They want our sh*t. Sulle donne nel calcio

E così ci è stato imposto il primo arbitro donna in una partita di calcio internazionale, la finale di Supercoppa europea Chelsea-Liverpool (vinta da quest’ultimo ai rigori). Tafferugli nelle redazioni per decidere chi sarebbe riuscito a firmare la sdilinquata più ginocentrica: tra i vincitori papabili, un peana del “Corriere” a tutta pagina, che riportiamo come presagio della morte di cui dovremo morire.

«Stephanie [Frappart] non ha avuto dubbi. Non un cedimento, non una smorfia. Forse poteva andare a riguardarsi le immagini alla Var, ma non ne ha sentito il bisogno. Sicura di sé, ha comandato l’angolo. Mostrando di avere in pugno il match, che infatti non gli è sfuggito mai. In tutti gli episodi al limite […] ha mostrato che non mentiva quando alla viglia aveva detto: “Io non ho paura”. L’ha fatto vedere al mondo intero quando Jorginho le ha rinfacciato un’ammonizione non gradita: fulminato con lo sguardo, tutti hanno capito e nessuno ha più aperto bocca»

No, non è l’entusiasmo della prima volta. Adesso non si fermeranno più. Per dimostrare l’assoluta “normalità” di un arbitro donna in una partita di maschi, ne dovranno parlare di continuo con i toni esaltati e imbarazzanti di cui sopra.

Già durante gli ultimi mondiali femminili, ingigantiti mediaticamente non solo per la moda femminista ma anche per la contingenza politica anti-Trump (prima gli Stati Uniti li avevano infatti ospitati due volte e vinti tre, ma la cosa non aveva suscitato alcun interesse), le riviste stile “Complessa Moderna” o “Super-Io Super-Donna” hanno sfornato una serie di perle che quasi dispiace non aver conservato le indicazioni bibliografiche per i posteri: «Il calcio è uno degli sport più elementari e rozzi del mondo […] ma grazie alle donne diventa finalmente complesso»; «Con le donne il gioco ne guadagna in fluidità e armonia: bello il calcio senza pugni»; «Quando le donne saranno maggioranza negli stadi, vedremo meno violenza e meno razzismo» (l’ultima l’ha detto Aldo Cazzullo, e questa volta mi sono segnato ora e data del decesso mentale: 27 aprile 2019, rubrica Quello che gli uomini non dicono, “Io Donna”, pagina 54).

Dunque se giocato da maschi il calcio rappresenta lo specchio della corruzione, della decadenza, della stupidità e dello squallore: però basta metterci le donne e allora diventa uno sport da intellettuali per intellettuali. Si costruiscono dive in provetta che, a differenza dei campioni maschi, saranno intoccabili e incriticabili: un esempio che si è potuto apprezzare proprio negli ultimi mesi è stato quello della “capitana” (un’altra?) americana Megan Rapinoe, che dopo aver insultato il suo Presidente in tutti i modi, ha dato spettacolo nello spogliatoio a suon di champagne ed è andata per strada ubriaca con la coppa in mano a urlare “Me la merito”. Tutti atteggiamenti che avremmo duramente censurato persino se provenienti dal più grande dei campioni, ma che quando c’è di mezzo una donna diventano, come qualsiasi altra cosa, automaticamente positivi. Le donne, insomma, non perdono mai (a meno di non trovarsi davanti a un team di quattordicenni, ma questa è un’altra storia).

La questione in ogni caso è molto più complessa e va al di là delle “cazzullate” di circostanza e delle polemiche di breve respiro, nonché delle battute che si potrebbero fare sull’avvenenza delle calciatrice e delle arbitresse (che hanno comunque un culo e due tette e una figa che non possiamo demistificare, pena, come afferma Žižek, la morte dell’eros). Il fatto è che al potere opaco che sta pompando la femminilizzazione del calcio interessano poco i “sogni delle bambine” o delle “ragazze di periferia”: il suo compito è profanare il Monte Athos dello sport,  l’ultimo “spazio maschile” legale rimasto nell’intero emisfero occidentale.

“They don’t want their own shit. They want our shit”, afferma il comico Bill Burr parlando proprio del football americano: “I think it’s because we’re happy. We’re sitting there enjoying ourselves without them. It drives them nuts. So they have to go in there and ruin it”. Ma c’è dell’altro: dopo averci convinto con decenni di propaganda che le istituzioni patriarcali sono di per se stesse oppressive e alienanti, questo potere opaco se ne è impossessato mettendo in scena la pantomima della “trasvalutazione dei valori”. Lo hanno fatto con la famiglia, la politica, l’esercito, lo spettacolo, lo sport (appunto) eccetera. Col senno di poi, sembra che il patriarcato gli faceva schifo solo a parole: in realtà volevano semplicemente impossessarsi di una cosa che non gli apparteneva, né avevano contribuito a creare, per una mera questione di potere.

E tutto questo solo perché gli dava fastidio che un maschio potesse essere felice un paio di sere a settimana: tanto per dare la misura dell’odio covato nei nostri confronti…

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