Θάλαττα! Θάλαττα! Dai mari all’Abisso | Θάλαττα! Θάλαττα! From the sea to the abyss

Vorrei rendere edotti i lettori su alcuni elucubrazioni riguardanti il lemma thalatta, che ho proposto anni fa a un pubblico anglofono ottenendo un discreto ma inspiegabile successo, e ho sempre colpevolmente dimenticato di proporre in italiano.

L’espressione, come noto, è ritratta nella sua forma più icastica nell’Anabasi di Senofonte sulla bocca dei mercenari greci (Θάλαττα! Θάλαττα!). Non è nota l’origine esatta della parola, si tratta quasi di un unicum in filologia; in ogni caso, quel che sappiamo è che nella mitologia greca Thalassa è uno spirito primordiale delle acque.

La parola cela dunque una “radice divina e probabilmente condivide qualche origine con l’ebraico Tehom (תְּהוֹם‎‎), il Grande Abisso delle acque primordiali, che a sua volta è affine all’accadico Tamtu, espressione riferibile anche alla dea sumera degli oceani Tiamat.

Ragionando su quali idiomi moderni indichino il mare con una parola che inizia con la lettera “T” (al di là del greco, per il quale “mare” è ancora Θάλασσα), e delimitando la mia ricerca lato sensu all’Europa, ho potuto rintracciare due termini che condividono la stessa origine: il turco deniz e l’ungherese tenger, entrambi provenienti dal proto-turco *teŋri/*taŋrɨ, “Dio”, “Cielo”, “Paradiso” (il turco moderno ha anche Tanrı, ancora sinonimo di “Allah” in alcune espressioni idiomatiche come Tanrı bilir, “Dio solo sa”): ecco dunque un’altra divinità proveniente da un altro “abisso”, l’immensa distesa dei cieli.

Non so se questa ipotesi abbia qualche plausibilità dal punto di vista filologico, ma ci sono alcune indicazioni psicologiche e culturali a riguardo. Ad esempio, il filosofo francese Gaston Bachelard in uno studio su Edgar Allan Poe esamina la concezione dell’acqua come mare tenebrum, la “sostanza simbolica della morte” (L’eau et les rêves, 1942; tr. it Psicanalisi delle acque).

Un discepolo di Bachelard, l’antropologo Gilbert Durand, scrive che nell’opera di Poe

«l’acqua è “superlativamente mortuaria” […] l’acqua “superlativa”, vero e proprio aquaster poetico, ci riporta all’ossessione della madre morente. L’immaginazione di Poe è profondamente morbosa, traumatizzata dalla morte della madre; tuttavia attraverso il lugubre e tetro diletto acquatico, si intuisce il grande tema corroborante dell’acqua materna».

Durand afferma inoltre (cfr. Les Structures anthropologiques de l’imaginaire, 1963; tr. it. Le strutture antropologiche dell’immaginario; cur E. Catalano – V. Calassi, Dedalo, Bari, 2009):

«il primordiale e supremo inghiottitore è il mare. […] Per numerose culture l’abisso femminilizzato e materno rappresenta l’archetipo della discesa e del ritorno alle fonti originarie della felicità».

L’antropologo rafforza le proprie speculazioni con alcune note filologiche tratte da La grande déesse di Jean Przyluski (1950):

«Il fiume Don prende il nome dalla dea Tanai. Don e Danubio sono, secondo Przyluski, deformazioni scite e celtiche di un antichissimo nome della dea-madre analoga a Tanai. […] Przyluski riduce i nomi semitici della grande dea – Astarte siriana, Athar araba, Isthar babilonese, Tanit cartaginese – ad una forma “Tanais”, strettamente legata a “Nanai” che sarebbe un antico nome dell’acqua e del fiume».

Tanais (Τάναϊς) appare nelle fonti greche più antiche sia come nome di un fiume che di una città, conosciuta anche come palude Meotica. Sempre seguendo Durand (e Bachelard) possiamo trovare una connessione tra l’ordine “diurno” e “notturno” dell’immaginazione, il che potrebbe significare che i concetti di Dio, Mare, Cielo, Abisso, Paradiso, sono tutti partiti da una “T”… Ulteriori conferme psicologiche (sempre da un’ottica junghiana “moderata”) si possono individuare nel saggio di Alfred Kallir sulla “Lettera T”, incluso nella sua opera più importante Segno e disegno. Psicogenesi dell’alfabeto (1961).

Roman mosaic of Thalassa (Hatay Archaeological Museum)

I was wondering about the word thalatta, which we can find in its most icastic form in Xenophon’s Anabasis, on the lips of the Greek mercenaries (Θάλαττα! Θάλαττα!). We don’t know the exact origin of the word, it’s a kind of an unicum in philology; anyway, what we know is that in Greek mythology Thalassa is a primeval spirit of the sea from Pre-Greek past.

This means that the word has a “divine root” and probably shares something with Hebrew Tehom (תְּהוֹם‎‎), the Abyss, the Great Deep of primordial waters, which itself is a cognate of Akkadian Tamtu and was equated with Sumerian goddess of the ocean Tiamat.

I was trying to remember if there are others European language that indicates the sea with a word starting by the letter “T” (in Modern Greek “sea” is still Θάλασσα), and I can actually say that there are two terms which share the same origin: Turkish deniz and Hungarian tenger, both coming from Proto-Turkic *teŋri/*taŋrɨ, “God”, “Sky”, “Heaven” (Modern Turkish has also Tanrı, still a synonym of “Allah” in some idiomatic expressions as “Tanrı bilir”). Here’s a “God” from another abyss, the blue expanse, the sky.

I don’t know if this hypothesis has any plausibility from a philological perspective, but there are some psychological and cultural indications for that. For example, French philosopher Gaston Bachelard in a study on Edgar Allan Poe examines the writer’s conception of water as mare tenebrum, the “symbolic substance of death” (L’eau et les rêves, “Water and Dreams”, 1942).

Furthermore a disciple of Bachelard, the French anthropologist Gilbert Durand, wrote that “in the work of Poe […] ‘superlative water’, the true poetic aquaster, refers to his obsession with his dying mother. […] [Poe’s imagination] is profoundly morbid, shocked by the death of his mother; however, through the lugubrious, morose, aquatic pleasure can be glimpsed the comforting theme of maternal water.”

Durand also states that “the supreme primordial swallower is the sea […]. The feminised, maternal abyss is, for numerous cultures, the archetype of descent and of the return to the original sources of happiness” (Les structures anthropologiques de l’imaginaire, “The anthropological structures of the imaginary”, 1960).

In addition, he strengthens his speculations with some philological notes taken from Jean Przyluski’s La grande déesse: introduction à l’étude comparative des religions (1950): “The river Don is said to have been named after the goddess Tanais. Don and Danubius are, according to Przyluski, Scythian and Celtic deformations of an ancient name for the goddess-mother, analogous with Tanais. […] Przyluski reduces the Semitic names of the Great Goddess, the Syrian Astarte, Arab Atar, Babylonian Ishtar, Carthaginian Tanit to a form ‘Tanais’, closely linked to ‘Nanai’ which he believes to be an ancient name for water and river.”

Tanais (Τάναϊς) appears in ancient Greek sources as both the name of the river and of a city, also called the Maeotian Swamp.

Still following Durand (and Bachelard) we can find a connection between the “diurnal” and “nocturnal” order of imagination, which could mean that God, Sea, Sky, Abyss, Heaven, it all begins with a “T”…

We can also identify more psychological confirmations (always from a “tempered” Jungian perspective) in the essay of Alfred Kallir on “Letter T”, which is included in his most important work Sign and Design: The psychogenetic source of the alphabet (1961).

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