Quando Piero Ostellino “bestemmiò in Chiesa”

Oggi abbiamo saputo della scomparsa del giornalista Piero Ostellino, nato nel 1935 a Venezia, direttore del “Corriere della Sera” dal 1984 al 1987. Proprio quel giornale che aveva lasciato (o gli era stato fatto lasciare) nel gennaio 2015 (data del suo ultimo editoriale), quando divenne editorialista de “Il Giornale”. Non sappiamo se sia stato davvero per l’avversione (solo politica) dimostrata nei confronti dell’ex Presidente del consiglio (quello toscano coi dentini, ricordate?), tuttavia personalmente ricordo un suo micidiale editoriale di quattro anni fa contro Papa Francesco e la retorica della “casta”, che chiamò direttamente in causa Rizzo e Stella (Libertà a rischio moltiplicando i diritti, “Corriere”, 5 aprile 2014). Voglio ricordare con queste annotazioni condivisibili o meno, ma comunque coraggiosissime, una coscienza liberale sempre coerente con se stessa e mai timorosa di andare controcorrente.

«Chi credeva che il punto più basso raggiunto dal trasformismo nazionale fosse l’invenzione della Casta – la trovata giornalistica che, per salvare l’ideologia controriformista e cattocomunista egemone, accusa moralisticamente gli uomini politici di badare solo a se stessi – si sbagliava. La Casta non è la causa della crisi di cui soffre (ovunque) la democrazia, bensì, da noi, è l’effetto indotto della cultura politica, fascista e comunista del Novecento, che presumeva di instaurare una libertà soggettiva e di realizzare una partecipazione collettiva più alta. Come siano andate, poi, le cose nel “secolo breve”, lo si è visto e non è il caso di ripetere l’esperienza. Ma al peggio, da noi, non c’è, evidentemente, limite.
Così, il peggio del peggio lo ha raggiunto papa Francesco che, ricevendo i nostri parlamentari non ha neppure porto loro la mano, facendo allusivamente riferimento a una generica e onnicomprensiva corruzione della nostra politica che, se mai, del fascismo e del comunismo è figlia, ma senza dirlo. Diciamola, allora, noi tutta. Se, per guadagnare l’applauso della parte peggiore del Paese – già pronta a buttarsi fra le braccia del primo aspirante ducetto – il Pontefice offre uno spettacolo culturalmente e politicamente discutibile; se, per recuperare il proprio primato teologico, perso con l’Illuminismo, fa il verso a Mussolini del discorso sull’aula “sorda e grigia”, il cattolicesimo ha evidentemente perso di vista il messaggio liberatorio di Cristo e si riduce a fare la cattiva imitazione di Stella e Rizzo o, peggio, di Grillo, quindi c’è qualcosa che non va anche nella Chiesa di Roma. Mussolini era stato, nelle condizioni sociali del suo tempo, (almeno) tragico. […]».

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