Friendzone: quanto vale l’amicizia di una donna che ti ha respinto?

 

Un motivo della cultura popolare espresso in decine di film e canzoni è stato sintetizzato negli ultimi anni dall’efficacissima formula friendzone, la “zona dell’amico”, «la situazione in cui uno dei due componenti di una relazione di amicizia ambirebbe, non corrisposto, a trasformarla in una relazione romantica» (Wikipedia).

Per quanto mi riguarda considero me stesso campione italiano della specialità, tuttavia il fatto di essere assolutamente consapevole di tale condizione mi toglie un po’ di punti a livello internazionale rispetto a chi la vive con ostinazione e senza alcuna contezza né, di conseguenza, vergogna.

Non è difficile intuire i motivi per cui questa condizione sia così dolorosa: nel migliore dei casi la friendzone è un premio di consolazione, nel peggiore una vera e propria recinzione elettrica attorno a una Cosa (in senso lacaniano?) che magari ha valore solo per il desiderante e non per tutti quelli -probabilmente molti, troppi- che l’hanno ottenuta.

La verità è che non può esistere un rapporto realmente profondo tra due persone quando c’è di mezzo il sesso come possibilità: la presenza di un livello di intimità ulteriore, apparendo come “coronamento” di un legame che non vuol porsi alcuna condizione, sembra inficiare qualsiasi occasione di amicizia tra i soggetti. Di conseguenza si potrebbe anche riconoscere che una vera amicizia può sorgere solo quando a raggiungimento di tale ulteriorità viene imposto un limite, di ordine biologico o sociale.

Credo sia per questo che le amicizie di segno maschile detengano sempre un non so che di “leggendario”: ricordo la scena de La macchina del tempo in cui l’inventore viaggiando nel futuro incontra il figlio del suo migliore amico che gli racconta come il padre si sia preso l’obbligo di conservare il suo studio da scienziato…

Per non risultare banale, vorrei qui rievocare l’appassionante descrizione dell’amicizia tra Polibio e Scipione Emiliano di Ortega y Gasset nel suo Discorso sulla caccia del 1942:

«Una delle più illustri amicizie che siano esistite sul pianeta Terra – l’amicizia tra il greco Polibio e Scipione Emiliano – fu occasionata e intessuta sulla base della comune passione per la caccia. […]. La disciplina romana introdotta nella penisola dagli Scipioni, dirozzò gli spagnoli di allora che, come quelli di ora, erano tanto valorosi quanto iracondi. Scipione era casto mentre, come ci riferisce Polibio, la vittoria sopra Perseo di Macedonia aveva contagiato i romani di sensualità, facendo loro scoprire l’omosessualità. Scipione Emiliano era disinteressato e generoso».

Quando si conobbero, Scipione aveva appena diciotto anni, mentre Polibio era poco più che trentenne: tipica differenza di età tra un efebo e il suo amante. Forse è per questo motivo che Polibio, nelle Storie (XXXI, 25: 4,8), ci tenne a contrapporre la sua amicizia ad altri “rapporti”:

«Alcuni giovani si abbandonavano alla pederastia, altri ai rapporti con le prostitute, molti altri ancora alle gioie degli spettacoli e dei simposi, con la dissipatezza che questi ultimi comportano; insomma, durante la guerra contro Perseo, avevano ben presto fatta propria la disinibizione che, in tal senso, è tipica dei Greci. […] Diversamente Scipione si era avviato ad una condotta opposta: si contrappose a tutte le insane passioni, si conformò sotto ogni aspetto ad uno stile di vita coerente ed equilibrato, e in soli cinque anni si conquistò la pubblica fama di uomo integro e saggio».

A pensarci bene, sono rarissime le occasioni in cui una relazione tra un uomo e una donna escluda categoricamente il sesso: al primo posto ci sono naturalmente i rapporti interdetti dal tabù dell’incesto, che francamente estenderei pure alle sorelle delle cognate e alle cugine delle cugine (per non rovinare il clan), nonché alle amiche d’infanzia (nonostante i maschietti inizino a fantasticare molto presto). Poi ci sono quei contatti resi praticamente impossibili dal contesto: per esempio, in ambito lavorativo, oppure quelli con la moglie di un amico (che fatico anch’essi a non giudicare “incestuosi”, ma forse è solo un mio problema).

Tali considerazioni valgono, è chiaro, anche in presenza dell’omosessualità: difficile che due gay possano capire il senso dell’amicizia virile, dal momento che con l’esclusione del sesso essa risulta preservata anche da gelosia, egocentrismo, infedeltà, narcisismo e ricatti psicologici vari. Purtroppo mi pare che gli esseri umani siano fatti così e ci sia davvero poco da fare.

Una conferma indiretta l’ho avuta testando i confini della “zona dell’amicizia” proprio durante il periodo di quarantena, quando ho avuto effettivamente bisogno d’aiuto. Per la prima volta mi sono trovato in un vicolo cieco sotto ogni punto di vista, a cominciare dai problemi di salute fino a quelli abitativi, lavorativi e anche emotivi. Ho provato a domandarmi quanto potesse valere l’amicizia offerta da quelle che mi hanno friendzonato. Ovviamente ho “modulato” le richieste in base alla durata e all’importanza di tale “amicizia”, e la risposta è stata: nulla.

L’amicizia offerta da una donna che ti ha respinto vale nulla. Non che ci volesse molto per arrivarci, ma ora è l’esperienza a parlare: non è possibile confidare che una “amica” di tal fatta, per esempio, sia disponibile a ospitarvi a casa sua, a prestarvi qualche euro, ad aiutarvi a trovare un medico o darvi un semplice passaggio. Del resto, se vi riducete a chiedere qualcosa a una donna vuol dire che avete davvero toccato il fondo: io l’ho fatto solo per esperimento, voi non provateci nemmeno (ché ne va anche della dignità maschile). Peraltro, se la maggior parte delle femmine ha sempre la scusa pronta, c’è comunque il rischio che quelle meno ipocrite ammettano apertamente che qualsiasi favore da parte loro potrebbe incoraggiare la vostra passione non corrisposta. E questo non fa che aggiungere sofferenza a sofferenza.

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