I peggiori film horror del 2022 – prima parte

Voglio rivelarvi i dettagli rilevanti della trama di alcuni film horror appena usciti per rovinarvi l’effetto sorpresa (scusate se non dico “spoilerare”) e farvi risparmiare soldi ma soprattutto tempo.

Cominciamo con Master, un favola dell’orrore per bambini bianchi della quale ho già discusso diffusamente (vi rimando dunque alla mia stroncatura, anche se forse non meritava una recensione ad hoc). Questa pellicola fa parte di un filone “antirazzista” (o per meglio dire “anti-bianchi”) che annovera “capolavori” come His House, distribuito da Netflix nel 2020 (anche questo non va visto), pellicola noiosissima nella quale due immigrati sudanesi fuggiti nel Regno Unito si ritrovano perseguitati da una maledizione africana che (incredibilmente!) riesce a terrorizzarli più del razzismo della società britannica in cui sono stati accolti. Una sequenza di scene accatastate una sull’altra nella prospettiva di una trama banalissima (eppure frammentata e resa insopportabile da continui stacchi e momenti morti) ovviamente acclamata dalla critica per il “messaggio”, tanto inconsistente quanto impalpabile (le difficoltà incontrate dagli immigrati nella nostra società sono più di ordine culturale che materiale? È più semplice sbarazzarsi della maledizione di uno stregone che integrarsi nelle società occidentali?). Poco interessanti anche gli elementi del folklore sudanese (che eventualmente avrebbero potuto rappresentare l’unica caratteristica originale), utilizzati solo al fine di estrarre dal cilindro la solita “strega” da b-movie. (Non so perché sto parlando di un film uscito l’anno scorso: forse solo per incentivare una sana sprezzatura quando si discute di Netfix e affini).


Un altro horror inspiegabilmente acclamato dalla critica è Speak No Evil, del regista danese (e già fa ridere) Christian Tafdrup. Una coppia danese durante un viaggio in Italia fa amicizia con un’altra coppia olandese che una volta ritornata in patria la invita a casa loro. Per oltre un’ora il film sembra una commedia sugli stereotipi di due nazioni decisamente diverse: i danesi sono vegetariani, rispettosi delle regole, gli uomini di quel popolo sono poco virili e le donne pudiche; gli olandesi invece mangiano carne, ballano in modo disinibito, guidano ubriachi e con la musica a palla, non hanno alcun rispetto della privacy altrui e sono severi con i figli. Alla fine si scopre che gli olandesi sono una coppia di assassini che invita altre coppie per rapire i loro figli e tagliargli la lingua in modo da non farli parlare e fingere che siano i loro veri genitori. La trama comincia a diventare totalmente insensata al clou dell’opera, e aumenta di insignificanza fino al termine. Le sequenze finali sono queste: il danese scopre che gli olandesi che ospitano lui, la moglie e la figlia hanno ucciso decine di persone e rapito i loro figli (addirittura si imbatte nel cadavere dell’ultimo bambino affogato in piscina). Invece di raccontare tutto alla moglie, il tizio carica la famiglia in macchina per tornare in Danimarca ma finisce subito per impantanarsi. Esce dall’auto per cercare aiuto ma, non avendo detto nulla alla consorte, al ritorno si ritrova la coppia olandese chiamata da quest’ultima per essere riportati a casa. Il danese sale in macchia con l’olandese e non FA NULLA per fermare ciò che sa benissimo che accadrà, cioè che i degenerati nederlandesi li uccideranno e taglieranno la lingua alla sua figlioletta. Cosa sarebbe questa, una “satira sulla classe media”? Il danese si era rotto le balle della sua bella famigliola? In ogni caso la critica sbrodola (il New York Times arriva a dare un 9!), ma questa è merda purissima e per niente sofisticata. Se non altro esiste una giustizia, perché di fronte a un budget di quasi 3 milioni di euro al botteghino tale porcheria ne ha incassati 300mila.

Veniamo a Mr. Harrigan’s Phone, distribuito da Netflix (brand sempre più deludente): si tratta di quella che gli americani chiamano coming-of-age story (cioè la versione cinematografica del Bildungsroman) mascherata da film dell’orrore. L’opera è tratta da un banalissimo racconto di Stephen King del 2020, la cui morale si può riassumere nello slogan tech bad. Il signor Harrigan è uno Scrooge della seconda metà del XX secolo ormai appassito e non più arrivista come una volta, seppur sempre austero e anche un po’ tirchio: infatti l’unico regalo che fa al ragazzo che viene di pomeriggio a leggergli i classici della narrativa universale sono dei gratta e vinci (“biglietti della lotteria” nella traduzione). A un certo punto il protagonista riceve in dono un biglietto vincente e regala un telefonino al vecchio, il quale comincia ad usarlo per leggere i giornali e seguire la borsa, pur ammonendo il giovane di non farsi ammaliare dalle nuove tecnologie. Poi il vecchio muore e il ragazzo gli infila il cellulare nella bara, iniziando a stabilire una strana comunicazione con lo spirito di Mr Harrigan, che infine evoca per far suicidare il bullo che lo tormenta e un figlio di papà che aveva investito la sua professoressa preferita. Dopo eterne narrazioni della voce fuori campo, il protagonista decide di non importunare più il fantasma. Tutto qua, sul serio (e la presenza di Donald Sutherland non nobilita alcunché, anzi toglie spessore all’attore riducendolo a un caratterista dal ruolo piatto e prevedibile). A rendere ancora più sgradevole il tutto, tra le filippiche anti-internet spunta a mezza bocca una denuncia dell’operato di Edward Snowden e Julian Assange (considerati ambiguamente dei rappresentanti dell’epoca delle fake news, della post-verità e dell’influenza dell’opinione pubblica tramite i social) che però, a dire il vero, non compare nel racconto di Stephen King (anche se è dubbio possa dispiacergli un inserto del genere, considerando quanto lo scrittore sia considerabile un “piddino onorario” d’oltreoceano).

Un altro film in cui è un telefono a fare da deuteragonista è Black Phone, uscito a fine 2021 negli Stati Uniti ma in Italia solo a metà 2022. Senza dubbio migliore del precedente (o per meglio dire meno soporifero), in effetti sembra sceneggiato da uno Stephen King con ancora qualche idea in testa. Si tratta di una produzione classica (Blumhouse e Universal) che però ha avuto un notevole successo probabilmente sia per la regia (di Scott Derrickson) che per l’adozione di temi archetipici del genere. La trama in due parole: nella periferia di Denver si aggira un rapitore di bambini che dopo averne ammazzati parecchi finisce per rapire l’unico in grado di utilizzare un magico telefono a muro con cui può comunicare con le anime dei suoi coetanei assassinati, i quali gli offrono suggerimenti per scappare dalla cantina in cui è rinchiuso. Non si può parlare di spoiler in tal caso perché è tutto chiaro sin dall’inizio, a meno che non siate ritardati (come presumo la maggior parte degli americani). Nonostante l’assoluta scontatezza della trama, affascina l’ambientazione anni ’80 ai limiti del feticismo. Forse solo per questo meriterebbe la sufficienza, anche se chiaramente, come ogni film horror che si rispetti di questi anni, non farebbe paura a un bambino.

A proposito di bambini, sulla piattaforma Disney+ è appena arrivato Grimcutty, pellicola presentata con l’accattivante slogan “Quando un meme prende vita”. Il mostriciattolo protagonista del film è un meme creepypasta stile Momo che si alimenta dell’ansia dei genitori verso l’internet. L’idea era potenzialmente buona e si sarebbe potuta sfruttare per stigmatizzare le paranoie salutiste dell’era pandemica, ma gli effetti speciali assolutamente ridicoli e le scappatoie magiche per tappare i buchi della trama lo hanno reso “uno dei peggiori film del 2022”, come ha ripetuto all’unisono la critica americana (però quando sono tutti d’accordo qualche sospetto insorge: non è che hanno intuito appunto le potenzialità distruttive dell’idea verso la narrativa covidiota? Si sa che in generale i critici agiscono come se avessero un unico cervello, alimentato a vaccate liberal).

SECONDA PARTE:

I peggiori film horror del 2022 – seconda parte

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