Il Ministero degli Esteri tedesco vieta Zoom

Auswärtiges Amt untersagt Nutzung von Zoom auf dienstlichen Geräten
(Handelsblatt, 8 aprile 2020)

La mancanza di garanzie sulla sicurezza e protezione dei dati del software di videoconferenze Zoom sta mettendo in allarme il governo tedesco. Perciò il Ministero degli Esteri ora dissuade dall’utilizzo della applicazione.

Il Ministero degli Affari Esteri è intenzionato a limitare severamente l’uso dell’app Zoom per videoconferenze a causa dei rischi per la sicurezza. “Secondo i resoconti dei media e ciò che abbiamo appreso, il software Zoom presenta punti deboli e problemi significativi in termini di sicurezza e protezione dei dati”, afferma una circolare dal Ministero ai dipendenti.

“A causa dei rischi associati per il nostro sistema informatico nel suo complesso, abbiamo deciso, come altri dipartimenti e aziende, che il Ministero non consentirà più l’uso di Zoom”.

Il dicastero ha puntato anche l’attenzione sui rapporti riguardanti la sicurezza informatica interna, secondo i quali l’uso di Zoom da parte dei partner internazionali è comunque molto diffuso. “Un divieto totale dell’app renderebbe la nostra comunicazione con essi molto più difficile al momento”. Pertanto, l’uso su dispositivi privati ​​per scopi aziendali “è consentito a causa della crisi, qualora il programma si riveli essenziale per l’adempimento di alcuni compiti”, afferma la circolare. Tuttavia, si dovrebbe anche prestare attenzione durante l’utilizzo di Zoom a non divulgare alcuna informazione riservata o segreta”.

Secondo quanto venuto a conoscenza da Handelsblatt, il Ministero degli Esteri sarebbe già alla ricerca di un’alternativa “più affidabile” a Zoom, poiché un divieto generale di utilizzo “attualmente non sarebbe conveniente” a causa della comunicazione con l’estero.

Zoom è considerato uno dei grandi beneficiari della pandemia da coronavirus. Nelle ultime settimane, l’azienda ha aumentato il numero di utenti giornalieri da dieci a 200 milioni. Allo stesso tempo, però, stanno emergendo i suoi limiti a livello di sicurezza: per esempio, Zoom ha inviato dati alla Cina senza metterne al corrente i propri fruitori; inoltre utilizza una tecnologia di crittografia obsoleta e condivide i dati degli utenti con Facebook. La lista delle magagne si allunga ogni giorno.

Un portavoce di Zoom ha sottolineato che la società prende “in maniera molto seria” la sicurezza dei suoi utenti. Zoom è in contatto “con i governi di tutto il mondo” e si concentra sulla comunicazione di informazioni necessarie a “prendere decisioni politiche fondate”

Governo e opposizione in Germania continuano a mettere in guardia contro il servizio di videoconferenza. “Finché Zoom non sarà in grado di confutare le accuse, il software non potrà essere consigliato”, ha dichiarato il portavoce del gruppo parlamentare della Grande Coalizione per la Politica Digitale, Tankred Schipanski (CDU) ad Handelsblatt. I politici socialdemocratici e verdi hanno espresso opinioni simili.

Altri Paesi hanno già preso provvedimenti. Le autorità di Taiwan ne hanno vietato l’utilizzo, così come negli Stati Uniti anche la Nasa, SpaceX e la casa automobilistica Tesla.

Zoom invia “per sbaglio” dati in Cina e Taiwan lo vieta

Zoom sta anche affrontando una class action per vulnerabilità della sicurezza e le carenze della privacy in California: l’accusa è di non garantire una elevata protezione dati come invece attestato dai vertici, e di non aver chiarito che il servizio non è continuamente crittografato. La società è sotto pressione anche a causa delle segnalazioni sul cosiddetto Zoombombing, il fenomeno dell’irruzione di persone non autorizzate nei meeting.

I tedeschi sono in gran parte indecisi su Zoom: lo dimostra un sondaggio YouGov commissionato da Handelsblatt, secondo il quale il 39% dei 587 intervistati è favorevole a continuare a utilizzare il servizio nonostante le critiche; il 27% ha risposto negativamente alla domanda “Secondo voi il servizio di videoconferenza dovrebbe continuare a essere utilizzato nelle scuole e nelle aziende tedesche?”, e il 33% non ha voluto esprimersi.

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