Come sono diventato stupido (Martin Page)

Vorrei inaugurare l’anno con la recensione di un libro che mi è stato regalato a Natale da una persona molto cara:  Come sono diventato stupido di Martin Page (Comment je suis devenu stupide, 2000, tr. it. Garzanti, 2002). Si tratta di un romanzo tipicamente francese non solo per la “comparsata” d’obbligo della Fnac (quale scrittore italiano ha mai fatto della Feltrinelli un luogo letterario? non se ne può più di questo nazional-trozkismo), ma anche per un je ne sais quoi più generale che influenza pesantemente la scrittura del giovane Page: in primo luogo, una distinzione manichea fra natura e cultura pseudo-cartesiana (in due parole, la storia è quella di un intello che vuol diventare stupido prendendo pilloline e scommettendo in borsa), dalla quale conseguono le dicotomie riflessione/azione, intelligenza/stupidità ecc…; in secondo luogo, un’ipostatizzazione della “cultura” a metà strada tra patafisica e surrealismo. Il protagonista infatti, per procurarsi di che vivere, fa il “supplente” «nelle materie di cui aveva qualche solida conoscenza: la biologia, i lepidotteri, la retorica aramaica, il cinema», e negli ultimi anni prima di diventare “stupido” si è mantenuto con una «traduzione in aramaico della Ricerca del tempo perduto». Tali battutine sono piuttosto irritanti, e in particolare l’irruzione di una fantomatica “lingua aramaica” appesantisce il carattere fino all’assurdo, esattamente il contrario di quanto la conoscenza del cinese faceva nei confronti del Peter Kien di Auto da fé. A questo punto sarebbe stato meglio mettere più carne al fuoco e proporre un cumulus emunerativo di conoscenze degno di Pantagruele (o Sade, Fourier e Loyola): in tal guisa, invece, il buon Antoine (così si chiama il tizio che vuol diventare stupido) si trasforma in una pallida controfigura dell’Autodidatta de La Nausea, colui che vorrebbe leggere in ordine alfabetico tutti i libri della biblioteca ma poi ne viene espulso nel modo più meschino possibile. Pur essendo anche l’Autodidatta una maschera maciullata dal dissidio natura/cultura, a confronto con l’insignificante Antoine ne esce come un gigante. Il motivo è a mio parere semplice: l’Autore si è identificato un po’ troppo nella sua creatura e ciò lo costringe a “salvarlo” continuamente con eccessiva indulgenza. Effettivamente in troppe occasioni il protagonista risulta più “furbo” di quanto non dovrebbe essere: per esempio, quando ironizza su figure quali Alain Finkielkraut e Alain Minc, con riferimenti al milieu culturale francese che non possono che sfuggire al lettore italiano (ma il traduttore non si preoccupa di aggiungere uno straccio di annotazione a piè pagina); a un certo punto salta fuori una battutaccia che persino uno scrittore à deux balles si sarebbe risparmiato: «Tutto ciò che vive molto a lungo e felice non è molto intelligente. Le tartarughe vivono secoli, l’acqua è immortale e Milton Friedman è ancora vivente». A chi fa ridere ’sta roba? Da bravo francese, non avrebbe mai profferito una cattiveria del genere nei confronti di Maurice Allais. Ah, le mot juste!
Tornando alla trama, la conclusione è quella che tutti si aspettano sin dall’inizio: Antoine in una settimana riesce a diventare “padrone dei meccanismi finanziari”, ma dopo aver fatto troppi soldi decide di averne abbastanza e, in un paio di passaggi pastrocchiati, finisce per tornare alla sua vecchia vita di “intelligente”, non prima di aver introdotto «un virus nel sistema informatico della società [in cui ha lavorato], che, collegato alla rete mondiale, doveva provocare alla riapertura dei mercati, all’inizio della settimana qualcosa come un allegro caos finanziario». Se sentite puzza di Fight Club, è non solo perché ai tempi il film andava di moda (più del libro), ma soprattutto perché i francesi sono gli unici ad averlo preso sul serio, come fosse un “catechismo del rivoluzionario”, quando invece pure gli americani, dopo la sbronza adolescenziale da Millennium Bug, ora lo riguardano con un certo imbarazzo (ma già dopo qualche anno la battuta sulla “prima regola” li aveva stancati).
Come afferma una recensione in cui mi sono appena imbattuto, c’est dommage parce que le thème aurait pu être passionnant (neanche oltralpe a dir la verità hanno apprezzato molto l’esordio di Martin Page). Le intenzioni di chi me l’ha regalato erano ineccepibili: mi sono sentito in dovere di essere più severo del necessario proprio per l’aspettativa spietatamente delusa. Nondimeno colei che me ne ha fatto dono si è dimostrata più grande dell’autore stesso, risolvendo la contraddizione tra natura e cultura (o fra arte e vita) con un libro che, almeno a livello ideale, si giustappone alla biografia di chi lo riceve.

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