Gli ebrei ugandesi non posso immigrare in Israele

 

Gli ebrei ugandesi non posso immigrare in Israele

Gli appartenenti alla comunità ugandese degli Abayudaya (letteralmente “popolo di Giuda”) non sono ritenuti “idonei” all’Aliyah, ovvero al “ritorno” in Israele: nonostante l’Agenzia Ebraica abbia formalmente riconosciuto i circa 2000 appartenenti al gruppo, il ministro dell’Interno Arye Deri e l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione si sono opposti alla concessione dei visti.

La decisione è stata rivelata in una risposta di Tel Aviv a una petizione presentata all’Alta Corte di giustizia da un membro della comunità, Kibita Yosef, ugandese convertito all’ebraismo nel 2008, la cui richiesta di fare Aliyah era stata respinta. L’iniziativa rappresenta un precedente negativo per il riconoscimento di tutte le “comunità ebraiche emergenti” nel mondo.

“Siamo profondamente delusi dalla decisione del Ministero dell’Interno”, ha dichiarato il rabbino Jacob Blumenthal, Presidente e dell’Assemblea rabbinica, che ha una relazione di lunga data con la comunità ebraica Abayudaya dell’Uganda. “Lo vediamo come un profondo insulto al movimento del Giudaismo Conservatore”, la corrente a cui è a capo (di orientamento progressista, a scapito del nome).

La comunità ugandese è affiliata al Masorti Olami, l’organizzazione internazionale che rappresenta le comunità conservatrici in tutto il mondo, ed è sede di una sezione di Marom, un gruppo giovanile del movimento conservatore.

“Questa è una battaglia per la definizione di giudaismo”, ha detto il rabbino Bradley Artson, preside della Scuola Ziegler dell’Università ebraica americana di Los Angeles. La validità della conversione da parte dei rabbini non ortodossi, e anche dei rabbini ortodossi che non soddisfano i criteri del Gran Rabbinato d’Israele (monopolizzato dagli haredim) è da anni oggetto di controversia.

I convertiti al giudaismo che si trasferiscono in Israele ma la cui ebraicità non è riconosciuta dal Gran Rabbinato, non possono né ottenere la cittadinanza né sposare un ebreo. Le conversioni riformate eseguite in Israele non sono state riconosciute da anni.

Anche se la decisione potrebbe non avere un impatto immediato sul potenziale status di immigrazione dei convertiti non ortodossi nelle comunità ebraiche stabilite, il rifiuto delle conversioni della comunità ugandese potrebbe mettere in dubbio altre conversioni eseguite da quegli stessi rabbini “conservatori”.

“Sia chiaro che negare che gli Abayudaya siano autenticamente ebrei significa in qualche modo affermare che la mia scuola rabbinica non è un’autentica scuola rabbinica e che io non sono un vero rabbino”, ha detto Artson, che ha contribuito alla conversione di centinaia di ebrei ugandesi.

La storia degli Abayudaya

Gli ebrei Abayudaya dell’Uganda orientale hanno una storia molto particolare. Il loro fondatore fu Semei Kakungulu (1869–1928), abile politico e militare del regno del Buganda molto vicino alla famiglia dei reali locali, che negli anni ’80 del XIX secolo si convertì al protestantesimo e combatté sia contro i commercianti arabi di avorio che contro i coloni cattolici.

All’epoca il Buganda era attraversato da fermenti religiosi: il sovrano Mutesa I (1856-1884), pur rimanendo formalmente cristiano, per accattivarsi le simpatie del sultano di Zanzibar e del commercianti arabi, adottò alcune usanze islamizzanti, facilitando paradossalmente il lavoro dei missionari occidentali tramite l’imposizione del monoteismo sulle credenze tradizionali. Il trionfo definitivo del cristianesimo sulla religione indigena giunse alla fine del XIX secolo, con l’arrivo dei missionari protestanti, chiamati Abangereza (letteralmente “gli inglesi”) e poi di quelli cattolici da Algeri, sostenuti dalla Francia, chiamati Abafaransa (cioè appunto “i francesi”).

Come reazione ai due gruppi in guerra per l’anima degli ugandesi, sorsero  movimenti di stampo “afro-cristiano”, separati dalle chiese occidentali. La Comunità Abayudaya è nata da queste forme di dissidenza religiosa. Il suo fondatore, Semei Kakungulu, si staccò dalla chiesa a causa di dissidi personali con gli inglesi e, attraverso una sua interpretazione testuale dell’Antico Testamento, si avvicino gradualmente all’ebraismo.

Nel 1895 la Compagnia Imperiale Britannica dell’Africa Orientale si servì di Kakungulu per reprimere le rivolte musulmane, cosa che gli riuscì facilmente con il suo esercito di 7000 uomini. Preoccupati dal carattere ambizioso del personaggio, una volta che si autoproclamò re nel 1902 gli inglesi lo deposero, ma nel 1904 scesero a compromessi nominandolo capo di una regione di Mbale.

Questo fallimento politico fece avvicinare Kakungulu alla fede: si rivolse dunque ai malakiti (o bamalaki), una setta che univa il folklore africano ai precetti ebraici e predicava il rifiuto totale di ogni medicina (nel 1926 i suo adepti furono protagonisti di una rivolta contro la campagna di vaccinazione imposta dalle autorità coloniali). Kakungulu iniziò ad abbracciare una lettura personale e dogmatica dell’Antico Testamento che lo portò a rompere con i malakiti, in particolare sul problema della circoncisione: nonostante nelle tribù africane sia diffusa la pratica delle mutilazioni corporee, i Ganda (o Baganda), il gruppo dominante del regno di Buganda, sono l’unica etnia Bantu ad aborrirla.

Nel 1922 Kakungulu diede alle stampe Ebigambo ebiva mukitabo ekitukuvu (“Citazioni dal libro sacro”,) volume di preghiere e precetti che sarebbe servito da guida per il “popolo di Giuda” ugandese: erano nati gli Abayudaya. I seguaci smisero di credere nel Nuovo Testamento e in Gesù Cristo. Per evitare qualsiasi confusione, il “Patriarca” li obbligò a sostituire l’espressione Mukama (“Signore”, che per i cristiani ugandesi Gesù Cristo) con Yakuwa (“Dio”). Gli adepti della setta dovevano rispettare rigorosamente il sabato pena severe punizioni; tutte le preghiere cristiane erano proibite, così come l’usanza di battezzare i bambini (Kakungulu fece circoncidere tutti i suoi figli). Per i paramenti sacri, gli Abayudaya si ispirarono alle immagini dei primi ebrei fatte circolare dai missionari. Molti ganda trovarono conveniente, dal punto di vista sociale ed economico, convertirsi all’ebraismo.

Nella sua opera Kakungulu fu ispirato da diversi ebrei: nel 1927 conobbe un certo Isaiah Yari, che lavorava come caposquadra alla costruzione di una ferrovia nella città di Tororo. Dopo essere entrato in contatto con gli Abayudaya alla ricerca di manodopera, scoprì questa singolare comunità e assieme a suo figlio Salomone andò spesso a fargli visita. A quanto pare fu proprio il rifiuto di far lavorare gli operai Abayudaya durante lo Shabbat che portò al trasferimento di Isaiah Yari da Tororo.

Kakungulu morì a Mbale il 24 novembre 1928 quando gli Abayudaya erano circa duemila. Fino alla fine mantenne il veto sull’uso dei medicinali, convinto che la Bibbia lo proibisse sia agli uomini che agli animali.

Il “popolo di Giuda” dell’Uganda ai nostri giorni

Il centro della comunità è la Sinagoga di Nabugoye: un piccolo tempio, definita la Casa di Dio (Enyumba ya Katonda), di cui Kakungulu patrocinò la costruzione nel 1923, tuttavia morendo prima di vederlo completato. La sinagoga degli Abayudaya era una struttura di legno, piccola e semplice. A lungo venne chiamata appunto la “Casa di Dio” oppure la “chiesa ebraica” finché gli ugandesi non scoprirono che gli ebrei chiamavano i loro luoghi di culto “sinagoge”. Da quel momento divenne la “Sinagoga di Mosè”. Solo nel 1964, attraverso un contributo di 100 dollari ricevuto dall’Unione Mondiale per la Propagazione dell’Ebraismo, furono in grado di posare il pavimento.

 

Nel settembre 2014 Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha inviato 200 studenti ugandesi in Israele per uno stage di un anno (a 60 dollari al giorno) per “imparare dagli agricoltori israeliani a prosperare anche in un Paese arido”. Nel marzo 2016 è stato eletto il primo parlamentare ebreo della storia dell’Uganda, il rabbino Gershom Sizomu, leader della comunità Abayudaya. Nell’agosto 2018 quaranta giovani Abayudaya di età compresa tra 18 e 27 anni hanno intrapreso il primo viaggio patrocinato dall’organizzazione Birthright Israel: purtroppo nessuno di essi è stato riconosciuto come ebreo dal governo israeliano e dunque è stata negata loro la cittadinanza.

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