Anders Breivik, il convitato di pietra del buonismo

Perché non si parla mai di Anders Behring Breivik? È una domanda che mi pongo da anni, praticamente dalla stessa estate del 2011 in cui credevo che la sua strage sarebbe stata sfruttata fino allo sfinimento per annientare qualsiasi tipo di destra in Europa. Invece, quasi nell’immediato, venne calata una coltre di silenzio che ancora oggi permane a tutti i livelli, editoriale, accademico, mediatico, persino internettiano (quando mai è stato usato come spunto polemico anche dal più esagitato blogger piddino?).

Prendiamo, per esempio, i libri scritti su quanto ha combinato il terrorista norvegese: la bibliografia, a parte qualche rodomontata senza senso (come l’Elogio letterario di Richard Millet e fogliettoni vari), si riduce in pratica a un solo titolo, Uno di noi di Åsne Seierstad, pubblicato ormai nel lontano 2013 (e tradotto in italiano tre anni dopo). In effetti è a questo solitario volume che mi sono rivolto, almeno per trovare una risposta: ma il problema è che forse ne ho trovate troppe.

In questi tempi di politicamente corretto imperante, dove anche gli eventi più insignificanti vengono distorti e ingigantiti per creare un “allarme razzismo/xenofobia/islamofobia”, il fatto che un’enormità del genere sia stata nascosta sotto il tappeto invece di esser sbattuta in faccia quotidianamente a “populisti” e “anti-europeisti”, a mio parere dipende da un dettaglio trascurato: la storia di Breivik rappresenta un atto di accusa più verso la “sinistra” che la “destra”.

Dove nasce infatti il “Mostro”, se non in una società in cui il femminismo è ormai diventato matriarcato e impone a livello istituzionale piccole e grandi follie di cui Breivik è fondamentalmente una vittima? In primo luogo in quanto figlio di genitori divorziati, che i giudici però si rifiutano di affidare al padre nonostante la madre sia fuori di testa; in secondo luogo, come allievo di una scuola che impartisce lezioni di cucito ai maschietti per favorire l’uguaglianza tra i sessi (il terrorista si compiacerà in seguito di aver ricevuto tali insegnamenti, ché gli hanno permesso di cucirsi da solo le sue uniformi da “crociato”). Infine, come cittadino di un Paese in cui si assiste alla prima commistione tra una politica economica di destra camuffata con i colori rassicuranti del rosa (e poi dell’arcobaleno): è la Norvegia laburista che, per nascondere la feroce campagna di privatizzazioni e deregolamentazioni, esaspera la propaganda sui “diritti civili” fino a trasformare anch’essa nella prosecuzione dello smantellamento del welfare con altri mezzi (prima diluendolo col femminismo, poi con l’immigrazionismo).

Insomma, Breivik cresce in una società buonista e cogliona della quale la Seierstad, per quanto politicamente corretta, non ci risparmia nulla: sono esilaranti, per esempio, le pagine in cui racconta come a metà degli anni Ottanta il sistema politico-mediatico avesse lanciato la “moda dei graffiti” come ultima avanguardia artistica, salvo poi dover imporre pochi anni dopo un regime di semi-terrore contro la “mafia dei graffitari” (sic) che aveva trasformato Oslo in un enorme cesso d’autogrill. Il futuro terrorista da adolescente era peraltro uno degli imbrattatori più attivi, alla ricerca come tutti i giovani di un modello maschile, che “Mamma Norvegia” aveva confinato nelle gang di immigrati, nei rapper, nei vandali, negli spacciatori di quartiere eccetera. La biografia di Breivik si potrebbe in fondo leggere come una disperata ricerca di un po’ di “patriarcato”, prima appunto tra le bande di strada, poi tra gli estremisti di destra, tra i “liberali oltranzisti” (cit.) e persino tra i massoni (la sua iniziazione è roba da Un borghese piccolo piccolo, lasciamo stare i complotti).

Questo bambino spaventato però trova solo porte sbattute in faccia, perché nella Norvegia degli anni ’90 proiettata verso il XXI secolo l’unico modello maschile ammesso dalle istituzioni è il giovane laburista “che ce l’ha fatta”, simbolo di una sinistra che ha ripudiato il pessimismo dell’intelligenza per votarsi esclusivamente all’ottimismo della volontà. L’AUF, l’ala giovanile dei Laburisti, non è più quella degli anni ’70 (così sospettosa nei confronti del grande capitale, refrattaria alle sirene dell’europeismo e del radicalismo di massa prossimo venturo): è un nuovo ircocervo di tecnocrazia, ecologismo, multiculturalismo e alta finanza. La spensieratezza è diventata l’unico valore dei giovani progressisti norvegesi: a livello politico, ci si deve solo preoccupare di saper dire “le parole giuste al posto giusto” (dunque dal 2008 i discorsi di Obama diventano Vangelo); a livello sociale, bisogna semplicemente insegnare agli immigrati come “conoscere le ragazze norvegesi” (p. 229) nelle modalità più consone (no tocare, no stuprare, no ucidere).

I capitoli che la Seierstad dedica alla “vita anteriore” di alcune delle vittime sono involontariamente i più atroci, perché il ritratto che ne esce è quello di una sinistra che, una volta conquistato il potere, lascia indietro tutti quelli che “non ce la fanno”: le classi subalterne, i disoccupati, i falliti, gli “sfigati”. Breivik, per l’appunto: un aspetto poco sottovalutato della “ideologia” di costui è che, riducendola ai minimi termini, l’unico scarto rispetto a un liberal qualsiasi è l’islamofobia (che per giunta non diventa mai razzismo nemmeno nell’agguerrito “memoriale”, ma si mantiene sempre al di sotto dello “scontro di civiltà”). Breivik è dichiaratamente libertario, femminista, anti-proibizionista, abortista, filo-israeliano, nonché appassionato lettore di Friedrich von Hayek, Milton Friedman e Ludwig von Mises: insomma, il curriculum medio del candidato di qualsiasi partito europeo di centro-sinistra. Eppure ha deciso lo stesso di mascherarsi dietro la mitologia norrenica e il fanta-templarismo: evidentemente qualcosa “è andato storto”, e bisognerebbe a questo punto capire cosa è accaduto.

Accennavamo alla spietatezza della sinistra al potere: giocando sull’etimo, penso si potrebbe parlare addirittura di empietà. Partiamo da lontano, precisamente dal “lassismo” con cui è stato gestito il caso: in Uno di noi l’Autrice elenca con minuzia tutti gli istanti in cui la polizia norvegese avrebbe potuto bloccare Breivik, prima, durante e dopo l’attentato. Niente da fare, purtroppo: nessuno va controllare quella fattoria in cui l’aspirante crociato ha messo in piedi una pantagruelica fabbrica dell’orrore; dopo l’esplosione dell’auto-bomba, vengono ignorante le segnalazioni immediate e nessuno si preoccupa di istituire posti di blocco; durante la mattanza di Utøya si perdono ore e ore a discutere su come e quando e dove intervenire. Se tutto ciò fosse accaduto in Italia, la spiegazione sarebbe univoca: inferiorità ontologica, etnica e genetica degli italioti. Tuttavia, l’Autrice è norvegese e dunque ci tiene più volte a rimarcare la causa principale del “disastro”: «A causa dell’adozione di nuove misure di contenimento delle spese, in piena estate non c’era un equipaggio d’emergenza disponibile» (p. 349); «[I commissariati di polizia avevano messo in atto] una serie di misure di riduzione di costi, compresa l’introduzione di turni coperti da una sola persona nella sala operativa» (p. 371). Eccetera eccetera.

Uno dei problemi principali, nelle politiche di “taglio”, è che la sinistra si lascia prendere troppo la mano: perlomeno la destra quando vuole distruggere lo stato sociale si ricorda di tenere qualche soldino per i manganelli. A parte le battute (ma c’è poco da scherzare), bisogna osservare come i progressisti europei, in particolare quelli nordici, abbiano dato vita a un perverso cortocircuito tra liberismo e buonismo: soltanto ora ci accorgiamo come l’antropologia positiva si accompagni allo scempio del welfare, così come il mito del buon selvaggio si adatta perfettamente a un capitalismo altrettanto selvaggio. L’uomo è naturalmente buono, capite? Non abbiamo bisogno della polizia. E adesso non sto davvero scherzando, perché è questo ciò che il Partito indirettamente insegnava alla “generazione Utøya”:

«”Se davvero c’è una persona che sta sparando, allora qualcuno deve andare parlare”, disse una delle ragazze. “Dobbiamo chiederle di smetterla”, disse l’altra. Essendo attiviste dell’AUF, erano cresciute dentro una cultura della parola. Bisogna imporsi con la discussione. È la forza delle tue argomentazioni a darti potere» (p. 379).

Le due ragazze, ça va sans dire, moriranno con uno sparo in testa. Il buonismo totalitario però non si limita a divorare i suoi figli, va più nel profondo: non è solo la questione del processo, il “clima di cordialità” (sic) in cui si è svolto (la Seierstad descrive lo sconcerto de giornalisti stranieri: «I pubblici ministeri stringono la mano a Breivik, e pure i difensori pubblici e gli avvocati difensori!») e la pena ridicola a cui è stato condannato lo stragista (ventun anni, eventualmente rinnovabili…), con il corollario di una denuncia per “tortura” contro la giustizia norvegese perché a Breivik non veniva dato burro sufficiente per tre fette di pane, il caffè gli veniva servito freddo e la crema da giorno che i secondini gli portavano in cella durante la giornata si seccava perché tenuta in un bicchiere di plastica. Sic, sic e ri-sic!

Non è soltanto questo, dicevo: il buonismo ha un lato ancora più oscuro, che risiede nell’impossibilità di riconoscere il male (e quindi combatterlo, o almeno condannarlo). Se l’uomo è naturaliter buono, non è nemmeno consentito distinguere tra vittime e carnefici, tra innocenti e colpevoli: semplicemente, si traccia un segno sopra e si va avanti. E badate che qui non si discute di massimi sistemi, ché gli effetti di tale ideologia proprio nel ricordo (cioè nella rimozione) della strage si sono rivelati in tutta la loro empietà:

«[Il fratello di una delle vittime], esasperato da tutti i discorsi sulla Norvegia che aveva prevalso sul male e sull’odio, espresse così quell’impotenza: “Io non prevarrò mai su nessuno, dal momento che sono stato privato di un fratello minore”. Le rose, gli arcobaleni e la democrazia che avrebbero dovuto sconfiggere il colpevole riuscirono soltanto ad accrescere la loro tristezza. [I parenti della vittima] trovavano rivoltante sentir dire dai leader del partito che il movimento laburista era la vittima de massacro. Li facevano adirare i membri dell’AUF che parlavano di “riprendersi Utøya” prima ancora che le vittime fossero state sepolte» (p. 573).

E questo è il minimo: quando ci fu la commemorazione del primo anniversario, inizialmente si decise di escludere i genitori delle vittime, poi ci si accordò per farli venire la mattina presto ma costringerli a lasciare l’isola prima che arrivassero i sopravvissuti: «Nessun genitore sarebbe potuto più rimanere, perché i ragazzi dovevano ricreare “l’atmosfera di Utøya”. […] I genitori sarebbero stati fuori posto. C’era il rischio che si mettessero a piangere o a urlare, rovinando quell’evento organizzato con tanta cura»…

Il padre e la madre di due delle vittime, Anders Kristiansen e Simon Sæbø, ricostruiranno il grottesco rituale con parole terribili:

«Gerd e Viggo [Kristiansen] non trovarono il coraggio di andare a Utøya dopo aver saputo quali erano le condizioni alle quali avrebbero avuto il permesso di partecipare. Non si sentivano i benvenuti. Tone e Gunnar [Sæbø] decisero di andarci comunque. In seguito Tone disse che l’anniversario era stata l’esperienza peggiore che avesse avuto dalla morte di suo figlio: dopo aver fatto una rapida visita alla scogliera e aver posato alcuni fiori accanto alla roccia, dovettero affrettarsi a lasciare l’isola perché erano in arrivo i sopravvissuti. Quando erano scesi dal traghetto avevano subìto l’assalto della folla festosa di membri dell’AUF che sgomitavano per salire a bordo. Tone aveva dovuto farsi strada a fatica tra la miriade di ragazzi. Aveva la sensazione che evitassero il suo sguardo. Forse era nella natura dei giovani quel non soffermarsi sul lato triste delle cose. Quel non avere riguardi.
[…] In base agli accordi presi, i genitori avevano il permesso di tornare sull’isola dopo le cinque di pomeriggio, dato che per quell’ora i membri dell’AUF se ne sarebbero andati per partecipare all’evento successivo in programma, il grande concerto in memoria delle vittime al porto di Olso, accanto al municipio. Erano tutti elettrizzati al pensiero che si sarebbe esibito Bruce Springsteen.
“A volte mi chiedo in che cosa era coinvolto il mio ragazzo”, disse Gerd. “Sarebbe diventato anche lui così?”
[…] Avevano la sensazione di non aver mai compreso appieno in cosa fosse coinvolto Anders [Kristiansen]. Chi era quella gente? I precedenti leader dell’AUF avevano continuato a fare carriera, quasi senza eccezione. Erano entrati a far parte dei meccanismi del potere. Erano stati scelti come consiglieri politici, sottosegretari, avevano ricevuto incarichi nell’amministrazione di governo.
Ma che l’organizzazione fosse così crudele nei confronti di chi era in lutto, quello no, non l’avevano mai immaginato. “E’ come se volessero che dicessi: Alleluia! Mio figlio faceva parte dell’AUF”, sospirò Gerd. “Una cosa che posso dire è che la Norvegia non si è presa cura di mio figlio, e che la nazione non si sta prendendo cura di noi in questo momento. Prendersi cura significa anche non dimenticare» (pp. 574-577).

Non credo ci sia molto da aggiungere. Prendersi cura significa anche non dimenticare: ma la sinistra “vincente” non può di certo accompagnarsi agli “sconfitti”, anzi non ci vuole proprio pensare. Tanto è vero che Utøya poi è stata rifatta a nuovo, in modo da consentire ai “giovani” (quelli che “ce l’hanno fatta”, s’intende) di «prendere il sole sulle rocce dove molti dei loro figli erano morti dissanguati» (ancora parole dei genitori di cui sopra).

Ecco, forse cominciano a capire perché Breivik non viene nemmeno nominato, se non quando vince una causa per “violazione dei diritti umani” (sempre per la storia della crema di bellezza che si seccava nel bicchiere di plastica – questo è ciò che i norvegesi intendono per “stretto isolamento”). Lo stragista, il boia, il massacratore di quindicenni, è a tutti gli effetti il convitato di pietra del buonismo. È il prodotto di una società che maschera la sua spietatezza ed empietà dietro miriadi di arcobaleni, dal femminismo al multiculturalismo al buonismo, ma che è talmente priva di valori da non poter nemmeno condannare il male quando gli si presenta davanti agli occhi, in tutta la sua brutalità. Se almeno di Breivik fosse stato fatto un capro espiatorio, avremmo potuto riconoscere un briciolo di “bontà” anche al buonismo: invece non ci è nemmeno concesso di odiare. Dobbiamo continuare a sorridere e ballare, in una interminabile danse macabre che ovviamente non si è fermata nemmeno quando il terrorismo in Europa ha cambiato bandiera (anzi si è intensificata). Eppure, quanto avremmo bisogno di un po’ di pietas

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