L’antisemitismo consolida lo spirito comunitario delle banlieue

Una intervista rilasciata dal sociologo Didier Lapeyronnie a Libération il 29 aprile 2009 (L’antisémitisme cimente le groupe) che traduco non solo perché nessuno lo ha fatto, ma perché dopo dieci anni è ancora attualissima. Abbiamo affrontato indirettamente la stessa questione ricordando lo storico revisionista Robert Faurisson, che venne accolto a braccia aperte dalla banlieue proprio grazie al collante dell’antisemitismo. Un punto che frustra l’auspicio finale del sociologo, ovvero che i vari “tipi di antisemitismo” (quello di estrema destra e sinistra e quello “popolare”) non riescano mai a incrociarsi.

Robert Faurisson nella periferia esistenziale

 

Per il sociologo Didier Lapeyronnie, il razzismo antiebraico delle banlieue fa parte di una logica collettiva: “L’antisemitismo consolida il gruppo”. Lapeyronnie è professore di sociologia all’Università Parigi-Sorbona ed è autore di Ghetto urbain, ségrégation, violence, pauvreté en France aujourd’hui.

Secondo lei il caso di Ilan Halimi è antisemitismo?
L’atto in sé è orrendo, ma è stato alimentato da un evidente antisemitismo: gli ebrei sarebbero ricchi, solidali, comunitari… Tuttavia, una notizia è sempre un evento particolare dovuto alla convergenza di una situazione sociale e storie personali. L’affaire Ilan Halimi è l’incontro tra un leader carismatico e un mondo sociale così debole da poter essere strumentalizzato.

Esiste un antisemitismo specifico della banlieue?
C’è molto antisemitismo nelle periferie, ma ciò non significa che le persone siano individualmente antisemite. In questa storia troviamo tutti gli ingredienti della “logica del ghetto”, il gruppo che compie azioni che non i singoli non commetterebbero mai, la presenza di un leader carismatico, la legge del silenzio, della paura, dell’assenza di solidarietà con le persone al di fuori del proprio quartiere, e infine l’antisemitismo, che circola nel gruppo e in qualche modo lo “cementa”, dando a tutti l’illusione di esistere ed essere in possesso di una forma superiore di comprensione che sfugge alla gente comune. Si tratta di logiche collettive abbastanza comuni.

Quali sono le radici di questo antisemitismo?
Non è importato dal conflitto israelo-palestinese. L’attenzione agli eventi in Medio Oriente deriva dal fatto che le persone sono già antisemite, non viceversa. L’antisemitismo è radicato nelle condizioni sociali e nel vuoto politico prevalente in alcuni sobborghi. È una forma di “socialismo degli imbecilli” [sta citando la nota espressione di Bebel: “L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”]. Quando le persone si imbattono in affermazioni antisemite, la loro prospettiva si capovolge: gli ebrei sono potenti, io sono debole; gli ebrei sono dappertutto, io non sono da nessuna parte; loro sono solidali, io sono solo; loro hanno il diritto di rivendicare la loro identità, noi, al contrario, non abbiamo diritti, ecc. In un contesto del genere non val la pena di pensare, come ha dimostrato Sartre.

Questo antisemitismo è accompagnato da altre forme di razzismo?
Non è separabile dal razzismo, dal sessismo e dall’omofobia. Nelle descrizioni dell’ebreo persiste una immagine “femminea”, morbida, omosessuale, una sorta di subumanità che perverte la civiltà, la cui influenza risalirebbe alla fine del diciannovesimo secolo.

La Francia è antisemita?
È incomparabilmente meno antisemita dal punto di vista dell’opinione pubblica di quanto non lo sia stata in passato, anche se persistono delle tracce. Tuttavia, il vecchio antisemitismo dell’estrema destra rimane dominante. Esiste anche un antisemitismo di estrema sinistra veicolato da persone come Dieudonné o Alain Soral [intellettuale transfuga del Parito Comunista e ora vicino al Front National], ma restano una minoranza molto debole. E infine esiste questo tipo di “antisemitismo popolare” sorto nei quartieri. Tra queste tre forme, per il momento, non ci sono però collegamenti. Per fortuna.

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