Gheddafi, “un mito vivente”

Oggi è l’anniversario dell’uccisione di Gheddafi: non sono passati molti anni dal 2011, ma in realtà è come se si parlasse di un’altra epoca, segnata dal ritorno ciclico della questione mediterranea per il nostro Paese. Ci eravamo dimenticati, noi italiani, che l’entente cordiale anglo-francese non era mai tramontata nelle aree d’influenza nordafricane e mediorientali. Il risveglio è stato brusco e ci ha trovati impreparati: il rientro della Francia nella NATO dopo oltre quarant’anni di diffidenza gollista avrebbe dovuto farci sospettare dell’attivismo di Sarkozy, col senno di poi uno dei capi di governo più spregevoli della recente stagione politica.

Il tempo, come detto, è passato, ma ciò non significa che ci si sia fatti più furbi: la giustizia (divina o meno) ha provveduto a far sparire per sempre il suddetto maneggione francese e quell’altro anonimo politico inglese, David Cameron, che è riuscito persino a deludere chi lo aveva messo lì scommettendo sulla sconfitta della Brexit. Non che Berlusconi poi abbia avuto un destino migliore: lo ricordiamo durante il “consiglio di guerra” tra un Napolitano galvanizzato dai fasti del Centocinquantesimo e un Frattini che non aveva davvero capito nulla.

Un attimo dopo i bombardamenti il povero Silvio dichiarò: «Sono addolorato per Gheddafi e mi dispiace. Quello che accade in Libia mi colpisce personalmente». In effetti la Libia decretò la sua morte politica: nonostante credette di salvarsi da una crisi di governo eterodiretta dando il suo assenso all’intervento, una volta fatto fuori il leader libico trovò ad aspettarlo al varco uno spettro ancora più potente, quello dello spread.

Il fatidico “senno di poi” può appunto dirci qualcosa, anche se le zone d’ombra sono ancora troppe per poter consegnare questa vicenda alla storia: c’è ancora un po’ di “cronaca” da fare. Un dettaglio all’apparenza insignificante che mi colpì sin d’allora, fu il modo in cui nella sinistra europea, nel giro di pochissimo tempo, sorse un odio invincibile nei confronti del capo della Giamahiria.

Per quanto concerne l’Italia, è chiaro che i rapporti si “incrinarono” principalmente a causa dell’anti-berlusconismo congenito dell’opposizione, che non vedeva di buon occhio gli importantissimi accordi che il governo di allora andava stringendo con Tripoli. Tuttavia, al di là delle situazioni politiche contingenti, è doveroso sottolineare che prima che la zona grigio-rosa-verde scendesse in guerra contro il Rais, Gheddafi era obiettivamente un mito della sinistra occidentale.

L’unico a conservare un minimo di onestà intellettuale, durante quella seconda “campagna di Libia”, fu Valentino Parlato: «Sono e resto un estimatore convinto del colonnello Gheddafi». Una voce di dissenso in un coro di urrà per i bombardamenti. Tra i meriti storici che la sinistra riconosceva al Reis c’erano infatti la deposizione di Idris I (il cui simbolo, la bandiera rosso-verde-nera, è poi tornata a sventolare orgogliosamente nella guerra civile), il sostegno alla lotta contro l’apartheid e, più in generale, all’anti-imperialismo internazionale.

Tra le caratteristiche positive secondarie, anche quelle di aver fatto della Libia uno dei Paese più prosperi e multietnici del continente africano: quest’ultimo punto è importante, perché durante il conflitto emerse il razzismo tribale degli insorti, che con la scusa che ogni africano del Centro e del Sud fosse un “mercenario” non si risparmiarono alcuna carneficina su base etnica.

Infine, ancora nel 2006 un gruppo di squatters, gli Asian Dub Foundation, girò per i centri sociali di mezza Europa annunciando un musical su Gheddafi con proiezioni sulle pareti dei locali occupati delle immagini del Colonnello. Alla fine il musical lo fecero sul serio, ma l’ammirazione era già svanita e si rivelò un fiasco: i tempi erano cambiati, a sinistra non si poteva più dipingere Gheddafi come un “mito vivente” (sic).

(Gaddafi: A Living Myth)

Qualcuno in effetti ricorderà che quando nell’estate del 2009 Gheddafi venne in vista a Roma, la turba (o “moltitudine”) diede di matto, con slogan ipergalattici come “No Border, No Nation, Stop Deportation” e “Divieto di campeggio” (uno sberleffo alla tenda del “beduino”). Ai cartelloni di protesta si mischiarono le locandine pubblicitarie di una “notte bianca” studentesca. Poi i collettivi passarono un avventuroso pomeriggio giocando a calcetto con magliette siglate “No Gheddafi”.

Qualcosa, insomma, “si era mosso”: la bassa manovalanza degli interessi anti-italiani era stata messa in allarme. Come faceva quella sentenza attribuita a Spengler? «La sinistra fa sempre il gioco del capitale, a volte persino senza saperlo». Bene, oggi pare che finalmente lo sappia – e forse è pure contenta!

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