Estensione del dominio del bullismo

La questione del bullismo riappare carsicamente sulle pagine dei giornali, diluita e masticata da fondi riflessivi e accorati editoriali, ma mai realmente affrontata con quel coraggio indispensabile per accogliere la sfida a decenni di educazione “politicamente corretta”: solo in tempi recenti sembra che certi stilemi e parole d’ordine siano state messe in soffitta da un nuovo tipo di allarme, che potremmo definire quasi un “salto di livello” della violenza scolastica.

Infatti, dopo un’epoca di lassismo totale, mascherato da una falsa attenzione nei confronti dei “bisogni” e delle “sensibilità” degli studenti, ora i docenti si accorgono che i bulli, avendo quasi del tutto consumata la “selvaggina” dei coetanei, si accaniscono verso i superiori. Era una deriva obiettivamente prevedibile, ma sempre presa sottogamba a causa di due tipi distinti di ipocrisia, quella buonista, che negando l’esistenza del male non solo abbandona gli “agnelli” in mezzo ai “lupi”, ma rifiuta al contempo di accettarne il “sacrificio”, inibendo qualsiasi empatia o pietà nei confronti delle vittime in base all’assunto che esse stesse sarebbe le “istigatrici” della violenza; e quella cattivista, che crede segretamente in una valenza “formativa” del bullismo e perciò è incapace di prendere sul serio questo tipo di vessazione, apparentandola a un rito di passaggio o a un “male necessario” in grado di garantire dell’ordine costituito.

Ora però siamo arrivati a una estensione del dominio del bullismo: non a caso cito il titolo di un romanzo di Houellebecq, perché ci ritroviamo allo stesso livello di “emergenza” in cui si trovava la Francia circa vent’anni fa. In un sanguigno libello di inizio millennio, Tolérance Zéro, il magistrato Georges Fenech riportava i casi più eclatanti verificatisi nelle scuole d’oltralpe tra il 1999 e il 2000:

«Traffico di droga, furti, minacce, insulti, vandalismo di massa; insegnanti e addetti alla sorveglianza molestati, schiaffeggiati durante le lezioni, bersagliati da sputi non appena girano le spalle alla classe; danneggiamento delle auto del corpo insegnante, che all’uscita da scuola si ritrova i pneumatici bucati e la carrozzeria sfondata; studenti che fumano o vendono marijuana nei corridoi o nei bagni, incendi volontari, a volte anche delle biblioteche; lanci di sedie dalle finestre (chiuse) durante le lezioni, “caccia all’uomo” durante la ricreazione: chi si trova a passare in mezzo a un cerchio di studenti viene malmenato. […] È stato persino scoperto un tentativo di avvelenamento nel collegio Jean Zay di Bondy, nel quale “uno studente è stato sorpreso mentre versava del detersivo nella caffettiera dei professori”».

Dall’inizio del millennio in avanti la situazione ovviamente non ha fatto altro che peggiorare, trasformandosi in una agghiacciante “normalità” rigettata come tale solo al cospetto di un cas flagrant, come quello (il più recente) di Emilie Monk, una liceale di Lille martirizzata fino al suicidio.

Lo scenario francese è peraltro più complesso del nostro, poiché l’argomento “bullismo” si innesta al problema rappresentato dalla “terza generazione” di immigrati, quelli che rifiutano l’integrazione dei padri per riscoprire la “sacralità” (in senso etimologico) dei nonni: che un giorno sociologi, psicologici e opinionisti si troveranno costretti a identificare le radici del terrorismo metropolitano nell’inaccettabile rinuncia a “gestire” i bulletti di periferia?

Sarebbe semplice, per quanto riguarda l’Italia, proiettare tale analisi nel passato e riconoscere nei terroristi degli anni di piombo dei “bulli che ce l’hanno fatta”, ricollegandosi all’intuizione pasoliniana che appunto riconosceva nei brigatisti quei giovani che hanno rifiutato il “grigiore” dei padri berlingueriani per rifarsi al romanticismo partigiano dei nonni. A quei tempi era in effetti fiorita tutta una narrativa riguardante la “rivoluzione culturale” spacciata essenzialmente come una forma di parricidio collettivo. Ricordiamo, per esempio, Quel brutale finalmente! (qui si può consultare integralmente il “copione”), un filmetto amatoriale realizzato nel 1973 dagli alunni di una quinta elementare che culminava con l’assassinio del maestro da parte dello scolaro ribelle:

Riflettendo col massimo dell’onestà intellettuale, è possibile collegare tutto ciò al clima di terrore di quegli anni? La risposta sarebbe affermativa qualora si volesse ridurre tutta la violenza politica, in particolare quella brigatista, alla manifestazione di una psicologia infantile (come si evince, giusto per dire, dalle surreali domande sul famigerato Stato Imperialista delle Multinazionali rivolte a Moro durante il “processo”); negativa, invece, alla luce del fatto che tutta questa “ribellione”, sia prima che dopo il sessantotto, rimase perlopiù incastrata nello stereotipo del bamboccio viziato e ribelle, il quale poteva essere facilmente ammansito con qualche “assaggino” di potere (non è una coincidenza che i movimentisti di ieri siano diventati i grand commis di oggi).

Tutto sommato, non sembra lecito affermare l’esistenza di un collegamento diretto fra bullismo e terrorismo nell’Italia di quel periodo: sia perché l'”istituzione” ancora deteneva, seppur in gradi differenti, il monopolio della violenza, sia perché non è esistita una vera e propria continuità tra i due fenomeni.

Al contrario, nel “caso” francese (per tornare al discorso precedente), ci sono stati effettivamente numerosi passaggi intermedi nell’espansione del bullismo dal punto di vista quantitativo e qualitativo: si è trattato di un processo più sistematico, quasi metodico. In principio si è chiuso un occhio sul bellum omnium contra omnes tra adolescenti, anche perché intonato alla sensibilità dei tempi; una volta trasformatasi in routine, la violenza scolastica ha dovuto cercarsi un più degno nemico nel docente; in tal modo l’apatia e l’indifferenza hanno divorato gradino per gradino l’invisibile gerarchia sociale, resa tuttavia più “rigida” proprio dalla necessità dei livelli superiori di preservarsi dal caos. La conseguenza inevitabile è che l’accidia si è trasferita dal rapporto alunno/docente a quello di docente/dirigente, fino ad allargarsi a ogni interazione sociale: dirigenti e poliziotto; poliziotti e sindaco; sindaci e ministro; ministri e presidente… Ed è così che dal bullismo si passò a una guerra civile.

Quindi le istituzioni italiane si trovano attualmente davanti a un bivio: da una parte, un cammino già tracciato, che forse risulterà meno spedito di quello francese solo per la preponderanza nazionale nella microcriminalità (ma talvolta la storia prende velocità inaspettate); dall’altra, un percorso inedito, che nel peggiore dei casi potrebbe riportarci, per così dire, al “punto di partenza” (il docente detiene il monopolio delle bacchettate sulle mani), ma che forse potrebbe anche aiutarci a scoprire finalmente un punto di equilibrio tra l’orda tribale e il panopticon.

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