L’ultima forma possibile di carità?

In uno storico editoriale in taglio alto sul “Corriere della Sera” del 13 dicembre 1993, il teologo ed aforista Sergio Quinzio in piena epidemia di Aids definì il “suicidio sessuale”, cioè il volontario e vicendevole contagio tra omosessuali, l’ultima forma possibile di carità:

«Il nostro tempo è quello del conclamato trionfo dell’uomo “scientifico” ed “economico”, che calcola razionalmente le sue scelte in funzione dei vantaggi da conseguire. È tragicamente “giusto” che sia anche – paradossalmente, dialetticamente – il tempo della più assoluta negazione del carattere ragionevolmente utilitaristico delle nostre scelte. Molti fatti stanno lì a provarlo, ma la notizia che ci giunge adesso da San Francisco, la capitale gay d’America, lo dimostra con macabra evidenza. Non sappiamo, o almeno non sappiamo ancora, guarire l’Aids, ma sappiamo che l’uso del preservativo nei rapporti sessuali – e in particolare omosessuali – sarebbe un freno al dilagare di un’infezione talmente grave e diffusa da minacciare il futuro dell’umanità. Il rimedio, a quel che sembra, è efficace nella quasi totalità dei casi per impedire il contagio; e per giunta è un rimedio semplice da applicare, di basso costo, autorevolmente raccomandato e ampiamente pubblicizzato. La strada indicata è dunque chiara e facile, ma pare che una buona parte dei gay di San Francisco (almeno un terzo del totale) non la percorrano. Perché? Per una ragione del tutto opposta a quella prevedibile, e cioè non per mancanza di informazioni e di educazione. Si rifiutano, al contrario, proprio di percorrere quella strada dopo averla sperimentata, e con consistenti benefici. Perché, dunque? Gli esperti spiegano che la causa è soprattutto psicologica, perché gli omosessuali di San Francisco non riescono più a sostenere lo spettacolo delle sofferenze e delle morti che comunque li circonda e li minaccia. Allora tanto vale prevenire il destino, abbandonarsi ad esso. Si parla di “suicidi sessuali”. Contro quello che si proclama a gran voce alla luce del giorno, la realtà più segreta è che, nelle nostre tenebre, attrae ormai, più del piacere sessuale, la morte. Dopo aver razionalmente respinto il più possibile lontano da noi la morte, è, naturalmente, con la morte, invano nascosta ed esorcizzata, che alla fine dobbiamo confrontarci. Lo fanno i gay americani sfidando “eroicamente” quello che era l’ultimo tabù, ormai del resto cinicamente sfidato facendo rientrare nella logica dei consumi anche il commercio dei morti. Ma il più strano e incredibile, per i nostri criteri consueti, è il fatto che la morte finisca per acquistare quel significato positivo che la vita ha largamente perduto. Fra gli omosessuali di San Francisco, darsi a vicenda la morte è l’ultima forma possibile di solidarietà. O vogliamo dire senz’altro di carità?».

Beh, forse “solidarietà” sarebbe stato meglio, ma vuoi mettere con la carità, non c’è paragone! Comunque non pare che a tali sparate sia seguito un dibattito, o forse sì: in fondo, che importa? è però interessante osservare che probabilmente oggi gli stessi identici illuminati pensieri verrebbero considerati “omofobici” in quanto contrari allo stereotipo del gay razionale, sobrio, monogamo, casto fino al matrimonio, “adulto e vaccinato” (così come, fuor di metafora, tutti i figli che ha adottato dal punto di vista igienico, sessuale e sanitario).

Ricordiamo tuttavia che la pratica del contagio volontario (la quale ha anche una definizione, bugchasing, o più “poeticamente” Sindrome di Samo) non solo non è mai tramontata, nonostante l’istituzionalizzazione della monogamia omosessuale a cui accennavamo, ma per certi versi è stata incentivata e dai nuovi mezzi di comunicazione e dall’attenuazione della letalità della malattia. Come scrive “l’Espresso” (Il Bug Chasing: perché alcune persone vogliono contagiarsi col virus dell’HIV?, 30 settembre 2017),

«Secondo una prima ipotesi, praticare il bug chasing permetterebbe agli uomini gay di poter entrare a far parte della comunità di sieropositivi gay, all’interno della quale sembra esserci una coesione ed un legame più forte rispetto alla comunità generale; alla base ci sarebbe quindi un motivo di appartenenza ad un gruppo. Una seconda interpretazione, conosciuta come “metafora del diabete”, si basa sul presupposto che per molte persone l’HIV è ormai una malattia come il diabete, nel senso che è definibile una patologia cronica […]. Una terza teoria, invece, spiega il fenomeno chiamando in causa la campagna martellante sulle pratiche del sesso sicuro. Una quantità eccessiva di questi messaggi potrebbe aver innescato in alcune persone un processo psicologico inverso. Il sentire venir meno la propria libertà sessuale potrebbe attivare quindi la ricerca di rapporti sessuali non protetti come una forma di protesta. […] Un’ultima spiegazione del fenomeno si basa sulla dipendenza sessuale (sexual addiction). […] Secondo questa teoria, che rimane la più accreditata, probabilmente gli uomini che praticano il bug chasing lo farebbero poiché hanno raggiunto un grado di dipendenza sessuale così elevato che contrarre il virus dell’HIV sarebbe, per loro, l’ultima frontiera per placare i loro stati d’ansia attraverso il comportamento sessuale».

Esistono testimonianze agghiaccianti provenienti da queste comunità online: c’è chi si è “divertito” a contagiare centinaia di omosessuali a loro insaputa (a volta anche attraverso lo stupro); c’è chi considera l’Aids “il dono più prezioso a cui un gay può ambire”, c’è chi vorrebbe drogare il figlio per farlo violentare da decine di uomini e fargli prendere la malattia eccetera (solo per stomaci forti una raccolta di screenshot dai vari forum in inglese).

Torniamo però a Quinzio, fingendo che il fenomeno di cui parla sia per sempre cristallizzato nella San Francisco dei primi anni ’90: anche se sarebbe ingenuo cadere nella trappola dell’épater le bourgeois, non si può comunque accettare che certe panzane passino per profonde e ispirate meditazioni, anche perché pure nel 1993 la “carità” (cristiana, ma non solo) stava da tutt’altra parte. Per citare a titolo d’esempio un passaggio da notevole pezzo su Papa Francesco (Is The Pope Catholic?, “Newsweek”, 10 set 2015):

«Una sostenitrice [dell’arcivescono Cordileone, noto per la sua opposizione ai matrimonio omosessuali] è indignata per la campagna diffamatoria messa in piedi dalla comunità gay e vorrebbe che i critici dell’arcivescono ricordassero che durante la peggiore epidemia di AIDS, fu solo la Chiesa cattolica a prendersi cura dei malati. Madre Teresa […] aprì un ospizio a San Francisco quando gli ospedali rifiutavano l’ingresso ai malati di AIDS. Essere accusati di omofobia ora che la peste si è placata fa andare su tutte le furie la sostenitrice: “Tutti temevano di toccare i sieropositivi morenti, eccetto la Chiesa cattolica”, afferma.
La Most Holy Redeemer Church si trova nel mezzo del Castro, il più celebre quartiere gay del mondo. La chiesa è stata qui per circa un secolo, dapprima occupandosi degli immigrati italiani coi calli sulle mani e poi, molto più tardi, di omosessuali con lesioni violacee sui loro corpi. Durante la peggiore crisi dell’AIDS, la MHR gestiva un ospizio in quello che una volta fu un convento. La cappella contiene ancora una pergamena con i nomi di quelli portati di via dall’epidemia, un grazioso elenco la cui tragica lunghezza lo fa toccare a terra».

Oggi la situazione è naturalmente cambiata dalla prospettiva cattolica; ma se i salotti continuano a celebrare il contagio reciproco come pratica affascinante e avveniristica, l’ultima forma di carità 4.0 attraverso le app di incontri («Funziona meglio del viagra come eccitante», scrive l’Huffington Post), al contrario la Chiesa prova sempre a occuparsi degli “intoccabili”, aggiungendoci tuttavia il carico da undici dell’opportunismo e del gesuitismo del “nuovo corso”, come dimostra un recente pezzo di “Avvenire” sull’emarginazione dei giovani gay (Rischio suicidio triplicato. Che fare per i giovani gay?, 13 novembre 2018):

«Il messaggio che lasciamo filtrare talvolta appare senza speranza. Le vocazioni più immediate sono precluse a un ragazzo omosessuale: non può formarsi una famiglia, non può entrare in seminario, non può pensare a una vita di coppia. Cosa gli resta?».

È sicuramente uno sforzo non indifferente accettare la deriva “omofila” vaticana, tuttavia se può risultare anche in minima parte irritante verso i “caritatevole” à la Quinzio, allora forse ce ne si può fare una ragione: che sia questa davvero “l’ultima forse possibile di carità” in tutti i sensi?

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