Giornate in acido

«L’universale è soltanto nella nostra polvere di casa»
(Tonino Guerra)

Suicidarsi per un lavandino intasato è un atto ingiustificabile: al di là del gesto in sé, di questi tempi si rischia di essere puntualmente fraintesi. I media hanno infatti elaborato due motivazioni esclusive per chi si ammazza: una è l’omofobia, l’altra è la crisi. Non sono più consentiti i suicidi per motivi personali né tanto meno per questioni sentimentali. Quindi, per quanto un lavabo ingorgato possa rappresentare una legittima “causa scatenante”, e ad onta del fatto che renda disponibile sotto mano il flacone di Blu Sgorgatutto da ingurgitare, l’idea è da scartare a priori.

Anzi, tale esperienza per certi versi potrebbe servire a forgiare il carattere: taluni considerano infatti il contatto con le sostanze nocive come un qualcosa di formativo. Per esempio, Charles Dickens ne Il Circolo Pickwick identifica la sporcizia di una città come segno di prosperità commerciale. Nel suo piccolo, l’idraulico di fiducia si è beccato schizzi e zaffate di acido muriatico senza fare una piega. In un impeto di solidarietà proletaria ho deciso anch’io, irresponsabilmente, di partecipare alla prova di forza e aiutarlo con la sonda: girare il mulinello a mani nude è stato un po’ come pescare in un laghetto di melma e acido.

Le goccioline del liquido sgorgante che bruciavano la mia pelle delicata mi hanno fatto tornare in mente un aneddoto su Aristippo riportato da Aulo Gellio: durante un viaggio in barca, il filosofo si era trovato in mezzo alla tempesta e per la paura era andato a nascondersi. Deriso da un altro passeggero per la sua mancanza di coraggio, Aristippo gli avrebbe così risposto: «Io tremo per la vita di Aristippo, tu per quella di una nullità». Una frase del genere ai tempi avrebbe messo a tacere chiunque: ma oggi probabilmente servirebbe solo ad aumentare la derisione nei confronti del giovin signore.

Dunque, dicevamo dell’acido: l’idraulico ha deciso di utilizzare qualsiasi flacone avesse a portata di mano, creando una nebbia tossica che ha impestato la casa per giorni. Tutto questo in giornate in cui acquazzoni e bufere hanno impedito anche solo di uscire sul balcone. Senza esagerare, credo di aver sperimentato nei giorni scorsi gli stessi sintomi della peste polmonare: cefalea, obnubilamento, incoordinazione dei movimenti, turbe psichiche, vertigini, allucinazioni, delirio, sonnolenza, coma e morte. Un amico dottore (in realtà laureato in qualche materia che ha a che fare con l’arte o la comunicazione) ha detto che forse avrei dovuto fare più attenzione, ma il fatto che tra le conseguenze dell’intossicazione non ci sia l’inversione sessuale mi tranquillizza più di ogni altra cosa.

L’evento meriterebbe una riflessione più profonda su quanto sia brutale la vita. O, per meglio dire, di quanto noi siamo disposti a occultare per quieto vivere certi aspetti “selvaggi” della nostra contemporaneità. È un sentimento che si percepisce facendo un giretto in una discarica comunale: l’illusione di avere ancora una qualche influenza, in quanto essere umani, su questa enorme massa di rifiuti attraverso la raccolta differenziata svanisce di fronte all’estensione di questi non-luoghi relegati ai margini delle città. Un ambientalista coerente dovrebbe prima di tutto pensare a farsi assumere come netturbino invece che organizzare manifestazioni e volantinaggi. Lo stesso discorso vale per la caccia o la vivisezione: sono giganteschi bersagli simbolici volti ad occultare la tremenda realtà dei mattatoi (legali e illegali), altri “non-luoghi” (io non ho mai letto Marc Augé perciò utilizzo la definizione un po’ a caso) che sfuggono alla consapevolezza dell’uomo civilizzato. Gli ambientalisti si sfogano nella difesa delle balene o degli animali da circo, ma per coerenza anche loro dovrebbero farsi assumere in un mattatoio. Sarebbe utile a comprendere per cosa realmente si sta lottando, al di là di tutte le immagini da cartolina di uno squatter che tiene in braccio un cagnolino o di una vegana con la bandiera della pace in un giardino fiorito.

Le alternative sono due: o credere che esista ancora un eldorado oltre il mare di melma e acido in cui siamo naufragati, oppure accettare questa realtà fino in fondo e farsene una ragione. Nel secondo caso, allora è giusto che tutti quelli che credono di essere degli intellettuali finiscano a fare gli idraulici.

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