Donald Trump Imperador plebeo

Vale la pena spendere qualche parola sullo Stato dell’Unione appena tenuto da Donald Trump, poiché rappresenta forse il momento più “plebeo” che la politica americana del dopoguerra si sia mai concessa. È stato una sorta di Mardi Gras, una festa variopinta e commovente, la riemersione di un’America profonda che le dinastie democratiche e repubblicane, con la loro crociata contro la classe media, hanno tentato ripetutamente di soffocare.

Gli argomenti trattati sono stati quelli di sempre (lavoro, immigrazione, guerra) e ovviamente non sono mancanti gli accenti populisti; vedi, per esempio, la frecciata alla Pelosi (appostata dietro di lui) riguardo il famigerato “muro”:

«Nessun tema dimostra meglio il divario apertosi tra la classe operaia e quella politica che l’immigrazione clandestina: i politicanti e i loro finanziatori che sostengono i “confini aperti” sono ben protetti da muri, cancelli e guardie armate. Al contrario la classe operaia americana è costretta a pagare il prezzo dell’immigrazione clandestina di massa, con la riduzione dei posti di lavoro, l’abbassamento dei salari, le scuole sovraffollate, gli ospedali così pieni da non poter neanche entrare, l’aumento dei reati e lo sfaldamento delle reti di protezione sociale. La tolleranza per l’immigrazione clandestina non è compassionevole: in verità è piuttosto crudele».

A coronamento della provocazione, il Presidente ha introdotto i familiari di una coppia di ottantenni del Nevada brutalmente ammazzata nel gennaio scorso da un immigrato clandestino salvadoregno, costringendo anche i democratici ad applaudire figli, nipoti e pronipoti delle vittime. Non per fare inutili polemiche, ma non ricordo che il nostro Mattarella, così impegnato a fare gli “auguri agli immigrati” (istituendo una perversa dicotomia nel concetto di cittadinanza) abbia mai avuto una sola parola di compassione per quella coppia di settantenni di Palagonia trucidata da un ivoriano (con modalità che gridano ancora vendetta). Ma lasciamo andare.

D’altro canto, Trump ha avuto modo di elogiare le virtù dell’immigrazione legale (“I want people to come into our country in the largest numbers ever, but they have to come in legally”), presentando uno degli “eroi dell’ICE” (la forza di polizia responsabile del controllo delle frontiere), l’agente speciale di origini dominicane Elvin Hernandez (impegnato nella lotta al traffico internazionale di minori), come dimostrazione dell’attualità del “sogno americano”.

Durante il discorso il Presidente ha tenuto quasi sempre la linea che potremmo sintetizzare nel proverbiale “un corpo al cerchio e uno alla botte” (a quanto pare gradita anche dagli americani, che l’hanno approvata per oltre il 75%): nell’esaltare i successi dal punto di vista occupazione e della re-industrializzazione ha concesso alle sciacquette democratiche di fare il loro show femminista (pura sinistra al caviale: Alexandria Ocasio-Cortez che fa i balletti per l’occupazione femminile ma guarda con disprezzo ai familiari delle vittime degli immigrati); parlando invece di salute, da un lato ha stigmatizzato con parole dure l’allucinante iniziativa dei democratici newyorchesi di consentire l’aborto fino al nono mese, e le altrettanto folli dichiarazioni del governatore della Virginia Ralph Northam che vorrebbe legalizzare direttamente l’infanticidio (un tizio così adorato dall’establishment che gli è stato persino condonato, come a tanti democratici, il suo passato di simpatizzante del Ku Klux Klan), ma al contempo ha annunciato di voler “eliminare l’AIDS dall’America entro 10 anni” accontentando così la platea di sinistrorsi che la considera la piaga del secolo (nonostante le statistiche dimostrino il contrario) solamente perché ha sabotato certe squallide utopie da “orgia perpetua”.

Infine, quando è venuto il momento di affrontare il nodo della “guerra perpetua”, il suo appello neoisolazionista ha suscitato il primo applauso da una delle sue più acerrime nemiche, la pittoresca senatrice Elizabeth Warren (ridicolmente tenuta in palmo di mano dai media italiana ma una barzelletta vivente per l’opinione pubblica statunitense, in primo luogo per essersi spacciata per anni come “nativa americana”). Trump ha espresso chiaro e tondo il concetto che “Great nations do not fight endless wars”, collegando la proclamazione di Gerusalemme capitale di Israele con il disimpegno militare in Medio Oriente (anche se probabilmente gli ebrei si rifiuteranno ancora di capire l’antifona). Ha inoltre ricordato che se non fosse stato eletto lui, ci sarebbe stata quasi sicuramente una guerra con la Corea del Nord, tirando quindi un’altra stoccata alla piovra neocon che si è ora diretta armi e bagagli verso i dem.

Venendo ai momenti più toccanti, Trump ha portato due esempi viventi del First Step Act, sostanzialmente una forma di indulto per i detenuti modello (che favorirà come intuibile perlopiù gli afro-americani): si tratta di Alice Johnson e Matthew Charles, entrambi condannati decenni fa per spaccio ma “redenti” dalle iniziative riformiste del Presidente:

Il leader repubblicano ha poi salutato i veterani della “Grande Crociata” (la Seconda Guerra Mondiale) e il leggendario Buzz Aldrin:

Infine, Donald ha omaggiato l’agente Timothy Matson che si è preso sette pallottole nel tentativo di sventare la strage alla sinagoga di Pittsburgh e ha presentato uno dei sopravvissuti, l’ottantenne Judah Samet, come simbolo ideale della continuità dell’epopea nazionale in quanto “doppio superstite” e dell’attacco antisemita americano e dei campi di concentramento tedeschi:

«Judah ricorda ancora il momento esatto, circa 75 anni fa, dopo dieci mesi passati in un campo di concentramento, quando lui e la sua famiglia furono messi su un treno per essere mandati in un altro campo. Il treno si fermò improvvisamente. Apparve un soldato. La famiglia di Judah era pronta al peggio, finché il padre esclamò con gioia “Sono gli americani! Sono gli americani!”».

Per ricordare qualche trionfo più recente, Trump ha annunciato l’uccisione con un raid di precisione di uno dei pianificatori dell’attentato al cacciatorpediniere USS Cole (avvenuto nel 2000 in Yemen) al cospetto del padre di una delle vittime.

Mi pare non ci sia altro da aggiungere. Niente poeti gay, esponenti dell’alta finanza, campioni di pugilato transessuali, magnati compassionevoli, padrini della Silicon Valley o uomini d’affari messicani e cinesi: solo “plebei” e “popolaccio”, il volto dell’America al quale Trump ha restituito la rappresentanza politica, dirottando il Partito Repubblicano quasi fosse un candidato indipendente. Ora finalmente il Great Old Party è tornato, nel bene e nel male, il partito di Abraham Lincoln, quello dei lavoratori, degli incolti, dei negri.

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