La “guerra tra poveri” è solo un feticcio del giustizialismo all’amatriciana

Nel 2001 venne pubblicato in Francia (e quasi in contemporanea in Italia, da Medusa) Tolérance Zéro del magistrato Georges Fenech, un volume che denunciava il lassismo delle istituzioni giudiziarie francesi, intaccate a suo dire da una “ideologia del permissivismo” e da un “anti-razzismo assolutorio”. L’orientamento politico dell’Autore, di simpatie conservatrici, hanno impedito che le sue proposte venissero prese sul serio, nonostante uno dei “modelli” da egli presentato fosse… Tony Blair (che alla fine degli anni ’90 faceva ancora parte dei “buoni”).

A riprova di ciò, il fatto che dopo tutti questi anni Tolleranza Zero rappresenti ancora una lettura politicamente scorretta, forse oggi più di allora (un’eventualità che dimostra quanto la situazione sia peggiorata). Pur concedendo che i riferimenti ai juges rouges (le “toghe rosse”, fenomeno diffuso in forme identiche sia in Francia che in Italia) possano risultare indigesti al “medio progressista” di fantozziana memoria, tuttavia gli argomenti snocciolati da Fenech sono tutt’altro che irrilevanti, in particolare quando egli fa scempio dei luoghi comuni della “giustizia di classe”:

«Una parte dell’élite proclama ancora che il crimine non è altro che un sottoprodotto della miseria e che le rivolte collettive sono soltanto una risposta legittima all’ingiustizia sociale. Persino in seno alla magistratura si sostiene che la vera insicurezza è quella economica e non quella criminale, che basterebbe lottare contro le ineguaglianze per fare sparire la violenza.
[…] Tuttavia, nel XX secolo, mentre l’Occidente conosceva la più forte crescita economica e il più basso tasso di disoccupazione, nel periodo 1960-1975, si è registrato un importante aumento della delinquenza. Nel luglio del 1977, il rapporto Peyrefitte, commissionato dai presidente Valery Giscard d’Estaing, metteva già in evidenza la mancanza di una correlazione tra la crescita economica e il livello della criminalità.
Così, nel 1973, in un periodo di flessione della disoccupazione, il numero dei reati era aumentato in maniera sensibile.
Studi simili sono stati condotti all’estero, e in particolare ne gli Stati Uniti. James Q. Wilson, nel suo libro Thinking about crime (1983), ha chiaramente dimostrato che la Grande Depressione (1929-1936), che lasciò senza lavoro il 37% della popolazione americana, non fu accompagnata da alcun rialzo del tasso di criminalità» (p. 116).

Ci sono poi altri temi affrontati da Fenech che rappresentano ancora tabù culturali, come la criminalizzazione della polizia, l’impunità della magistratura o la deresponsabilizzazione dei delinquenti. Secondo il magistrato, il furto non è una “redistribuzione selvaggia dei beni di consumo”, né la micro-criminalità un perdonabile accidente della cronaca: la questione essenziale, espressa anche in modo eufemistico (così nessuno si impressiona), è sempre quella di “porre un freno al primato della soluzione educativa su quella repressiva”.

Un altro importante punto sollevato è quello riguardante il “patriottismo di periferia” (definito anche come “nichilismo di strada”) il quale, lungi dall’essere stato debellato, è degenerato negli attacchi terroristici che a partire dal 2015 hanno insanguinato le strade francesi, vero e proprio “trionfo” del teppismo da banlieue.

Sfortunatamente, tali questioni restano relegati dalla grande stampa nelle paranoie di destra, nel populismo e nel securitarismo. Non è un caso che la versione italiana sia stata introdotta niente di meno che da Gherardo Colombo, il quale non solo respinge le tesi dell’autore ma addirittura teorizza il principio del “giustizialismo elettivo” (che dopo Mani Pulite in Italia è diventato dogma):

«Fenech nemmeno considera che il diffondersi della criminalità possa in qualche modo dipendere dall’emulazione nei confronti dei potenti: liquida con un certo fastidio l’attenzione che la magistratura francese dedica ai cosiddetti crimini dei colletti bianchi, la cui repressione non avrebbe, infine, altro risultato che distogliere parte delle forze della lotta della criminalità da strada che mette a repentaglio la proprietà della persona» (p. 15).

Sorvolando sul fatto che Fenech non sostiene nulla del genere, possiamo osservare quanto sia pervicace tra i magistrati italiani l’opinione che la repressione verso i “colletti bianchi” sia non solo esemplare, ma addirittura “pedagogica”, e che l’arresto spettacolare di un pezzo grosso renda superfluo (se non controproducente) sanzionare i crimini degli “ultimi” (anche quando sono “primi” nella violenza).

È da un simile ordine di idee che scaturisce l’ormai proverbiale espressione “guerra tra poveri”, la quale, pur avendo un significato evanescente, è ormai sulla bocca di tutti: in breve, c’è chi è convinto che nelle periferie sia in atto un conflitto che sottrarrebbe energie e risorse indispensabili all’unica guerra (o crociata) “legittima”, quella contro i “potenti”.

Ora, in primo luogo è necessario ricordare che i “poveri” non si stanno facendo alcuna guerra: nonostante i “medio progressisti” di cui sopra paventino la comparsa di un Ku Klux Klan all’amatriciana, o la proliferazione di “giustizieri della notte” tesserati a qualche microscopico partitino di estrema destra, in realtà i casi di rappresaglia in Italia si contano sulle dita di una mano monca. Il “povero” che viene rapinato non dichiara guerra agli altri “poveri”; tutt’al più si mette il cuore in pace, nella consapevolezza che non avrà mai giustizia perché, secondo i giudici italiani il “micro-criminale” è una povera vittima della società istigato dal cattivo esempio di qualche politico indagato.

Anche volendo, per assurdo, prendere per buono il concetto, sarebbe comunque utile capire in che modo si dovrebbe scongiurare la fantomatica “guerra tra poveri”: forse che la vittima di uno scippo o di uno stupro, invece di andare a denunciare il suo aggressore, dovrebbe prenderlo sottobraccio e proporgli di organizzare una Strafexpedition contro il capitalista col naso da porco, il cappello a tuba, il panciotto, il sigaro in bocca e il sacchetto col simbolo del dollari in mano? Rendetevi conto che un “piano” del genere non è nemmeno riuscito alle gang newyorchesi de I guerrieri della notte

Per giunta, se la “guerra tra poveri” scoppiasse davvero, i giudici italiani naturalmente si schiererebbero dalla parte dei poveri che sembrano più “poveri” (attualmente gli immigrati), assimilando viceversa i “poveri” italiani ai politici corrotti, agli evasori, agli abusivi, ai fascisti ecc ecc. Per i “poveri” dal nome esotico, quindi, la “comunità di recupero”; per gli altri, una colossale Mani Pulite “proletaria”.

Perciò, finiamola con questa favola della “guerra tra poveri” e liberiamoci una volta per tutte di ogni ideologia da falliti, cominciando proprio dal parlare quotidiano.

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