I peggiori film horror del 2022 – seconda parte

Voglio rivelarvi i dettagli rilevanti della trama di alcuni film horror appena usciti per rovinarvi l’effetto sorpresa (scusate se non dico “spoilerare”) e farvi risparmiare soldi ma soprattutto tempo.

PRIMA PARTE:

I peggiori film horror del 2022 – prima parte


Monstrous è un supernatural thriller film diretto da Chris Sivertson (forse non è nemmeno ebreo), con la mitica Christina Ricci, che purtroppo a 42 anni sembra già una vecchia zia o una mamma anni ’50, appunto il suo personaggio nella pellicola. Dato che, ancora una volta, non c’è alcuna scena che faccia paura e dal momento che nessuno ha voglia di guardare un thriller psicologico invece di un bell’horror, rivelo immediatamente come stanno le cose: la protagonista si crea una realtà alternativa in cui è una casalinga anni ’50 che sfugge dal marito violento con il figlioletto, mentre invece è una madre disperata del 2022 che ha perso il suo pargolo in piscina e siccome non è riuscita a elaborare il lutto ora vive appunto in universo parallelo idilliaco ma al contempo popolato da mostri. Il difetto più grande è che il tedio procurato dallo scorrere delle immagini impedisce anche di apprezzare il finale (un difetto comune a tutti gli horror di questi tempi): semplicemente si recepisce il “colpo di scena” con un commento poco stupito (“Ah, la tizia è pazza, ma non mi dire”) e si attende che la pellicola si concluda al più presto (ma invece non finisce mai!). Stroncato giustamente dalla critica, se concedere a Monstrous una possibilità è da masochisti, rivederlo una seconda volta è da idioti, perché regista e sceneggiatori non si sono nemmeno scomodati a inserire un qualche elemento che almeno a posteriori avrebbe potuto far sentire lo spettatore un minimo smarrito o perturbato. No, gli anni ’50 nella testa della protagonista sono davvero gli anni ’50, perché tanto è tutto immaginario e dunque non c’è bisogno di alcuna contaminazione con il reale (se non a livello individuale, per la presenza del figlio scomparso). Facile cavarsela così: nessuna sbavatura né incongruenza, in una trama che invece dovrebbe averne a decine per risultare appena appena appassionante. E poi fa ridere che gli anni ’50 (oscuro oggetto del desiderio del cinema americano) vengano stigmatizzati come opprimenti e patriarcali solo nelle fantasie di una donna malata di mente (ma figuriamoci se qualcuno tra registi e sceneggiatori si sia accorto delle implicazioni reazionarie di tutto questo).

Dagli anni ’50 passiamo ai 70s (più precisamente al 1979), con X: A Sexy Horror Story, scritto e diretto da Ti West. È uno slasher horror piuttosto stereotipato (ambientato persino in Texas, nonostante sia girato in Nuova Zelanda), ma dalla regia e dalla recitazione comunque notevoli (da non sottovalutare che Mia Goth interpreti contemporaneamente il ruolo di protagonista -una attrice pornografica- e di antagonista -una vecchia pazza assassina-). Non c’è bisogno di rivelare il finale perché la trama è assolutamente scontata: una troupe vuole girare un film a luci rosse in un vecchio casolare gestito da due vecchiacci fondamentalisti assetati di sangue che danno loro quel che meritano ecc… Se non fosse per alcune scene pseudo-pornografiche, X non solo sarebbe da considerare ambientato alla fine degli anni Settanta, ma girato nella stessa epoca: in pratica è la versione cinematografica di un tribute album. Utile perlopiù a riscoprire le basi del genere, ma in sé decisamente anacronistico (in particolare nella morale della storia, una classica solfa boomer che vorrebbe risultare ambigua senza successo).

Per restare in tema di vintage, parliamo ora di My Best Friend’s Exorcism, distribuito da Amazon Prime Video. Non è un horror puro, ma una commedia che rende omaggio sia -ovviamente- all’Esorcista che ai teen movie anni ’80. Pur non mettendo paura in nessun modo, è se non altro divertente e con dei personaggi finalmente riusciti, dalla protagonista (una studentessa di una scuola cattolica proveniente da una famiglia ebraica della classe media) all’esorcista (un predicatore-culturista interpretato da Chris Lowell, eccezionale caricatura del genius saeculi dell’epoca). Quasi al limite del poetico (per un americano, s’intende) il fatto che l’esorcismo venga condotto tramite elementi iconici degli anni ’80 (Boy George, E.T., la piña colada). Come il precedente, si tratta tuttavia di un esercizio di stile che anche stavolta si avvicina al feticismo: ridicolo, quindi, che qualche critico abbia voluto individuare chissà quali significati profondi nella trama, quando è puro manierismo. Certo fa specie che il cinema americano, non solo horror, attualmente non riesca a proporre altro che rifacimenti, sequel e porcherie.

E a proposito di sequel, anzi prequel, è uscito da qualche mese (prodotto da Paramount) Orphan: First Kill, doppione dell’exploit americano del regista catalano Jaume Collet-Serra del 2009. Chi non ha ancora visto Orphan forse è il caso che salti questo capitolo perché tutto sommato quella pellicola una visione la merita. Il prequel, invece, è una sorta di rappresentazione plastica della degenerazione (non solo estetica, ma anche morale) del cinema americano: se Orphan del 2009 era tutto sommato un horror “innocente”, dove i cattivi (la “nana assassina” affamata di sesso e sangue) facevano i cattivi, e i buoni (i genitori che l’hanno amorevolmente accolta e sono stati pugnalati alle spalle) facevano i buoni, al contrario nell’Orphan del 2022 tutto viene ribaltato in modo irritante. In primis, la nana assassina da carnefice diventa vittima delle istituzioni, dall’ospedale psichiatrico alla famiglia tradizionale. Infatti il nuovo regista William Brent Bell, con un’imbarazzante strizzata d’occhio all’ideologia liberal/woke, rappresenta la famiglia adottiva come un covo di suprematisti e assassini che in ultima analisi sarebbero i veri colpevoli dei crimini della protagonista. In sostanza la finta bambina (una trentenne affetta da una patologia endocrina che la rende fisicamente identica a una decenne) fugge da un manicomio estone verso gli Stati Uniti, dove si finge una bambina americana morta che in realtà è stata uccisa dal fratello maggiore coperto dalla stessa madre. La perfetta famiglia WASP (White Anglo-Saxon Protestant) si fa coinvolgere in una serie di omicidi pur di salvare il proprio buon nome (“Siamo arrivati sul Mayflower“, fa dire lo sceneggiatore alla madre; e al fratello: “Questa è l’America, gente come me conta”). Per carità, ci sta che talvolta un americano possa abbandonare il bianco/nero della morale protestante, ma non rifacendosi all’ideologia più politicamente corretta in voga: altrimenti tanto varrebbe fare una versione trans di It (così non ci sarebbero  problemi con i pronomi) e un film di zombie bianchi contro povere vittime nere (probabilmente è già in produzione Netflix/Amazon). Stupidi americani che sembrano ancor più stupidi quando vogliono sembrare intelligenti e riflessivi…

Torniamo agli 80s e a Netflix: Choose or Die è un horror britannico, uscito la scorsa primavera per la nota piattaforma, nel quale due ragazzi si imbattono in un videogame degli Anni Ottanta creato trascrivendo un’antica maledizione nel linguaggio di programmazione. Chi inizia a giocarci si trova poi a dover affrontare sfide letali nella realtà. Altro esempio di manierismo, ma questa volta assolutamente demenziale e letteralmente soporifero, tanto che mi annoia persino rileggere la trama su Wikipedia. Apprezzabili le stroncature della critica: un formulaic horror sul quale Netflix ha cercato di apporre il proprio marchio, fallendo per l’ennesima volta (per inciso: l’unico horror apprezzabile targato Neflix che ho visto finora è l’italianissimo A Classic Horror Story).

TERZA PARTE:

I peggiori film horror del 2022 – terza parte

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