Rapimento Moro: I linguisti brancolano nel buio

La Stampa del 21 marzo (di quarant’anni fa, s’intende) dà conto delle indagini dei servizi di sicurezza, quello interno (Sisde) e quello militare (Sismi), nati da pochi mesi ma già alle prese con il “caso del secolo” per la Repubblica italiana:

«A Roma sono presenti specialisti tedeschi, inglesi e americani con funzione di consulenti. Ci sono, dunque, una strategia e due linee di intervento: le “piccole” e le “grandi” indagini. […] Il piano d’intervento tiene conto allora di tutte le possibili alternative. Aldo Moro è stato rapito: 1) dalle “Brigate rosse” conosciute come tali (gli eredi di Curcio e Franceschini); 2) dalle “Brigate rosse” agganciate a nuclei del terrorismo tedesco (Raf, elementi della Baader-Meinhof); 3) dalle Br collegate a gruppi del terrorismo internazionale (europeo e latino-americano); 4) da una sigla che in realtà nasconde una centrale di servizi segreti stranieri (Est oppure Ovest)».

Nel frattempo circola un’indiscrezione: i servizi di sicurezza tedeschi avrebbero avvertito i servizi italiani che era in preparazione un agguato nella zona di Monte Mario. A Roma sono presenti gli esperti della polizia criminale federale tedesca e due uomini dello Special Air Service inviati dal governo britannico. Vengono utilizzati i computer della “Pios”, collegati con la centrale antiterrorismo di Bad Godesberg. L’unica intelligence a non esser coinvolta è quella francese, un dettaglio che sembra leggermente infastidire Parigi.

Tuttavia l’articolo più interessante della giornata è un’approfondita analisi linguistica del volantino delle Br, che riprende le ipotesi del De Mauro (il quale ipotizzava un “originale” francese) puntando invece l’attenzione ai diversi “ispanismi” contenuti nel documento (A.L., C’è un’ipotesi latino-americana):

Lo studioso di lingua Tullio De Mauro ha scritto che il messaggio delle Br ha le caratteristiche d’una possibile traduzione dal francese, ma lo spagnolo si adatta meglio al testo italiano – Ad esempio “in ogni parte” invece di “in ogni luogo” è in spagnolo “en todas partes”, inoltre “catena gerarchica” che corrisponde allo spagnolo “cadena” più che al francese “réseau”

Chi sono gli organizzatori e i realizzatori del sequestro di Aldo Moro? Sono italiani o stranieri, o almeno vi sono anche degli stranieri nelle loro file? Questo sospetto, subito emerso per lo straordinario «salto tecnologico» rappresentato da questa impresa rispetto a tutte le altre delle «Brigate rosse» , è stato in qualche modo rafforzato da un’analisi attenta del documento che la banda di sequestratori, che si autodefinisce «Brigate rosse», ha inviato ai giornali, insieme con la fotografia di Aldo Moro. In particolare, un noto studioso di lingua italiano, Tullio De Mauro, ha raggiunto la conclusione — che ha esposto e argomentato ieri su «Paese Sera» — che il testo sia, almeno in alcune parti, più una traduzione (dal francese, secondo De Mauro) che un originale. Condividiamo almeno parzialmente questa tesi, e pensiamo che si debbano elencare le varie incongruenze, non solo dì forma ma anche di contenuto, di questo testo.
Cominciamo dai contenuti. La prima stranezza del documento è questa: l’assenza quasi totale nell’argomentazione, di riferimenti concreti italiani, e la presenza invece di alcuni passaggi straordinariamente approssimativi. Nel momento in cui le «Br» annunciano un processo a Moro e alla Dc, è davvero straordinario che manchi qualsiasi riferimento alle polemiche che riguardano gli «scandali», veri o presunti, nei quali è stata coinvolta la Dc. Non si usa nessuna delle frasi ricorrenti nella polemica politica italiana («il trentennio di malgoverno» e simili) che abbondano sui giornaletti dell’ultrasinistra e che non mancano sui settimanali o nei fondi dei giornali. «Lotta Continua», che di tutto questo s’intende, ha sentito a tal punto la «estraneità» del discorso politico di queste «Br» da interpretarlo e schernirlo come un testo da film americano di fantapolitica; e ha osservato come manchi, nel documento, qualsiasi accenno al pei, qualsiasi accenno «alle lotte, né proletarie, né d’altro tipo».
La «estraneità» dall’atmosfera politica italiana di questo documento, e della tesi principale ed anzi unica che esso presenta (Moro come capo della de, esecutrice per l’Italia dei piani di un fantomatico «Sim», iniziali di «Stati Imperialisti delle Multinazionali»), risalta non soltanto da queste singolari assenze (chi ha scritto questo testo non dà alcun cenno di sapere che pochi anni addietro Pasolini predicava appunto un «processo alla Dc…»), ma da alcune incongruenze presenti nel testo.

E’ insensato

«Chi è Aldo Moro (così si inizia il “capo d’accusa”) è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da 30 anni opprime il popolo italiano…». Osserviamo: parlare di De Gasperi come «degno compare» di Moro è insensato, non può venire in mente a nessun italiano, per la grande distanza temporale e storica tra i due: «compare», come più avanti «padrino», attribuito a Moro, sono termini rozzi, estremamente approssimativi, rivelano una visione «da molto lontano» della storia politica italiana; l’accusa sa di raccogliticcio. Né convince quell’«opprime il popolo italiano», detto della Dc: anche questo è un concetto totalmente estraneo a qualsiasi polemica politica italiana. Nessuno ha mai accusato la Dc di «oppressione»: dove sono andati a prenderlo? Chi lo ha scritto aveva forse in mente un regime militare, diciamo pure sudamericano?
Se l’insistenza sul tema «multinazionali» è tipica di una particolare sub-cultura dì estrema sinistra nord-americana e sud-americana, queste ulteriori dissonanze di linguaggio e concetto sembrano altrettante conferme di una tale ipotesi d’influenza remota. Altrettanto curiosa è l’idea di precisare che «tutto è ampiamente documentato», a proposito dell’affermazione che Moro è stato presidente del Consiglio e ha occupato innumerevoli cariche nella Dc. E’ un’idea davvero peregrina, come già osserva De Mauro: a quale italiano verrebbe in mente di dire questo?
Vi sono poi uno o due passaggi del documento dove il linguaggio è decisamente non italiano; non semplicemente enfatico, o retorico, o burocratico, o «ultraideologico», come tanta letteratura dell’ultrasinistra, e come in passato i documenti «storici» delle Br, che potevano essere «folli», però erano ragionati in modo serrato: ma proprio dissonante con tutto quello che è il «discorso» politico italiano contemporaneo. Anzitutto, a proposito del linguaggio, è singolare, di nuovo, l’assenza quasi completa di qualsiasi espressione del «gergo sinistrese» : De Mauro potrebbe arricchire la sua indagine approfondendo l’analisi di ciò che manca, ma dovrebbe esserci in un documento di questo tipo. Egli già osserva, giustamente, che mancano del tutto le «formule e locuzioni da concelleria di tribunale o da ministero di grazia e giustizia», che abbondavano invece nei documenti delle Br dell’epoca di Sossi; ma è, ci sembra, altrettanto singolare, che manchino del tutto o quasi del tutto le espressioni correnti di «sinistrese». Ci riferiamo di nuovo a De Mauro — ci perdoni per questo saccheggio del suo articolo — per indicare le più vistose «espressioni inconsuete per l’italiano»: per esempio, l’uso di frasi come «le politiche sanguinarie», e più oltre «le feroci politiche economiche» (perché i plurali?); l’espressione: «le maggiori potenze che stanno alla testa della catena gerarchica», mentre in italiano si dice «piramide», o «scala» gerarchica; un’intera frase: «Bisogna estendere e approfondire il processo al regime, che in ogni parte le avanguardie combattenti hanno già saputo indicare con la loro pratica di combattimento», frase questa che «non dà troppo senso in italiano».
Vogliamo trascrivere interamente le conclusioni che De Mauro trae da questa analisi. Eccole: «Abbiamo provato a tradurre parola parola queste espressioni “strane” in tedesco: ma non danno senso migliore nemmeno in tedesco. C’è una lingua europea in cui invece i conti tornano: è il francese. E’ il francese per cui è ovvio parlare di “réseau hiérarchique”. dire che le avanguardie “de toutes partes signalent” oppure “indiquent” un processo “avec leur pratique de combat”. Ed in francese è ovvio “les politiques”, le strane “politiche” al plurale.
Controprova: dal principio alla fine è traducibile parola parola in francese tutto il testo, anche là dove sembra italiano. Con l’eccezione, forse, dell’ultimo dei due postscriptum.
E’ il francese la lingua madre di chi ha scritto il messaggio? E’ il francese la lingua del testo iniziale, poi frettolosamente tradotto in italiano da un colto non ben provveduto?
In scienza e coscienza è questo il sospetto (concludiamo anche noi con un francesismo, ma ovvio fin dal Settecento) che pensiamo di dovere esprimere».
E’ valida questa conclusione? L’ipotesi «francese» ci sembra del tutto plausibile; ma a noi pare che mentre sono da escludere «traduzioni» da lingue centro o nord-europee, inglese o tedesco o lingue slave (di esse non troviamo nessuna eco: né della serrata costruzione logica del tedesco o del russo, né della semplicità e concretezza dell’inglese), è del tutto ipotizzabile che la lingua madre di questi passaggi «strani» del documento sia lo spagnolo, anziché il francese.
Abbiamo provato a tradurre in spagnolo le frasi che De Mauro traduce in francese, e «corrono» altrettanto bene, sia per il plurale «politicas», sia per la «cadena» (mentre in francese bisogna tradurre «réseau», che una versione italiana approssimativa avrebbe tradotto «rete», e non «catena»; l’ipotesi di un originale spagnolo «cadena» è più convincente); sia per l’espressione «il processo al regime che in ogni parte le avanguardie combattenti hanno già saputo indicare con la loro pratica di combattimento», dove non s’intende bene che significhi «in ogni parte», ma probabilmente «parte» sta per «luogo»: non cioè «da tutte le parti», come si direbbe in italiano, ma «en todas partes», ossia, appunto, «in ogni luogo».
A questo punto, bisogna avvertire che non tutto il documento è così «strano»; in particolare, i due codicilli, sul processo di Torino il primo, sulle procedure che saranno seguite il secondo, hanno un linguaggio assai più «normale», un linguaggio «Br».
L’ipotesi più probabile è dunque che il documento sia frutto di un gruppo di persone: che l’ispirazione fondamentale (la ridicola semplificazione sulle multinazionali) sia straniera; che certe stonature (Moro-De Gasperi) siano state inserite sempre da fonte straniera; che certe frasi siano state di fatto tradotte dal redattore generale del documento, che è comunque di povera cultura («…stanare dai covi democristiani, variamente mascherati, gli agenti controrivoluzionari, che nella “nuova” Dc rappresentano il fulcro della ristrutturazione dello Sim…», dove la rozzezza del linguaggio e del concetto culmina nella sgrammaticatura di quel «dello Sim»).
Ma questa partecipazione straniera, di che colore sarebbe? All’ipotesi francese di De Mauro ci sembra più plausibile contrapporre una ipotesi americana, anzi latino-americana, per ragioni di lingua, ma non solo per quelle. Non si può infatti non ricordare, a questo punto, quello che è l’altro solo elemento sicuro di cui noi disponiamo, circa la banda dì feroci assassini che ha rapito Moro e massacrato la sua scorta, ed è il modus operandi.

Le ipotesi

Ora, per questo modus operandi si sono fatte, inevitabilmente, ipotesi straniere, trattandosi del primo vero caso di guerriglia urbana verificatosi in Italia, con l’impiego di una intera compagnia, perfettamente addestrata. D’accordo che i basisti debbano essere locali; d’accordo anche che vi sia, attorno alla banda di esecutori, al commando, una rete di complicità che può estendersi verso quelle zone di violenza programmatica che vanno genericamente sotto il nome di autonomia. Rimane però il fatto che il nucleo degli esecutori deve avere avuto un addestramento specialistico che in Italia sembra non disponibile.
Questo è il classico caso di una «tecnologia nuova», già perfezionata, importata in blocco e non frutto di una crescita ed evoluzione graduale. A questo punto, si deve dire che i possibili centri di addestramento per un’operazione di questo tipo non sono molti: si parla di campi « cecoslovacchi», o magari di campi «palestinesi»: ma il terrorismo palestinese non ha mai praticato questi schemi operativi, e i servizi segreti, quale che sia la loro nazionalità, non praticano regolarmente la guerriglia urbana. Né sono mai state fatte operazioni del genere dai terroristi irlandesi.
La verità è che la sola regione del mondo dove si è praticato attivamente questo tipo di guerriglia è l’America Latina: prima l’Uruguay (i Tupamaros) poi l’Argentina (Erp, Montoneros). L’orrore che ci fa il «terrorismo di Stato» cileno o argentino non può far dimenticare che esso è, storicamente, la risposta (ce lo ricorda bene Livio Zanotti, che ha vissuto in Argentina gli anni terribili della guerriglia) a un «terrorismo di bande» che aveva, con una lunga esperienza, messo a punto in una grande metropoli come Buenos Aires (la «Detroit» della tecnologia terrorista più avanzata), esattamente il tipo di operazioni che è stato usato contro Moro: con la stessa disumana brutalità verso la polizia di scorta, con la stessa anima sanguinaria, che a noi sembra (forse ci illudiamo ancora…) così poco italiana.
Se si aggiunge che il numero di terroristi latinoamericani (autentici «disperati», per ragioni cattive e anche buone) oggi profughi in Europa è elevato, e se si tiene conto del loro stato d’animo e della loro disponibilità a riprendere, non avendo più nulla da perdere, la via della clandestinità, si deve concludere che un’ipotesi latino-americana (ossia di infiltrazione e contatti parziali tra le Br e terroristi di quella origine) è da prendere in seria considerazione, per tutte le ragioni operative, sostanziali e «filologiche» che abbiamo detto. Ma vi è un’ulteriore complicazione possibile.
Le tecniche del terrorismo di sinistra latino-americano sono state infatti usate, sempre più ampiamente, da gruppi «anti-terroristi» di estrema destra, più o meno governativi: ci riferiamo all’estrema brutalità della repressione, particolarmente in Argentina, realizzata da «servizi» non facilmente identificabili. Il pericolo di interventi in Europa con operazioni terroristiche di questi «servizi» era stato preannunciato, qualche settimana fa dalla stampa italiana (l’ipotesi era stata riferita anche da questo giornale). Non si può escludere che in un complesso giuoco di specchi gli «esperti» entrati in funzione siano di estrema destra, anziché di estrema sinistra, con l’obiettivo politico di una «destabilizzazione» dei regimi democratici, a beneficio di forze estremistiche (di destra, anziché di sinistra: ma qui davvero gli opposti si toccano). E’ evidentemente da approfondire, in questo quadro, ma supponiamo che già lo si stia facendo, l’ipotesi di collegamenti operativi tra il sequestro Schleyer e il sequestro Moro: in ambedue i casi, si vede chiaramente la mano di «super specialisti», e oscuri contatti internazionali.

Estraneità

Ancora un’osservazione: ciò che emerge da tutto questo è comunque la straordinaria estraneità delle «Brigate rosse», come oggi esse si presentano, alla realtà italiana. Si può anche ipotizzare, in alternativa alla supposizione delle «infiltrazioni straniere» (o della guida straniera…), quella di una totale e gravissima degenerazione delle Br rispetto a ciò che erano in origine, quando ancora, alla loro maniera folle, avevano pur sempre un collegamento reale con la società italiana. Anzi, questa degenerazione interna delle Br è un fatto di per sé evidente, e necessario comunque, anche per spiegare l’infiltrazione straniera. L’impoverimento ideologico è la controparte del «salto tecnologico». Queste sono comunque «nuove» Brigate rosse, anche se i brigatisti sotto processo a Torino non lo dicono o lo negano, o rivendicano a sé anche le nuove orrende imprese. Ciò può anche spiegare la difficoltà che gli inquirenti hanno a compiere la loro opera. Ma un corpo così «estraneo» rispetto alla società italiana non può, questo ci sembra evidente, sopravvivere a lungo.

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