatti a dimostrare alle ipotesi economiche che la moneta fiduciaria sì non ha valore intrinseco ma chiaramente non avendolo è solo…un trucco
    Cosa sbugiardabile subito se si negasse per così dire l’esotericità. Giust’appunto, a segno patente, non siamo più religiosi.

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