La piaga degli omicidi rituali in Nigeria

La polizia nigeriana individua i resti di alcuni corpi rinvenuti nei sotterranei
di una foresta dove avvenivano omicidi rituali (2014, fonte)

Come apprendiamo da diversi portali nigeriani (Murder for Money, “Information Nigeria”, 13 febbraio 2013; Why ritual killings thrive in Nigeria, “The Point”, 7 maggio 2017), la piaga degli omicidi rituali in Nigeria negli ultimi anni è divenuta una vera e propria emergenza nazionale:

«Le ultime statistiche sul crimine rilasciate dal Dipartimento per le indagini penali della polizia nigeriana rivelano che l’incidenza delle uccisioni rituali è in aumento nel paese. Il rapporto attesta che i perpetratori dell’atto satanico appartengono trasversalmente a tutti i livelli della società: sono quindi inclusi i poveri, che vogliono arricchirsi con facilità e ai quali gli stregoni assicurano che procurandosi le parti del corpo giuste potranno “passare dall’altra parte dell’esistenza” (sic); ma ci sono poi anche i più ricchi e influenti, ai quali viene detto che per acquisire maggiore ricchezza o potere non c’è nulla di più semplice che sacrificare la vita di altri esseri umani».

I casi elencati sono allucinanti (corpi di donne e bambini rivenuti senza il cuore, i reni e le parte intime) e coinvolgono anche importanti personalità politiche, poiché è comune che gli scherani di qualche governatore locale sacrifichino esseri umani per garantire la “sicurezza” del proprio boss (di recente la moglie di uno di essi ha ucciso ritualmente il proprio figlio per garantirsi una protezione “magica” contro Boko Haram).

L’assassinio di pargoli, anche in tenerissima età, è forse l’aspetto che maggiormente ha suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica nigeriana: per esempio nel 2010 un ventottenne ha decapitato le sue due nipotine rispettivamente di sei e nove anni e ne ha venduto le teste per un milione di naira l’una (circa seimila dollari), dichiarando alla polizia che l’offerta gli era arrivata da qualcuno in cerca di “una testa di una vergine”; nel 2016 una guardia carceraria ha soffocato nel sonno le sue due figlie gemelle di otto mesi sempre per non ben specificati “motivi rituali”; nel 2017 un quarantenne ha avvelenato le sue due figlie, anch’esse gemelle, perché avevano “confessato” di essere delle streghe; alla vigilia di Natale del 2016 una banda di criminali ha assaltato una villa per rapire due fratellini (di otto mesi e tre anni) sempre per gli stessi scopi “magici”.

Per gli aguzzini non esiste distinzione di età, sesso e classe, e nemmeno di “metodo”: anche se la pratica più diffusa è la decapitazione (la testa della vittima è utilizzata per riti che dovrebbero procurare ricchezza a chi li esegue), le parti anatomiche esportate variano a seconda dei casi, e comprendono anche la lingua, le dita, i seni o, nel caso di uomini, le parti genitali (preferibilmente lo scroto). Non si può neppure parlare di un “rito sacrificale” unico, poiché talvolta la vittima viene uccisa per dissanguamento (dunque durante il rito), oppure viene scelta casualmente a scopi di cannibalismo, compresa la creazione di “pozioni magiche” e feticci. Essendo il problema intrecciato con quello del crimine organizzato, è possibile che ogni affiliazione abbia un proprio “culto” particolare, il che peraltro spiegherebbe la commistione tra le faide di stampo mafioso e quelle di tipo “religioso” e settario (l’episodio più recente risale al gennaio scorso).

Il timore della diffusione degli omicidi rituali nelle comunità di emigrati è piuttosto sentito dai Paesi del Commonwealth, tanto che già nel 2012 la Commissione canadese per i rifugiati e l’immigrazione aveva prodotto uno studio (Nigeria: Prevalence of ritual murder and human sacrifice; police and state response) nel quale si registrava la credenza in questo tipo di rituali in tutti gli strati della società (indipendentemente dal livello di istruzione) e si tracciava una lista dei casi principali verificatisi in Nigeria solo nel 2012.

Probabilmente anche i Paesi che finora non hanno conosciuto questo tipo di immigrazione a livello di massa se non in tempi recentissimi (in Italia i nigeriani sono passati da 50.000 a quasi 100.000 unità solo negli ultimi cinque anni), dovranno cominciare a prendere in seria considerazione la questione, e non solamente sull’onda dell’indignazione suscitata dalla cronaca nera.

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