Kurdistan is Serbia (una storia ancora tutta da scrivere)

Un giorno dovrò mettermi dietro a fare una bella ricerca su fonti originali riguardo ai rapporti diplomatici tra la Serbia e quello che per la stampa internazionale è diventato il “Kurdistan”, etichetta che generalmente indica solo la branca siriana del PKK entrata in conflitto con Ankara per questioni territoriali e non etnico-religiose.

Finora avevo sentito parlare di curdi in serbo solo nella micidiale Svedok dei Beogradski Sindikat, un “tributo” ad Arkan nel quale la biografia della “Tigre” comincia con lui in Germania a “fare l’imbianchino coi turchi e dormire coi curdi”.

Tuttavia circa un anno fa mi ero imbattuto nell’annuncio dell’apertura di una ambasciata serba nel Kurdistan iracheno, da parte dell’ambasciatore Uroš Balov: “Abbiamo un ottimo rapporto col Kurdistan e stiamo prendendo in considerazione l’idea di aprire un consolato serbo qui”, avrebbe dichiarato il diplomatico a “Kurdistan24” durante la sua visita a Erbil.

Poi pare non se ne sia fatto nulla, in ogni caso dal web giungono segnali contrastanti: nel 2017, per esempio, Belgrado ha autorizzato l’estradizione verso Ankara di un richiedente asilo curdo (Cevdet Ayaz) condannato a quindici anni di reclusione per il suo attivismo. L’iniziativa è stata condannata dal Comitato Anti-Tortura delle Nazioni Unite (la Serbia ha sottoscritto la convenzione nel 1987) ma a quanto pare sembra rientrare in una politica di apertura del presidente Vučić nei confronti della Turchia, soprattutto dal punto di vista commerciale (l’estradizione peraltro seguì di poco una visita ufficiale di Erdoğan a Belgrado).

Questo giusto per dire che non sempre il “nemico del mio nemico” è un amico, specialmente nel campo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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