Imparare le lingue per conquistare le donne

Come qualche affezionato lettore sa, tra i progetti collaterali per cui è nato questo blog (collage di decine di blog scomparsi per sempre) è imparare tutte le lingue del mondo. L’obiettivo essoterico è l’elaborazione di una scienza della tuttologia che consenta agli intellettuali del XXI di sopravvivere a internet, ma in realtà quello esoterico è naturalmente trovare un po’ di figa. Nella comunità di poliglotti la questione è finora stata posta solo dal buon Benny Lewis, una sorta di “celebrità” dell’ambiente, che in un post (A girl in every port?) piuttosto arguto per essere opera di un normie, ha distrutto il mito del Don Juan ai tempi del turismo sessuale.

Dato che si è parlato di figa, tanto vale precisare immediatamente (anche perché non vorrei trasformare il blog in una succursale di Gnoccatravel) che il significato che attribuisco all’espressione non è quello di una sineddoche, perché a ben vedere essa ha a che fare praticamente con tutte le caratteristiche della donna meno che con i suoi organi riproduttivi. In un certo senso, la parola “figa” dal punto di vista semantico rappresenta esattamente l’opposto della parte per il tutto, intendendo semmai indicare il tutto per la parte; per esempio, una donna attraente e dall’animo talmente elevato da offrire le proprie grazie a un uomo al di sotto della sua portata. Rilevo anche che “figa” non può nemmeno dirsi una metonimia, perché la relazione non è qualitativa: quando pensiamo a un uomo che privilegia una donna per l’anatomia dei suoi organi riproduttivi, ci viene in mente come minimo un feticista, un degenerato, un deviato.

Se la precisazione non fosse stata abbastanza chiara, voglio essere ancora più esplicito affermando che la mia ricerca della “figa” non ha nulla a che fare con la prostituzione, il turismo sessuale, la tratta delle bianche o i matrimoni combinati. Semplicemente desidero individuare, solo in base alle mie esperienze personali, di quali lingue la conoscenza può offrire qualche chance a un maschio brutto alle prese con l’altro sesso (insomma, fargli “guadagnare punti” che sopperiscano alla mancanza di avvenenza).

Detto ciò, vediamo di trarre qualche conclusione dalle mie esperienze “sul campo” (al 99% fallimentari), che ormai datano a parecchi anni addietro (come passa il tempo). Comincerei dalle lingue che non vale la pena imparare (e sono tante), senza però dilungarmi sulle dolorosissime esperienze celate dietro le considerazioni che seguono. Ovviamente si tratta di osservazioni estemporanee che valgono (repetita iuvant) solo per i maschi brutti: il fatto che qualcuno abbia avuto fortuna con le donne dei Paesi elencati non ha naturalmente nulla a che fare col discorso che sto affrontando.

LINGUE CHE NON VALE LA PENA IMPARARE

CINESE. Le cinesi già parlano pochissimo coi loro uomini, figuriamoci con uno di noi. Inoltre sono davvero esigenti dal punto di vista linguistico (non so se anche in altri ambiti), dunque sembra facciano quasi apposta a equivocare qualsiasi accento. Tuttavia, anche se per miracolo vi imbatteste in una cinese non asociale, la conoscenza della lingua non susciterebbe in lei alcun tipo di reazione. Forse si tratta di differenze culturali (ma direi anche etniche) troppo profonde per essere superate; ad ogni modo non ha alcun senso studiare il cinese per rimorchiare (e badate bene che, da vero signore, non ho detto una sola parola sul loro aspetto).

INGLESE. Le donne inglesi, si sa, sono terribili, ma a parte questo credo che al mondo non ci sia lingua più bistrattata di quella albionica. A volte mi illudo che sia un’eccessiva gentilezza a imporre all’anglofono di non esprimere alcun giudizio (né negativo né positivo) sulla pronuncia o la fluency altrui; spesso però mi sorge il dubbio che si tratti soprattutto di una sovrana indifferenza nei confronti dell’interlocutore. Del resto non mi è mai capitato che una inglese si sentisse spinta a parlarmi solo per la conoscenza della sua lingua: perché, si sa, in fondo lo parlano tutti (cioè credono di saper pronunciare una sola parola correttamente).

“NORDEUROPEO”. Qui faccio un mucchio unico di gruppi diversi perché questa o quella per me pari sono: tedesche, svedesi, danesi, finlandesi, belghe, olandesi eccetera sono totalmente indifferenti a un uomo che parli la loro lingua, nonché assolutamente refrattarie a qualsiasi manifestazione di intelligenza da parte di un maschio. Spiace generalizzare, ma il primo aggettivo che mi viene per descrivere la donna nordeuropea è: miserabile. Miserabile nel portamento, miserabile nel parlare, miserabile nel vivere: non è però solo una questione di “femminismo”, credo sia soltanto pura e semplice barbarie. Talvolta mi auguro di potermi ricredere, perché il loro aspetto è incredibile, ma temo che le brutte esperienze presto si raggrumeranno in un inscalfibile pregiudizio.

FRANCESE. È straziante dover inserire anche le francesi nella lista nera, ma le parigine non sono più “quelle di una volta” (se mai siano esistite): snobbano gli intellettuali, se ne sbattono dei poeti, si fanno beffe dei romantici. Obiettivamente, pur essendo ancora straordinarie, hanno però perso molto d’attrattiva: d’altronde non è colpa loro se provengono da una nazione in piena decadenza e ormai ridotta a un enorme cesso. Il lato più devastante è però appunto l’aver obliato quell’ultimo residuo di patriottismo tutto confinato nell’idioma. Era l’estrema resistenza del “Patriarcato”, le fascisme de la langue. Credo che il declino della francofonia vada in parallelo con l’inutilità del francese nel procacciarsi un peu de chatte.

“SLAVO” (POLACCO escluso). Da Belgrado a Vladivostok, passando per Minsk e Sofia, la conoscenza della lingua, ad onta di quanto uno potrebbe pensare, non ha alcuna importanza per le donne slave. Da qui potrebbe sortire una discussione infinita, ma specifico per l’ennesima volta che ciò a cui mi riferisco è totalmente diverso dal classico “rimorchio”: parlo di donne talmente indifferenti alla loro madrelingua da non sentire neppure lo stimolo di domandarti come, quando, dove e perché tu l’abbia appresa. Del resto tutti i popoli slavi, al di là di Toto Cutugno e Albano, hanno incredibili pregiudizi nei confronti degli italiani: sotto sotto ci vedono come dei mugik, ma più effeminati e stupidi. La loro “freddezza” la interpreto come mancanza di rispetto. Certo, tutto cambia se siete di bell’aspetto ma, se non si è ancora capito, io appartengo a una razza differente.

ROMENO. Il discorso è praticamente identico a quello sulla Slavia, ma essendo una lingua romanza non potevo certo assimilarla al ceco o all’ucraino. Quindi l’ho separata solo per scrupolo: per il resto, il giudizio non cambia, se non per il fatto che dalle romene vieni addirittura considerato un perdigiorno per aver imparato una lingua “inutile” come la loro. È tragico perdere qualsiasi “amor di patria”: spero che l’Unione Europea non faccia a noi quello che la Sovietica ha fatto a loro.

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Dopo questa carrellata di tristezza, veniamo invece alle lingue che vale la pena imparare almeno per stabilire un contatto umano (ché la figa purtroppo ce la siamo già dimenticata). Come sempre, val la pena precisare che le osservazioni si basano esclusivamente sulle esperienze personali dell’estensore, perciò vanno presa con tutta la cautela e lo scetticismo possibile. In fondo, per usare la nota formula anglosassone, non si tratta che di broscience.

LINGUE CHE VALE LA PENA IMPARARE

TURCO. Le donne turche sono tra le poche al mondo ad apprezzare realmente gli uomini che imparano la loro lingua. Sarà perché essa nasce assieme alla nazione e dunque rappresenta un elemento essenziale dell’identità turca, in ogni caso è l’unica, dal “nostro” punto di vista, a dare qualche soddisfazione. Va aggiunto che la ragazza media turca è di aspetto gradevole e si mantiene in forma anche dopo i trenta (principalmente a causa dell’interdizione di alcol e carne suina).

POLACCO. La lingua polacca avrebbe dovuto trovarsi al primo posto di una lista ideale, ma purtroppo, nonostante l’amore sfegatato che le sue parlanti provano per essa (e quindi anche per chi la conosce), ci sono alcune “criticità” perlopiù legate a quanto si diceva più sopra a proposito delle lingue slave. Bisogna anche necessariamente ricordare che le polacche non sono tutte bionde e strafighe come ce la raccontano: a Varsavia e in un paio di paesini ho scoperto polacche in sovrappeso, coi capelli neri e gli occhi non azzurri (oddio, a me va bene qualsiasi cosa, epperò tanto varrebbe farsi catfishare a casa propria). In compenso, Italia e Polonia intrattengono profondi legami storici, religiosi e culturali, e la cosa può naturalmente essere usata a nostro vantaggio.

ARABO LEVANTINO. In realtà avrei dovuto parlare direttamente di “arabo libanese” (che tecnicamente non esiste), ma certe considerazioni tutto sommato valgono per l’intero Bilad al-Sham. Per le donne libanesi potrei ripetere le stesse cose che ho detto delle turche, però ammetto di non aver avuto con loro esperienze altrettanto interessanti. Aggiungo che il “patriarcato” per queste femmine ha ancora un senso (non come nel vaniloquio femminista):  persino la più laica delle libanesi conserva una forma mentis confessionale o clericale (o come volete), senza però coltivare alcun “fanatismo” o nutrire pregiudizi religiosi verso, per esempio, i cristiani (per gli ebrei è un altro discorso, ma la questione è fondamentalmente politica). Devo altresì ammettere in tutta onestà che la mia conoscenza dell’arabo levantino è ben al di sotto del B1, ma solamente perché credevo che libanesi, siriane e palestinesi fossero sharmute come le altre donne arabe (da evitare assolutamente, in primis le nordafricane). Invece è stata una piacevole sorpresa, e prego che Allah mi dia la forza e il tempo per coltivarla.

EBRAICO. Per par condicio, mi tocca parlar bene degli ebrei. Chiedo scusa a quei lettori che mi manderanno i soliti commenti velenosissimi (“Cosa sei diventato, un collaborazionista del Foglio?” “So dove abiti, ti trasformo in una saponetta”), ma sarei ipocrita a non dire le cose come stanno, almeno dalla mia modestissima prospettiva. Quindi, sì, d’accordo, Boycott Israel, sì d’accordo “no al sionismo”, sì d’accordo “Free Mandela” eccetera; ma che le donne israeliane apprezzino uno sporco goy solo perché parla la loro lingua è un dato di fatto (io poi ho pure il nasone, dunque mi va di lusso). Cercando di essere seri per un istante, mi accorgo che potrebbe nascere il sospetto di un colossale post hoc in base al quale mi starei convincendo che un certo tipo di donna per me attraente sia più “disponibile” per questioni linguistiche. Ebbene, non è affatto così: anche il sottoscritto, come tutti gli uomini, preferirebbe le bionde; dunque è solo per un caso (o per meglio dire, per una legge ferrea che non posso comprendere) che mi sia trovato a che fare con turche, libanesi e israeliane, cioè il fiore delle donne mediterranee (escluse le italiane – che però non ce la danno mai e quindi se ne devono andare tutte affanculo, dico bene?). Peraltro, nonostante nelle mie osservazioni abbia registrato una netta prevalenza di caratteristiche mediorientali, non credo sia possibile individuare l’aspetto della “israeliana media”, perché sarebbe assurdo non riconoscere le enormi differenze tra una ebrea di origini bielorusse e una yemenite. A questa “abbondanza estetica” corrisponde, per quanto possa sembrare paradossale a un lettore ingenuo, una forte avversione verso qualsiasi relazione mista: per carità, io sono un grandissimo sostenitore dell’etnocentrismo, ma insomma, questi ebrei che ci danno le lezioncine multikulti e poi non dicono nulla su quel che accade in “patria”, eh dai… A ogni buon conto, non ci si deve per forza sposare né fidanzarsi, dunque anche un camerata un po’ cesso (come nella Ballata del Nero: «Io di facce ne ho una sola, non sarà bella, ma è sempre quella») potrebbe darsi da fare con l’Ivrit.

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Ecco, la lista è finita. Sì, sono soltanto 4 lingue su 6500, ma, come sapete, a me la vita è male. Dunque in conclusione, viva Israele, viva il sionismo (sono pronto all’honeytrap del Mossad). Ho studiato a tempo perso anche il thailandese, ma non ho mai provato ad “applicarmi” per i noti pregiudizi che accompagnano i maschi brutti quando partono per quello straordinario Paese (che comunque offre molte meno occasioni di “perdizione” rispetto alla Svizzera o all’Olanda). Dal momento che, come noto, odio anche viaggiare, non credo mi metterò a “sperimentare” nuovi approcci con nuove lingue, soprattutto perché le donne di tutto il mondo parlano lo stesso identico gergo, quello dell’ipergamia, del puttanesimo, della segregazione sessuale e della friendzone. כל הנשים זונות.

4 commenti su “Imparare le lingue per conquistare le donne

  1. Non hai menzionato il giapponese, e hai fatto bene: le giapponesi si stupiscono solo per un attimo, e poi smettono di cagarti. Ero lì nei pressi della porta secondaria della chiesa, socchiusa, e mi sono accorto delle due giapponesi che mestamente si convincevano a vicenda che la chiesa non si poteva visitare. Mi avvicino alla porta, mentre fanno per andare via, e pronuncio l’epica formula appresa in decenni di anime sottotitolati: “matte kudasai!”, cavando da entrambe un sorriso a 32 denti, mentre spalanco la porta e aggiungo: “dozo”. Embè? Mi rispondono “thank you!” e s’infilano in chiesa senz’altro aggiungere, lasciandomi lì imbambolato. Ma porca vacca zozza. Ero pure in veste talare d’ordinanza e appena rasato (e dieci chili in meno).

    Ma… non sarebbe il caso di applicare il “mogli e buoi, dei paesi tuoi”?

    1. Grazie per la (preziosa) testimonianza!
      Considerando la situazione attuale dei paesi miei, quel “moglie e buoi” ormai assomiglia quasi a un invito alla zoofilia

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