Rifondazione Superegotica: anche il desiderio è morto di covid

Viviamo (anzi, vivevamo) in una società in cui criteri per misurare la propria insoddisfazione diventa(va)no sempre più elevati. Secondo una classica prospettiva freudiana, il sacrificio di una quota di soddisfacimento funzionale è il prezzo da pagare alla civiltà. Nel caso in cui una società stabilisce il desiderio come unico codice di comportamento, si ha uno sfasamento ulteriore rispetto al ritorno alla ferinità (già di per sé impossibile per l’uomo, dal momento che il suo istinto conserva ben poco dell’infallibilità dell’animalesco).

Quando si elegge il godimento a unica legge, si giunge al paradosso per cui l’io è colpevole sia se viola la legge sia se adempie alla stessa. Come sostiene Slavoj Žižek, ciò che causa l’angoscia è “l’elevazione della trasgressione a norma, la mancanza della proibizione che dovrebbe sostenere il desiderio” (Il cuore perverso del Cristianesimo, Meltemi, Roma, 2006, p. 74). A suo tempo il filosofo individuava una nuova forma di pressione dell’ente superegotico, per esempio, nell’ecologia, vista come una sorta di debito con Madre Natura. In effetti la coincidenza tra le istanze di Greta e quelle dei covidioti non dovrebbe stupire più di tanto, nonostante un’importante differenza tra le due nuove Leggi è che quella della peste è riuscita a imporsi non più tramite la moral suasion ma apertamente in modo coercitivo (adesso ci arriviamo).

È interessante notare che per Žižek esistono altre due forze attraverso le quali il paradosso della elevazione della trasgressione a norma si esprime: una è il cristianesimo, l’altra è il capitalismo. Nel cristianesimo la mediazione della legge ebraica è una leva indispensabile per evitare la riduzione della carità a un sentimento cosmico pagano. Senza dilungarsi troppo nei ghirigori del pensatore balcanico, ricordiamo che anche nella sua interpretazione del cristianesimo “la caduta è identica alla redenzione”, nel senso che “è il momento stesso della caduta che crea, spalanca ciò che in essa va perduto”.

L’altra religione occidentale in cui il supplemento superegoico impone paradossalmente la trasgressione è il capitalismo, che a parere di Žižek punta direttamente al collasso: “Il dinamismo totale, l’attività frenetica [del capitalismo globale] coincideranno con la più profonda immobilità. La storia verrà abolita in un presente eterno di molteplici narrativizzazioni; la natura verrà abolita quando diverrà trasparente per la manipolazione genetica; la stessa trasgressione permanente della regola si affermerà come regola incondizionata” (Ibid., pp. 173-174).

A questo punto, è particolarmente appropriato richiamare una citazione, seppur angosciante, del solito Giorgio Agamben risalente ai primordi del regime pandemico: “È veramente sconcertante che le due religioni che sembravano reggere l’occidente, il cristianesimo e il capitalismo, la religione di Cristo e la religione del denaro, tacciano”. Probabilmente è dalla prospettiva di questa congiuntura che dobbiamo interpretare gli innumerevoli provvedimenti presi apparentemente allo scopo di ridurre una pandemia (che forse non è nemmeno tale).

Il punto fondamentale è che la tentazione umana di fuggire dalla propria libertà è stata fomentata proprio da anni di libertinismo di massa, del godimento imposto come unica legge. A qualcuno non sarà sfuggito che gli obiettivi dei vari Comitati Tecnico-Scientifici, così come dei virologi di regime, siano gli stessi a cui pochi anni fa miravano i terroristi islamici, che Massimo Recalcati definisce “uomini del sacrificio”. Sarà sicuramente un caso (e comunque mi prendo tutte le responsabilità per questa constatazione a dir poco provocatoria), ma è necessario osservare che anche questi “uomini del sacrificio”, rispetto ai veri fondamentalisti, mantengono un approccio “ibrido” nei confronti del godimento. Per citare sempre Žižek:  “Contrariamente ai veri fondamentalisti [come i buddisti tibetani o gli Amish statunitensi], i terroristi pseudo-fondamentalisti sono profondamente turbati, intrigati e affascinati dalla vita peccaminosa dei non credenti. Si intuisce che, nel peccatore, essi combattono la loro stessa tentazione” (Ibid., p. 100).

Il rapporto fra terroristi islamici e burocrati della peste assomiglia dunque a quello che potremmo istituire, in maniera dialettica, nel comandamento superegoico a seconda che conduca a una legge senza desiderio -come in Kant- o a un desiderio senza legge -come in Sade-. Essendo in tema di esempi controversi, e sempre per provocazione, ricordiamo Agamben evocare un Eichmann che “apparentemente in buona fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana”. A pensarci bene, è vero che nessuno dei burocrati pandemici vanta una qualche superiorità rispetto alla legge, tuttavia sono emersi dalle cronache episodi imbarazzanti in cui il tale esperto o il tale tecnocrate ha violato segretamente le regole da lui imposte (per esempio incontrando l’amante o facendosi aprire un ristorante per una cenetta privata).

Tutta la questione alla fine si può ridurre al sacrificio, una delle dimensioni fondamentali dell’essenza umana: manipolarlo a fini oscuri, strumentalizzarlo in maniera così improvvisata e al contempo cinica, è un atteggiamento sia ingenuo che pericoloso. Questa rincorsa a sacrifici senza senso contribuisce ad allargare il divario tra dovere e desiderio: eppure, per giungere a questa sorta di “rifondazione superegotica”, si sarebbe potuto utilizzare qualsiasi pretesto, per esempio quelli evocati più sopra, dalla salvaguardia dell’ambiente o della morale alla salvezza delle economie occidentali. Invece si è deciso di stabilire una legge arbitraria e capricciosa che disumanizza il concetto stesso di diritto facendone quasi il motore primario dell’arbitrio punto una religione civile basata esclusivamente sul caos e l’anarchia (nel senso peggiore del termine).

Bisogna, in conclusione, chiedersi se le nostre società possano permettersi un nuovo modello politico basato sul sacrificio insensato. In realtà per certi versi avevamo già sperimentato qualcosa del genere con l’austerità, che però sì ammantava ancora di un qualche alibi “razionale”, ponendosi dei traguardi che pur essendo specchietti per le allodole avevano comunque un senso, un telos – perennemente sabotato dall’eterogenesi dei fini, è vero, ma è un altro discorso.

La prosecuzione dell’austerità con altri mezzi, questa sorta di austerità biologica, pur ammantandosi anch’essa di finalità razionali e pragmatiche, in realtà rischia di far esplodere il cervello alla popolazione intera e di condurla alla psicosi di massa. La cessione di quote di soddisfacimento pulsionale in vista di un obiettivo irraggiungibile (in ultima istanza la totale eradicazione della malattia e della morte), pur condividendo la stessa natura paradossale di una legge che impone la trasgressione come norma, sulla lunga distanza si rivela più perniciosa, perché concretizza il paradosso di un desiderio insostenibile e inappagabile.

Nessuno, insomma, otterrà quel che vuole: il capitalismo occidentale non riuscirà a riformarsi tramite la carestia, la parsimonia e le virtù del buon tempo antico; il capitalismo asiatico non riuscirà a imporsi sulle altre forme di capitalismo nella misura in cui ha basato il proprio successo sul desiderio altrui. Sinistra e destra si annulleranno in una reciprocità chiasmatica di tradimenti, dove la fazione un tempo così orgogliosamente sazia e disperata si farà avanguardia di una nuova speranza della frugalità (adempiendo anche alle fantasie masochistiche che inseguiva già dalla caduta del Muro di Berlino), mentre la fazione nostalgica di restrizioni, coprifuoco e limitazioni assortite alle libertà personali, accetterà la messa in farsa della sua stessa tragedia.

Perché, in conclusione, chi aveva un alibi politico per imporre il regime non l’ha fatto, mentre chi ne aveva per opporsi l’ha sostenuto: un’altra manifestazione di quella psicosi di massa a cui ci condurrà il nuovo vivere sociale, imposto dai modelli politici emergenti (e probabilmente condizionato ancora dal distanziamento). Una lunga e dolorosa agonia in vista del nulla.

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