Non possiamo più dire che Israele sia peggio della Turchia

Ieri il noto Alberto Negri ha pubblicato su “Tiscali” (vi segnalo il copia-incolla de “L’Antidiplomatico”, perché il sito di news della compagnia telefonica è talmente zeppo di banner pubblicitari da risultare illeggibile) un cupo editoriale sulla questione palestinese, nel quale scrive apertamente che «Israele può permettersi di ammazzare tutti gli arabi e i palestinesi che vuole perché è riuscita ad accreditarsi come un Paese “europeo” e “normale”».

Il giornalista ha gioco facile nello scaricare tutte le colpe sul solito Trump, nonostante il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico da parte degli Stati Uniti fosse già in ballo da oltre vent’anni (un dettaglio che la stampa non ricorda mai), procrastinato indefinitamente per “motivi di sicurezza nazionale” (a quanto pare passati in secondo piano dopo sedici anni di devastazione bushiana e obamiana in Medio Oriente).

Eppure è evidente che le responsabilità vadano ripartite, poiché non è solo da oggi che Israele può letteralmente far quel che vuole. L’appoggio americano, del resto, è sempre stato “materiale”, mai “morale”; infatti si potrebbe ipotizzare che se lo Stato ebraico si fosse collocato fuori dalla sfera d’influenza occidentale, sarebbe stato guardato sotto una prospettiva diversa, o addirittura con una qualche simpatia (come quella verso nazioni che hanno applicato o applicano politiche di stampo “sionista”: vedi la Serbia, l’Armenia o la Birmania).

La verità è che la “normalizzazione” di Israele non è partita da Trump, ma dai “salotti buoni”: anche se si moltiplicano le manifestazioni di “palestinismo” (ma in realtà solo formalmente, come espressione di un terzomondismo d’altri tempi), è un dato di fatto che da quando i figli di papà dei centri sociali hanno trovato altre “vittime” (in primis i curdi) con cui trastullarsi, la questione palestinese è passata irrimediabilmente in secondo piano. Anzi, addirittura si è proceduto a una reduction ad Hamas di quel tipo di resistenza, che a partire dal 2015 è divenuta per certi versi sospetta di “jihadismo”, con l’assimilazione inconscia dei fedayyin agli attentatori di Parigi, Londra, Barcellona.

La vera “guerra”, alla fin fine, si è combattuta soprattutto a livello mediatico: Israele, attraverso la hasbarà (“propaganda”, in sostanza, anche se loro ne parlano come un raffinato esercizio di esegetica ed ermeneutica), è riuscita a trasformare i curdi (suoi migliori alleati in Medio Oriente) nei “nuovi palestinesi” e a fare il lavaggio dei cervello alla gente che piace (in senso metaforico, perché è noto la scarsità di materia grigia da quelle parti). La “curdofilia”, tornata in auge dopo il lungo oblio seguito al caso Ocalan, è servita in particolare per superare la concezione di palestinismo quale garanzia di antifascismo e/o anti-imperialismo. Non in un solo istante di questi ultimi anni la carta della muqawama (“resistenza”) è servita a frenare la demonizzazione della figura di Assad, anzi semmai è stata utilizzata per contribuire a essa, riducendola a manifestazione di opportunismo e machiavellismo.

E che dire del povero Recep Tayyip Erdoğan, ormai uno degli ultimi rimasti a difendere la “sacra causa” di una volta? Che per caso uno solo dei siti dell’insignificante network filopalestinese ha riconosciuto alcunché al leader turco? Non sia mai: è un corrotto, un despota, un assassino, un genocida, vuole usare la Palestina in campagna elettorale – e poi, diciamolo, Erdoğan difende la causa palestinese ma intanto manda a picco la lira (surreale titolo del “Sole 24 Ore”, che pare intenzionato a cogliere qualsiasi occasione per introiettare un po’ di terrorismo psicologico sulle finanze).

A parte gli scherzi, da quando è stata posta l’ipoteca curda su qualsiasi azione della Turchia, non può più esistere in Occidente un’opposizione credibile ai massacri israeliani. Ricordo che ancora ai tempi dell’eccidio della Mavi Marmara (2010) la sensibilità verso l’attivismo turco era ben diversa da quella odierna: oggi invece, come dicevo sopra, a qualsiasi reazione è stato tolto ogni potenzialità poiché appunto nell’immaginario antagonista il Kurdistan ha definitivamente scalzato la Palestina.

Inoltre, non è per provocazione che chiamo in causa il “Sultano”, ma è altrettanto noto che il Gran Turco sia la bestia nera di Alberto Negri, bersaglio prediletto soprattutto quando si tratta di spacciare qualche bufala (e su Tayyip ne circolano a decine). La campagna denigratoria messa in atto praticamente contro l’intero popolo turco ha finito per erodere un sostegno concreto all’attivismo filopalestinese, dal punto di vista politico, geopolitico e anche metapolitico, non solo perché Ankara è ovviamente nella NATO, ma anche perché il suo tipo di apporto permetteva di tenere separati palestinismo, terzomondismo e anti-occidentalismo, così da coinvolgere più porzioni dell’opinione pubblica contro Israele.

Purtroppo non è con le marcette, i boicottaggi, i blog o le magliette che si difendono i deboli del mondo: è perlopiù una questione di equilibri, deterrenze, ricatti e anche doppiogiochismi. Chi voleva che la Palestina detenesse ancora una voce, non avrebbe dovuto partecipare in questi anni alla demonizzazione degli antagonisti regionali di Israele, in base all’assunto che “nemmeno loro sono santi”: ci sarebbe voluta più lungimiranza e meno “attivismo da poltrona“. L’indifferenza con cui viene accolta l’ennesima carneficina di Gaza a livello internazionale è la cartina tornasole di una strumentalizzazione impolitica della questione palestinese, che l’ha svuotata di ogni significato politico per farne una proiezione di tutto quello che con la Palestina in fondo non c’entra nulla.

Perciò potremmo condividere la conclusione di Negri («Gli editoriali di condanna delle violenze a Gaza sono lacrime di coccodrillo di mass media che sono ipocritamente allineati con lo stato ebraico il quale, questo è il ritornello, “ha sempre diritto a difendersi” anche quando esagera un po’»), se egli potesse permettersi tale cinismo, cosa che invece non pare a fronte di un’analisi nella sostanza priva di qualsiasi criterio di realpolitik (che gli impedisce anche solo di nominare Ankara come parte in causa).

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