Cartoline dall’Ucraina: una guerra che abbiamo già dimenticato?

La diplomazia statunitense ha reagito così all’approssimarsi del conflitto russo-ucraino: “Fanculo all’Europa!”. Il ponderato appello alla pace è giunto dalle labbra di Victoria Nuland, sottosegretario agli esteri di Obama e moglie del boss neocon Robert Kagan.

Non si erano nemmeno concluse le olimpiadi invernali di Sochi, caratterizzate dalle sceneggiate omofile dell’America obamiana, che già la ridicola “guerra fredda” colorata d’arcobaleno cedeva il passo a blindati e filo spinato. La grande stampa, che pure aveva fatto di tutto per propagandare quella tale atleta lesbica o quel tale portabandiera trans, ha dovuto riconoscere che «il ghiaccio bollente di Kiev scalda le annoiate coscienze europee molto meno dei diritti gay alle olimpiadi di Sochi» (Francesco Battistini, “Sette”, 21 febbraio 2014).

Indirettamente si è giunto ad ammettere che una guerra civile in Europa è un problema più scottante e urgente delle adozioni per le coppie omosessuali in qualche oblast’ siberiano. Eppure quell’inutile stillicidio, voluto perlopiù dalla cricca insediatasi a Washington come maquillage per i fallimenti strategici, ha contribuito sicuramente a guastare i rapporti tra Bruxelles e Mosca.

Quando infatti è giunto il momento di “mediare”, il Vecchio Continente si è rivelato impotente: nell’offensiva mediatica lanciata da oltreoceano è incappato nientedimeno che Romano Prodi (uno che come eurocomissario suscitò la benevolenza di Washington), il quale dopo aver pubblicato un timido editoriale sul “New York Times” (How Ukraine Can Be Saved, 20 febbraio 2014), è stato veementemente attaccato dall’inquietante Anne Applebaum sul “Washington Post” (Ukrainian smears and stereotypes, “Washington Post”, 21 febbraio 2014):

«[…] The strongest anti-Semitic, homophobic and xenophobic rhetoric in this region is not coming from the Ukrainian far right but from the Russian press, and ultimately the Russian regime. […] . Romano Prodi, the former president of the European Commission, just wrote an otherwise anodyne article ticking off Ukrainian “far-right nationalist groups” as if they were the main problem, proving that even Western statesmen aren’t immune».

Col senno di poi invece è apparso lungimirante chi ha denunciato subito il pericolo rappresentato dall’estrema destra ucraina, convitato di pietra di qualsiasi tentativo di “occidentalizzazione” di Kiev. Già all’inizio ci si poteva rendere conto del pericolo rappresentato dalle retrovie dell’Euromaidan, che nel giro di qualche mese hanno spazzato via non solo le residue testimonianze architettoniche del periodo sovietico, ma anche tutta la monumentalistica riguardante i rapporti d’amicizia tra le due nazioni (tra le “vittime illustri”, un busto del generale Kutuzov).

Sarebbe bastato, per esempio, dare una scorsa ai discorsi del leader di Slovoba Oleg Tjagnibok, che denuncia i moskalki e la mafia giudeo-bolscevica:

«[I nostri padri] non avevano paura e anche noi non dobbiamo avere paura. Loro si sono caricati le armi automatiche sulle spalle e sono andati nei boschi, a combattere contro russi, tedeschi, ebrei e tutta la feccia che voleva portarci via la nostra Ucraina. […] Voi giovani che marciate assieme ai più anziani, rappresentate quello che la mafia russo-ebraica che governa l’Ucraina teme più di tutti».

Al di là di quanto arde in prima linea, la nostra stampa ha preferito adottare una prospettiva da spioncino o buco della serratura: non ha dunque tutti i torti il portale  Mapping Stereotypes, che sostiene che gli italiani immaginano le ucraine tutte come la Tymošenko, «donna-bambina con le trecce attorcigliate sulla testa a mo’ di corona» (così quel degenerato di Eduard Limonov, che sembra che in questo conflitto abbia infine assunto una posizione russofila).

E non è nemmeno un caso che Elmar Brok, consigliere di Angela Merkel, ha tentato di tirarci in mezzo facendo leva sulla nostra ingenuità teologico-politica: 

«Voi italiani avete Roma e piazza San Pietro, dunque siete più vicini al cielo, giusto? Allora pregate con più forza perché questa situazione si risolva, e perché quei popoli possano vivere in pace e in libertà. È importante per tutti noi europei, non solo per l’Ucraina» (cfr. Corriere“, 23 febbraio 2014).

Alla fine i politici di Roma hanno risolto di offrire fu uno stuolo di “badanti rivoluzionarie”, da Mariya di Campi Bisenzio a “Eugenia” di Brescia: un fenomeno talmente rilevante dal punto di vista storico che ha accennato persino Giovanna Melandri in un memorabile tweet

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