La crociata di Macron inizia dai media americani

The President vs. the American Media
(New York Times, 15 novembre 2020)

Le Président ha qualche conto in sospeso con i media americani: ce l’ha con la nostra “faziosità”, la nostra ossessione per il razzismo, le nostre opinioni sul terrorismo, la nostra riluttanza a esprimere solidarietà, anche per un momento, con la sua Repubblica in difficoltà.

Così il presidente francese Emmanuel Macron giovedì pomeriggio ha chiamato me, Ben Smith del New York Times, dal suo ufficio dorato al Palazzo dell’Eliseo per esporre le sue lamentele, sostenendo che la stampa anglo-americana, come viene spesso chiamata nel suo Paese, ha preferito incolpare la Francia piuttosto che i responsabili dell’ondata di attacchi terroristici iniziati con la decapitazione il 16 ottobre di un insegnante (Samuel Paty) che in una lezione sulla libertà di parola aveva mostrato in classe le vignette di Charlie Hebdo contro il Profeta Maometto.

“Quando la Francia cinque anni fa venne attaccata, ogni nazione ci offrì il suo sostegno”, ha detto il Presidente ricordando le 130 vittime del 13 novembre 2015, uccise in attacchi coordinati in una sala da concerto, all’esterno di uno stadio e nei caffè parigini. “Quando vedo giornali provenienti da Paesi che credo condividano i nostri valori e giornalisti che scrivono in un paese come l’America, erede dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, quando li vedo legittimare questa violenza, affermando che il problema è la Francia razzista e islamofobica, allora mi rendo conto che i principi fondatori sono andati persi”.

Legittimare la violenza: un’accusa seria contro i media, di quelle che siamo stati più abituati a sentire (e a ignorare) da Trump. E gli americani, comprensibilmente distratti dagli ultimi allucinanti giorni della sua presidenza, potrebbero essersi persi l’escalation del conflitto tra l’élite francese e i media anglofoni.

Più di 250 persone sono morte in attacchi terroristici in Francia dal 2015, il maggior numero di vittime in un Paese occidentale. Il signor Macron, modernizzatore centrista e baluardo contro il populismo di destra e trumpiano in Europa, sostiene che i media in lingua inglese – soprattutto quelli americani – vogliono imporre i propri valori alla società francese.

In particolare, ha affermato che i media stranieri non sono riusciti a capire la laïcité, tradotta come “secolarismo”, cioè la separazione effettiva tra Stato e Chiesa risalente all’inizio del XX secolo, quando lo stato tolse il controllo del sistema scolastico ai cattolici. L’argomento è diventato da quest’anno un tema incandescente, a causa dell’avvicinarsi delle elezioni del 2022 in cui Macron dovrà probabilmente affrontare la leader di estrema destra Marine Le Pen.

Nei primi tempi Macron non si è occupato di cambiare l’approccio francese alla minoranza musulmana, ma in un importante discorso a inizio di ottobre, in cui ha denunciato il “separatismo islamista”, ha promesso iniziative a ogni livello, dalla formazione straniera degli imam all’influenza delle regole alimentari religiose nelle mense scolastiche. Ha anche chiesto di fare della religione stessa una forma islamica di illuminismo. In contemporanea il suo ministro dell’Interno ha adottato il linguaggio duro e provocatorio dell’estrema destra.

Quando il professor Paty è stato assassinato, la risposta di Macron è stata la repressione dei musulmani accusati di estremismo, con decine di raid e la messa al bando di associazioni umanitarie. Il Presidente ha anche apertamente ribadito l’obbligo di “secolarizzazione”. I leader musulmani di tutto il mondo hanno criticato la reazione aggressiva del leader francese, a loro dire rivolta contro gruppi islamici pacifici. Il presidente della Turchia ha chiesto il boicottaggio di prodotti francesi come formaggi e cosmetici. Il mese successivo è avvenuta una nuova ondata di attacchi, inclusi tre omicidi in una chiesa di Nizza e un’esplosione durante una cerimonia francese in Arabia Saudita.

Il fulcro delle accuse francesi ai media anglo-americani parte dalla supposizione che, dopo gli attacchi, la stampa inglese e americana si sarebbe immediatamente concentrata sui fallimenti della politica francese nei confronti dei musulmani piuttosto che sulla minaccia terroristica globale. Macron è rimasto particolarmente indignato da un articolo del Financial Times del 3 novembre, nel quale si sosteneva che il Presidente si stesse alienando le simpatie della maggioranza musulmana contro il terrorismo: a irritare il politico francese sopra ogni cosa, la confusione dell’editorialista tra la formula “separatismo islamico” e “islamista”, che vanificava il tentativo di distinguere la religione dell’islam dall’ideologia dell’islamismo.

“Non sopporto di essere rappresentato attraverso parole che non sono mie”, ha sbottato il signor Macron, e dopo un’ondata di lamentele da parte dei lettori e una strigliata dall’ufficio del Presidente, il Financial Times ha rimosso l’articolo dal suo sito e il giorno successivo ha pubblicato una lettera di Macron contro l’articolo appena cancellato.

Alla fine di ottobre, il portale Politico.eu ha censurato un editoriale del sociologo francese Farhad Khosrokhavar, perché a detta dei critici sembrava volesse colpevolizzare le vittime del terrorismo. La frettolosa rimozione ha spinto però l’autore a lamentarsi di “censura totale”. Il caporedattore di Politico, Stephen Brown, ha affermato che la tempistica, proprio dopo l’attacco, era inappropriata, ma che si è comunque scusato con Khosrokhavar per aver rimosso il suo intervento senza spiegazioni, anche se non è stato in grado di indicare le opinioni “incriminate”. Questa è peraltro la prima volta che Politico rimuove un articolo dal suo sito.

Le lamentele francesi vanno però oltre gli articoli d’opinione e un giornalismo che mette in discussione la politica del governo. Un’analisi del corrispondente del Washington Post da Parigi James McAuley ha sollevato accese obiezioni per il suo scetticismo riguardo il fatto che “invece di combattere l’alienazione dei musulmani”, il governo francese “mira a influenzare la pratica di una fede di 1400 anni”. Il New York Times ha evidenziato il contrasto tra la risposta ideologica di Macron e il discorso più “conciliante” del cancelliere austriaco, osservando che i giovani isolati che effettuano attacchi non rientrerebbero completamente nelle reti estremiste nel mirino delle governo. Un nostro editoriale di fine ottobre ha senza mezzi termini avanzato il dubbio che “la Francia stia alimentando il terrorismo islamico cercando di prevenirlo”.

E poi, ovviamente, c’è Twitter. L’Associated Press ha cancellato un tweet in cui domandava perché la Francia “incitasse” alla rivolta il mondo musulmano, affermando che si trattava di una sintesi infelice per per un articolo sulle manifestazioni anti-francesi nei Paesi islamici. Il New York Times è stato bersagliato sulle pagine di Le Monde per lo screenshot di un titolo (French Police Shoot and Kill Man After a Fatal Knife Attack on the Street), apparso durante il caos seguito alla decapitazione, che in realtà era stato cambiato rapidamente dopo le conferme da parte della polizia francese.

“È come se ci trovassimo tra le rovine fumanti di Ground Zero e ci sentissimo dire che ce lo siamo meritati”, si è lamentata su Le Monde la portavoce di Macron Anne-Sophie Bradelle. E il Presidente stesso ha affermato che “esiste una sorta di malinteso su cosa sia il modello europeo”, e il modello francese in particolare: “La società americana era segregazionista prima di passare a un modello multiculturalista, che essenzialmente riguarda la coesistenza di etnie e religioni diverse l’una accanto all’altra. Ma il nostro modello è universalista, non multiculturalista“. Macron ha sottolineato l’insistenza con cui la Francia ha sempre rifiutato di classificare i propri cittadini in base all’identità: “Nella nostra società, non è importante se qualcuno è nero, giallo o bianco, cattolico o musulmano, perché un individuo è prima di tutto un cittadino”.

Alcune delle notizie di cui si lamenta il signor Macron riflettono un’autentica differenza di valori. I francesi alzano gli occhi al cielo di fronte al cristianesimo pittoresco dell’America. E il discorso su veli e mense scolastiche, insieme alle lamentele del Ministro degli Interni sui reparti halal nei supermercati, si scontra con l’enfasi americana sulla tolleranza religiosa e sulla libertà di espressione protetta dal Primo Emendamento.

Tali astratte distinzioni ideologiche possono sembrare lontane dalla vita quotidiana delle grandi minoranze etniche francesi, che lamentano abusi da parte della polizia, ghetizzazione e discriminazione sul posto di lavoro. Nel suo discorso di ottobre, Macron ha anche riconosciuto -cosa insolita per un leader francese- il ruolo che tale “ghettizzazione” nella periferia di Parigi e in altre città ha svolto nell’alienazione dei giovani musulmani. E alcuni dei servizi giornalistici che più hanno indignato i francesi hanno semplicemente riportato le opinioni dei neri e musulmani che non vedono il mondo nel modo in cui le loro élite vorrebbero.

Lo scontro con i media americani è anche una vecchia abitudine parigina, e può essere difficile capire quando è legittimo parlare di differenze culturali e quando invece si intende nascondere realtà scomode. I commentatori francesi reazionari hanno peraltro superato a destra il signor Macron nell’attaccare i media statunitensi, avvalendosi delle guerre culturali in corso oltreoceano. Un articolo sulla rivista Marianne (La presse américaine fait le procès de la laïcité) per esempio è apparso in inglese su Tablet con qualche tocco aggiunto di “americanizzazione” (come negli accenni alla woke morality).

Il divario ideologico tra il punto di vista francese e quello americano può essere tuttavia ingannevole. La cronaca francese ha insistito sul movimento #MeToo come esempio di ideologia americana fuori controllo. Pascal Bruckner, noto intellettuale conservatore, ha definito il caso di abuso sessuale contro Roman Polanski “maccartismo neo-femminista”. Ma forse il contributo americano più importante quest’anno è giunto da Norimitsu Onishi del New York Times, che ha costretto l’opinione pubblica francese a confrontarsi con la pedofilia di un celebre scrittore, Gabriel Matzneff. Un sito di notizie francese ha descritto Onishi e altri come gente in grado di “sollevare un vespaio solo dicendo cose”, che però in precedenza non erano state dette (in effetti Matzneff sta affrontando un processo).

E Monsieur Macron deve badare anche al contesto politico in cui si muove: la lotta disperata contro la pandemia in ripresa, un’economia debole e le minacce politiche da destra. Presto svaniranno anche i tentativi timidi e infruttuosi di costruire relazioni con il presidente Trump. Considerando che il giorno prima della nostra conversazione Macron aveva parlato con Biden, gli ho chiesto se le sue reprimende contro i media americani non fossero esse stesse un po’ troppo “trumpiane”.

Macron mi ha risposto di desiderare solo che lui e i francesi non vengano fraintesi: “Il mio messaggio è: se avete qualche domanda sulla Francia, chiamatemi” (a pensarci bene non ha mai concesso un’intervista al New York Times, sarebbe un buon inizio). E ha respinto i paragoni con Trump: “Leggo i vostri giornali, sono uno dei vostri lettori”.

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