Cosmeticonautica

L’ultima ossessione delle femministe è diventata la Scyenza (che sarebbe tutto quello che i giornali identificano come “scienza”): finché le donne non saranno tutte scyenziate, resteranno sempre inferiori agli uomini. Questo di per sé è già un passo avanti: viene riconosciuta la possibilità di una scienza in quanto tale (seppur in forma di scyenza), senza le etichette di “maschilista”, “patriarcale” o “fallocentrica” (stendiamo appunto un velo pietoso su quanto le stesse scrivevano negli anni ’70). Però tutta questa costa sta diventando, come al solito, stucchevole.

Pensiamo solo che il miglior articolo su Samantha Cristoforetti alla fin fine ha dovuto scriverlo un uomo -per giunta fascio e terrone-, Marcello Veneziani, in forma di lettera indirizzata al “Corriere”: Il viaggio negli astri che ci avvicina a casa (13 giugno 2015). Non ricordo contributi degni di nota alla ricezione culturale del viaggio di “Astrosamantha” da parte del gentil sesso, a parte i soliti squallidi peana alla comune appartenenza di genere (oltre a questo obbrobrio). Resta perciò il mistero di quale sia stato il contributo fondamentale apportato dalla Cristoforetti alla scienza (o scyenza) in quanto donna.

Uno potrebbe in fondo snocciolare le solite banalità (dolcezza, tenerezza, maternità), dimenticando che la mitezza in genere è una delle caratteristiche intrinseche alla professione di astronauta. La cosmonautica è infatti uno dei pochi campi in cui lo spirito di collaborazione prevale sulla competitività e sull’arrivismo, perché l’essere umano ragiona in quanto appartenente a una specie (o in modo più romantico, come “cittadino del mondo” e roba del genere).

Se volessimo fare i femministi, potremmo dunque affermare che in tale ambito sono già presenti “valori femminili” e probabilmente è per questo che sempre più donne vengono mandate nello spazio (può darsi che i pionieri di Marte saranno proprio donne, anche se probabilmente la prima cosa che diranno sarà: “Pensavamo a un altro tipo di rosso” [© Maurizio Crozza]). Questi sdilinquimenti però li potete trovare ogni giorno su qualsiasi quotidiano, quindi veniamo a cose più serie.

Una ricercatrice dell’Università di Essex ha scoperto che alle femmine piace fare cose da femmine (Perché essere femmine condiziona le ragazze?, “Corriere”, 1 dicembre 2012), soprattutto in Paesi come Norvegia, Svizzera, Stati Uniti, Canada e Inghilterra. Le femministe avanzano la scusa della “pressione ambientale”: le donne devono essere libere di determinare il proprio futuro, ma sarebbe meglio che venissero indirizzate verso professioni in cui prevalgono gli uomini (secondo il classico principio che le donne sono libere di fare quello che le femministe dicono loro di fare).

L’Unione Europea qualche anno fa ha persino promosso «una campagna triennale per incoraggiare le ragazze ad accostarsi allo studio di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica» (Donne visionarie, scienza e innovazione, “Corriere”, 9 ottobre 2012): in realtà tale questa “campagna” terminò il giorno stesso in cui venne lanciata, perché il progetto Science: It’s a Girl Thing! (pensato da donne per altre donne, lo ricordiamo) venne immediatamente affossato in quanto “offensivo e denigrante”. Il motivo? La Commissione Europa aveva sostenuto l’iniziativa con uno spot (ritirato dal canale ufficiale) il cui messaggio era: «La scienza ispira, illumina e cambia il nostro mondo. È la base per i nostri cosmetici, la moda, la musica e molto altro. Quindi, cosa ti impedisce di lasciarti coinvolgere dalla scienza?».

Il problema era quindi che le ragazze venivano presentate come superficiali ed edoniste… che gli eurocrati abbiano preso alla lettera l’aforisma di Karl Kraus «La cosmetica è la scienza del cosmo della donna»?

Ormai è pacifico che la formula “pari opportunità” significhi “meno opportunità per gli uomini”. Adesso però viene fuori che, anche in un ambiente in cui le donne hanno gli stessi diritti dei maschi (e sono chiamate quotidianamente a surclassarli in qualsiasi campo), esse continuino a preferire “cose da femmina”. Secondo la Cavarero –una a caso– la parità di diritti è «una finta uguaglianza che rischia di omologare le donne». Perché? Ovviamente perché essere donna è un valore aggiunto, che si esplica nel diventare donna (cioè femminista?). Bisogna capire se oltre alle chiacchiere ci sia dell’altro, o se il femminismo sia solamente la commercializzazione di una fallacia logica: le donne sono migliori degli uomini perché sostengono la tesi di essere migliori degli uomini. Quante risorse, energie e talenti sono stati buttati nella guerra tra i sessi? (Servirebbe una ricerca anche su questo).

In verità l’idea dell’Unione Europea non era poi così sbagliata: per quantificare contributo della femminilità alla scienza bisogna in primo luogo stabilire i criteri di tale femminilità. La questione è emersa nuovamente, purtroppo in modo abbastanza brutale, quando alcuni commenti sessisti pubblicati su Facebook contro la Cristoforetti hanno generato ulteriori commenti indignatissimi (e altrettanto imbarazzanti). Da un lato si sostiene che la nostra connazionale è poco attraente e che il viaggio nello spazio è inutile per risolvere i problemi quotidiani dei cittadini italiani; dall’altro che siamo sempre i soliti italiani beceri e maschilisti, ignoranti e subumani.

La condanna di qualsiasi insulto, soprattutto di carattere sessuale, è ovviamente scontata, così come la solidarietà a questa eroina dei nostri tempi. Tuttavia sostenere che le osservazioni di carattere estetico siano totalmente fuori luogo non è un atteggiamento corretto, poiché così facendo si tenta di rimuovere un archetipo profondamente radicato nell’immaginario collettivo: quello dell’astronauta sexy. Affermare che questo tipo di carattere non abbia in alcun modo influenzato (o addirittura incentivato) il progresso scientifico è una cattiveria gratuita che ha molto di che spartire con i commenti machisti di cui sopra. Se tutte queste artiste non avessero prestato la loro arte al servizio della scyenza, probabilmente oggi le masse non proverebbero alcuna attrazione nei confronti dell’esplorazione spaziale. Per questo e altri motivi, dedichiamo loro una breve gallery in coda alle nostre riflessioni.

Sigourney Weaver in Alien (1979):

Caroline Munro in Scontri stellari oltre la terza dimensione (1978):

Raquel Welch in Viaggio allucinante (1966):

 
Sybil Danning ne I magnifici sette nello spazio (1980):

E dulcis in fundo, Jane Fonda in Barbarella(1968):

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