Il figlio di Piasecki (Varsavia, 1957): un’indagine impossibile su un’indagine impossibile

Le vicende di cronaca nera degli ultimi tempi, caratterizzate da colossali mappature di DNA, indagini senza quartiere e processi interminabili, mi hanno riportato alla mente un fatto avvenuto negli anni ’50 in Polonia, nel quale mi sono imbattuto poco tempo fa facendo ricerche su tutt’altro argomento. Si tratta dell’omicidio del figlio quindicenne del politico polacco Bolesław Piasecki (1915-1979), Bohdan, rapito e poi ucciso nel 1957 in circostanze rimaste ancora misteriose.

Bolesław Piasecki fu una figura controversa della Polonia sovietica, un personaggio che prima della Seconda guerra mondiale fu falangista e apertamente antisemita, ma che una volta reclutato durante la prigionia dall’NKVD, divenne uno dei più ferventi sostenitori della “comunistizzazione” del cattolicesimo polacco.

Nel 1945 fondò il movimento cattolico filo-governativo Pax, che propugnava l’idea di una Chiesa patriottica e aveva il compito di passare informazioni alla polizia segreta sui cattolici europei e il Vaticano.

Per qualche tempo in Pax militò anche Tadeusz Mazowiecki, che poi lasciò in contrasto con la linea di Piasecki e in seguito divenne uno dei fondatori di Solidarność. Anche in Vaticano era noto l’opportunismo di Piasecki, tanto è vero che il suo libro Zagadnienia istotne (“Questioni rilevanti”) e la rivista del Pax Dziś i Jutro (“Oggi e Domani”) vennero messi all’Indice nel 1955.

L’antisemitismo di Piasecki riemerse quando egli si schierò dalla parte della fazione stalinista Natolińczycy (dal nome del quartiere di Varsavia, Natolin, dove si svolgevano gli incontri), in seguito sconfitta, per attaccare il gruppo di intellettuali miglioristi Puławianie (dalla via Puławska, sempre nella capitale polacca, dove invece si ritrovavano loro), che a suo parere era parte di un complotto giudaico contro il comunismo.

Inoltre Piasecki sostenne la campagna antisemita organizzata nel 1968 dal generale Mieczysław Moczar, che propugnava l’epurazione dal governo di elementi appartenenti alla “infiltrazione sionista”.

Il Sessantotto in Polonia

Il miscuglio ideologico di nazionalismo, cattolicesimo patriottico e stalinismo propugnato da Piasecki per certi versi fa di lui il primo rappresentante del cosiddetto “rossobrunismo”, come testimonia un interessante articolo della rivista “East European Politics and Societies” che approfondisce i temi appena accennati (Mikołaj Kunicki, The Red and the Brown: Bolesław Piasecki, the Polish Communists, and the Anti-Zionist Campaign in Poland, 1967-68, 1 maggio 2005)

Così ne parla Thomas Molnar in Vero e falso dialogo (Borla, Torino, 1968, pp. 156-158), inquadrandone il ruolo nel più ampio contesto del controllo di regime sulla Chiesa polacca:

«Coloro che non osano manifestare il proprio dissenso [per le persecuzioni dei regimi comunisti], sono chiamati a far parte di una Chiesa nazionale “patriottica”, sotto una gerarchia che gode la fiducia del partito comunista. Questa “gerarchia”, reclutata con l’intimidazione o la corruzione, esiste ed esercita i suoi poteri con il consenso dei suoi “padroni”. Così i membri della gerarchia sono non soltanto obbedienti esecutori della politica comunista all’interno della loro Chiesa da burla, ma sono anche spie del governo comunista, obbligati a denunciare chiunque in questa “Chiesa nazionale” volesse seguire una linea di condotta più indipendente. La delegazione dei vescovi ungheresi al Concilio era, per esempio, sotto la continua sorveglianza di alcuni preti, che facevano parte anch’essi della delegazione.
[…] La maggior parte di queste false Chiese oggi esistenti si trova in Polonia. A rigor di termini, non è una Chiesa, ma un movimento detto Pax, diretto da un noto informatore della polizia segreta, Bolesław Piasecki. Ex nazista, fu reclutato dopo la guerra dal generale sovietico della NKVD, Ivan Serov, che gli promise di sottrarlo alla pena capitale in cambio del suo aiuto per minare la Chiesa polacca, incrollabile ostacolo alla “comunistizzazione” del Paese.
Il movimento Pax ha avuto due funzioni: l’indebolimento della Chiesa polacca per mezzo della tecnica già descritta, e la sovversione dei cattolici francesi ai quali i polacchi sono sempre stati particolarmente legati da vincoli stretti di fiducia. Il piano globale era dimostrare agli intellettuali cattolici francesi, i più vicini al marxismo e i più influenti nella cristianità, che il cristianesimo è compatibile con il comunismo e che il futuro della religione dipende, comunque, dal suo modo di comportarsi sotto i regimi comunisti.
[…] Zenon Kliszko, vicepresidente del Parlamento polacco, inviato al concilio personalmente dal segretario del partito, Gomulka, dichiarò a Roma che l’obiettivo supremo del partito è sempre la sistematica repressione del clericalismo e una laicizzazione totale. […] Dopo che gli intellettuali della Chiesa erano stati impressionati a dovere da questo parlar chiaro, Gomulka inviò a Roma Piasecki, il quale dichiarò che la sola alternativa rimasta ai cattolici polacchi era l’arruolamento nel Pax o l’eliminazione totale».

Considerazioni storiche e politiche a parte, veniamo allo sventurato Bohdan. Il ragazzo venne rapito il 22 gennaio 1957 all’uscita dal Liceo Sant’Agostino, una scuola che aveva forti legami col Pax. Il suo corpo venne ritrovato l’8 dicembre 1958. Il movente non è ancora chiaro (una vendetta contro il padre oppure un rapimento a scopo di estorsione, dato che Piasecki era uno degli uomini più ricchi del Paese), così come i responsabili: la Wikipedia polacca (Zabójstwo Bohdana Piaseckiego) riporta anche le ipotesi della “pista  giudaica” (riferendosi alle ricerche dei più importanti storici polacchi contemporanei, come Peter Raina, Jan Żaryn e Jan Engelgard, nonché del politologo Antoni Dudek), una punizione per il passato fascista di Piasecki o un complotto di alcuni funzionari ebrei di basso rango  del Ministero di Pubblica Sicurezza.

Il settimanale polacco Polityka (Bez litości, 4 novembre 2009) ha riportato stralci da un articolo di un quotidiano israeliano (Maariw) del 13 marzo 1966, intitolato Gli assassini del figlio di un politico polacco vivono in Israele. Il suo autore scrisse che Piasecki era odiato dagli ebrei polacchi per la sua attività politica durante la guerra e che la morte di suo figlio era un modo per “vendicare le vittime ebraiche”.

“Bolesław Piasecki avrebbe ricevuto una lettera dal generale Moczar per informarlo che avrebbe ripreso le indagini sull’omicidio del figlio e le avrebbe allargate su due ebrei che precedentemente lavoravano come autisti per i servizi segreti polacchi. […] Subito dopo l’omicidio, gli assassini hanno lasciato la Polonia per recarsi in Israele. L’estradizione non è prevista, perché in base al diritto internazionale non vale per i delitti politici”.

In realtà le indagini non giunsero a nessuna conclusione, nonostante l’inchiesta sia durata 25 anni e abbia coinvolto 160.000 persone tra interrogatori, intercettazioni e arresti. I colpevoli mancano ancora, forse per sempre.

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