Donald sei troppo forte

La stampa italiana è in subbuglio per la candidatura alle primarie del Partito Democratico della senatrice Elizabeth Warren: i nostri gazzettieri fingono di ignorare che costei agli occhi dell’opinione pubblica americana assomigli a una versione imbarazzante di Laura Boldrini (e ho detto tutto). Il personaggio è infatti talmente screditato che persino Donald Trump può permettersi di sbeffeggiarla regolarmente dal suo profilo Twitter senza causare alcuno tsunami mediatico: in particolare il Presidente americano si concentra da tempo sul piccolo “scandalo” riguardante le false ascendenze Cherokee spacciate dalla senatrice democratica, che per oltre trent’anni si è dichiarata “nativa americana” persino sui documenti ufficiali (e solo pochi giorni fa si è sentita in dovere di scusarsi pubblicamente con la Cherokee Nation).

Ovviamente su tutto ciò la grande stampa preferirebbe calare un pensieroso silenzioso (finora ne ha parlato solo la Maglie su “Dagospia”), ma prima o poi sarà costretta ad accennarvi almeno per spiegare il motivo per cui Trump ha soprannominato la Warren “Pocahontas” e perché ironeggia continuamente sulle sue fantomatiche “radici indiane”. Negli ultimi tempi peraltro il vecchio Donald si è completamente scatenato, tanto da aggiungere alla sua lunga catena di appropriazione memetica anche quello dell’Absolute Madman (con cui si esalta in maniera ridondante un’impresa da poco – ma spiegare un meme è quasi come spiegare una barzelletta stupida).

Per esempio, quando sono iniziate a circolare voci sulla possibile candidatura della Warren, Trump ha pubblicato un’immagine ritoccata del logo elettorale in cui invece di 2020 compare 1/2020, in riferimento alla percentuale di sangue Cherokee rilevata da un test DNA nelle vene della senatrice (1/2024, praticamente quella di qualsiasi americano medio).

Quando poi “Pocahontas” ha pubblicato un surreale spot elettorale cercando di sembrare una persona normale, Trump oltre a far notare come la Warren ringrazi continuamente il marito “per essere qui” (“È casa loro, è normale che si trovi lì!”), se ne è uscito appunto con una trovata da absolute madman:

“Se Elizabeth Warren, da me spesso soprannominata Pocahontas, avesse girato questo spot elettorale a Bighorn o Wounded Knee invece che nella sua cucina e con suo marito vestito in abiti indiani, sarebbe stato un successone!”

L’attacco più recente, quello che gli ha attirato accuse di razzismo (ma non tanto convinte, per quanto notavamo a proposito della reputazione della Warren), risale al 9 febbraio e viene subito dopo l’annuncio della candidatura della democratica:

“Oggi Elizabeth Warren, talvolta da me chiamata Pocahontas, è entrata nella corsa presidenziale. Correrà come primo candidato alla presidenza di origine nativa, o ha deciso che dopo 32 anni questa storia non funziona più? Ci vediamo sul SENTIERO elettorale, Liz!”

Quel TRAIL a caratteri cubitali è un riferimento al famigerato “sentiero delle lacrime”, espressione con cui gli storici indicano le deportazioni forzate degli indiani d’America avvenute nella prima metà del XIX secolo. La provocazione è naturalmente tutta rivolta alle bugie della Warren riguardo al “passato da pellerossa” (peraltro ci siamo dimenticati di ricordarlo –perché è scontato– ma questa storia la signora se l’è inventata come asso vittimista dalla manica, a garanzia di una brillante carriera come “rappresentante di una minoranza”); però la mancanza di alcuna prudenza contro le prevedibili accuse di “apologia di genocidio” lo rende appunto la pura incarnazione dell’Absolute Madman.

Per dire qualcosa di positivo sulla povera Warren, ricordiamo che una volta parlava della Clinton come di un fantoccio delle multinazionali e che quando Trump ha affermato, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, che “le grandi nazioni non combattono guerre infinite” è stata lei a far partire un applauso. Ma non aggiungiamo altro, fiduciosi che ci penseranno i media internazionali a santificarla “sulla fiducia”.

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