“Che genere di speranza riponete nell’amore?”

Un’inchiesta del 1929 della Révolution surréaliste rivolge ai lettori un quesito all’apparenza banale, “Che genere di speranza riponete nell’amore?” (Quelle sorte d’espoir mettez-vous dans l’amour?), intortandoli con la solita tiritera sul contrasto tra arte e vita: “Accettereste di non diventare ciò che avreste potuto essere se questo fosse il prezzo per gustare appieno la certezza d’amare?” (« Accepteriez-vous de ne pas devenir celui que vous auriez pu être si c’est à ce prix que vous deviez de goûter pleinement la certitude d’aimer ? »). Stupisce, seppur non eccessivamente, che gli artisti più spregiudicati dell’epoca conservassero pregiudizi degni di un misogino strapaesano: “Come giudichereste un uomo che arrivasse a tradire le sue convinzioni per piacere alla donna che ama?” (« Comment jugeriez-vous un homme qui irait jusqu’à trahir ses convictions pour plaire à la femme qu’il aime ? »).


Il vero dramma è che sono le donne stesse ad alimentare tale preconcetto: fosse per loro non si dovrebbe mai “morirgli dietro”, ma far come se non esistessero nemmeno, mantenere le proprie convinzioni e interessi, tirare dritto per la propria strada ecc., altrimenti, quelle si “annoiano”. Nemmeno si capacitano dello stress che ciò rappresenta per il maschio: uno vorrebbe semplicemente contare su una confidente e un’amica, invece non può permettersi di abbassare mai la guardia, di mostrarsi debole e “bisognoso”. Come si possa conciliare poi tutto questo col luogo comune -imposto a forza negli ultimi decenni- del “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”, non si sa: le stesse femmine ci obbligano a diventare grandi nonostante esse, se non a discapito di esse.

Questo è l’inferno. “Sacrifichereste all’amore, volenti o nolenti, la vostra libertà?” (« Feriez-vous à l’amour, volontiers ou non, le sacrifice de votre liberté ? »). Come se potesse esistere libertà senza amore. Quella società che i surrealisti hanno contribuito a distruggere garantiva perlomeno una redistribuzione -più o meno equa- di eros, la quale permetteva alla maggioranza della popolazione maschile di non sentirsi “cose inutili”: non è un caso che la combriccola coltivò il culto di Violette Nozière, giovane assassina che avvelenò i genitori con un narcotico (ma riuscì a uccidere solo il padre) eletta a modello di lotta contro l’ipocrisia borghese: la victime du patriarcat (Louis Aragon) che evitò la ghigliottina perché il “Patriarcato” non la prevedeva per le donne…

Tale preclusione nei riguardi delle donne, “impaccio dello istudio e pondo gravissimo” (come sosteneva l’Ardotto che un saggio lettore ha voluto rievocare su queste pagine), serpeggia dunque anche in testimoni insospettabili come quei surrealisti così à la page in tema di immoralità. Ma cosa si potrà mai combinare senza donne tra i piedi? Pensiamo al Leopardi, un ingegno letteralmente buttato all’ortiche nell’eclettismo, nel dilettantismo e in quegli irrecitabili endecasillabi, eppur già gigantesco, cosa sarebbe potuto diventare con una femmina accanto.

Ragiono spesso su questo, specialmente quando spunta qualche anniversario riguardante il miserabile Giacomino e sui social tutti fingono di averlo letto per interesse o passione e non perché obbligati dalla maestra. Io invece me lo diviso ancora come alle medie, mentre “porgea gli orecchi” al suono della voce di Silvia, al suo “perpetuo canto”. Mi si mozzava il fiato a pensare che nessuna femmina avesse invece mai cantato per lui. Sarà forse per questo che nei suoi austeri e solitari esercizi da filologo non ci si imbatte in una χορεία, un syrtos o una sikinnis, ad onta del desiderio da parte del Poeta di sperimentare quella “Grecia viva” che faceva imbestialire il conte Monaldo, legittimista assoluto, con la sua ribellione al Gran Turco (“I vostri Greci… mi pare che siano birbanti assai… ribellandosi al proprio principe hanno trasgredito la Legge Cristiana”).

“Or dov’è il suono | di quei popoli antichi”, potremmo domandargli, senza alcun intento retorico con i suoi stessi versi. Il canto, anzi, più propriamente, il canto femminile, è una delle basi della civiltà: come osservava Alan Lomax, la polifonia e il contrappunto sono very old feminine inventions, nella misura in cui le donne contribuiscono al benessere della comunità, dalla cura dei figli alla partecipazione al procacciamento del cibo. Più strutturato è il canto, più la società è coesa e mite. L’unico canto di donna che Leopardi può figurarsi è quel lancinante rantolo di Saffo: “Per virili imprese, | per dotta lira o canto, | virtù non luce in disadorno ammanto“. Solo questo basta a chiedersi, tenuto per vero quanto sostiene quel bravo professore canadese che gli unici scrittori leggibili siano maschi etero tosti, cosa sarebbero stati tuttavia Scott Fitzgerald e Cechov e Tolstoj senza la donna.

Dunque immaginiamo un Leopardi finalmente “contaminato” dal femminino: altro che le cantilene monotone e sterili sulle quali l’unica ad aver detto qualcosa di sincero è stata Patrizia Valduga (“Tutti gli adolescenti segaioli, | con l’acne che gli dà le depressioni, | adorano Leopardi, lune e duoli”), insultata all’unisono dall’Italia ginecocentrica ed emasculata: “Versi troppo meccanici e privi di alcuna emozione”. Ma c’ha ragione lei, mannaggia alla fica.

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