Esperanto: una lingua universale?

I miei studi di esperanto risalgono ormai alla notte dei tempi: proprio in questi giorni ho ritrovato un carteggio col professor Giorgio Denti della Federazione Esperantista Italiana (FEI), che qualche anno fa gentilmente si prestò come “consulente” per la traduzione di qualche poesia. Mi piace riportare qui sotto il momento clou dello scambio epistolare: una risposta esaustiva e molto generosa (quasi una lectio magistralis) sul modo più appropriato per rendere l’espressione apologia del silenzio, per la quale lo ringrazio ancora (jam temp’ esta’!).

«Buonasera Roberto,
io direi: Apologio de la Silento (pronunciare apologhio con accento sulla “i”).
Ma bisognerebbe capire bene che cosa hai in mente.
“Apologia”, infatti, può significare:
1) discorso di autodifesa (pensiamo all’Apologia di Socrate); in esperanto: apologiomemdefendosindefendosinpravigo;
2) discorso o scritto a difesa (pensiamo agli antichi Apologeti); in esperanto: apologio;
3) perorazione; in esperanto: pledo;
4) esaltazione (ad esempio, “apologia di reato”, “apologia del fascismo”); in esperanto: apologiogloradolaudego;
5) giustificazione; in esperanto: pravigo;
6) preghiera pronunciata dal sacerdote all’inizio della messa per chiedere il perdono delle proprie colpe (da questo uso molto particolare viene l’inglese to apologize, che non vuol dire “fare l’apologia”, ma “chiedere scusa”, e spesso dà origine a gustosi equivoci di traduzione); in esperanto: pardonpeto; senkulpigo.
Esclusi il primo e l’ultimo significato, gli altri 4 potrebbero tutti fare al caso nostro.
Se, però, dico Pledo por Silento, a mio modo di sentire vengo a dire che il mio è un “invito a fare silenzio”, non già una difesa, una esaltazione del silenzio (che, forse, è quello che intendi), e che a mio avviso corrisponde meglio ad Apologio de la Silento o Laudo de la Silento.
Se scegli una parola diversa da apologio o pledo, attenzione alla preposizione da usare».

È questo l’aspetto che più mi appassiona dell’esperanto: il fatto che, pur non essendo diventato un fenomeno di massa (come avrebbe voluto il suo creatore), esso ha comunque mantenuto una dimensione “sociale”, cioè una certa versatilità e adattabilità ai contesti più disparati.

A testimonianza di tale particolarità, per esempio, la presenza nei dizionari e nelle grammatiche esperantiste di una sezione dedicata alle parolacce (di seguito qualche pagina da D. Astori, Parlo Esperanto. Manuale di conversazione, A. Vallardi, 1996, pp. 177-178).

Certo, tutto ciò potrebbe contrastare con le definizioni classiche della Lingvo Internacia, come quella di Wikipedia: «Scopo di questa lingua è di far dialogare i diversi popoli cercando di creare tra di essi comprensione e pace con una seconda lingua semplice ma espressiva, appartenente all’umanità e non a un popolo».

A parte la battuta facile (mandarsi a fekulo non è il massimo del dialogo), il problema principale che la dicotomia umanità/popoli non regge, poiché anche da un punto di vista utopico, un’umanità unificata dovrà, per forza di cose, essere un popolo.

Può sembrare un discorso astratto, ma a mio parere è qui che risiede la radice dell’insuccesso dell’esperanto nell’imporsi come lingua franca. Uno dei più grandi limiti che sconta il nostro idioma artificiale è per l’appunto il suo carattere u-topico, cioè di lingua “senza terra”, incapace di radicarsi in un’etnia o una nazione a causa degli obblighi di “universalità ideale“ che si è imposta sin dagli albori. Anche perché, a ben vedere, il bisogno di “territorializzarsi” si è presentato immediatamente, come dimostrano i piani per l’adozione dell’idioma da parte del Moresnet Neutrale (un territorio conteso tra Germania e Belgio), e fino ai nostri giorni ha continuato a rappresentare un’istanza irrinunciabile, se pensiamo alle effimere iniziative dell’Isola delle Rose (una “Repubblica Esperantista” sopravvissuta meno di un anno) e, per citare uno dei casi più stravaganti, la Repubblica di Molossia (una villetta del Nevada dichiarata indipendente dal suo proprietario nel 1999), che ha anch’essa adottato l’esperanto come lingua ufficiale.

Sulla fortuna dell’esperanto hanno influito inoltre le stesse contraddizioni della pseudo-teologia che il Doktoro Zamenhof elaborò per favorirne la diffusione: una religiosità eterodossa e sincretista che si nutre dell’illuminismo ebraico della Haskalah, delle suggestioni para-massoniche dei circoli sionisti tardo-ottocenteschi (lui stesso ne creò uno a Varsavia, il ChibatZion, gli “Amanti di Sion”, nel 1881) e dell’Hillelismo, una corrente ebraica che propugnava l’unificazione dei monoteismi ispirandosi alla parabola dei tre anelli narrata da Lessing. Alla fine egli stesso giunse a unificare tali tendenze nella sua “eresia” personale, l’Homaranismo, che risente del milieu positivista, mondialista e umanitario dell’epoca (per approfondire, consiglio l’ottima ricostruzione di F. Gobbo, La filosofia morale di Zamenhof per il nuovo millennio, “Erewhon”, 2005).

Il miraggio di una “lingua dei tempi ultimi”, presente in tutte le religioni, è particolarmente sentito dall’ebraismo che tuttavia, nelle parole di una sua rappresentante contemporanea, da sempre paventa i tentativi “babelici” di una characteristica universalis:

«La via della riunificazione non può non passare per il linguaggio. Tradurre è redimere […], liberare la lingua pura in esilio, confinata e dispersa fra le tante lingue […]. Ma sarebbe un errore prendere questa “lingua pura” per una lingua universale. Se così fosse, si tratterebbe di un nuovo tentativo di riedificare la torre. […] La riunificazione può procedere solo dentro ogni lingua, non nello spazio vuoto tra le lingue. […] [La lingua messianica] sarà abissalmente profonda e polifonicamente piena. […] Il suo compimento coinciderà con il compimento della storia, con la fine dei tempi. Dopo aver detto, tra-dotto, tutto il dicibile terminerà. […] Se la punizione che Dio ha inflitto ai babelici è quella di non comprendersi più, nei tempi ultimi sarà adempiuta la promessa della comprensione» (D. Di Cesare, Grammatica dei tempi messianici, AlboVersorio, Milano, 2008, pp. 31-35).

Anche nel cattolicesimo la glossolalia è intesa come possibilità di parlare tante (o tutte) le lingue, non una sola (resta tuttavia il mistero se gli apostoli capissero quello che predicavano alla folla o se pure tale predicazione originasse dalle lingue di fuoco). A tal proposito, è importante sottolineare come tra i tanti tentativi di radicamento, uno dei più riusciti forse fu proprio quello col cattolicesimo: la fortuna vaticana degli esperantisti è riassunta in un pregevole scritto di Carlo Sarandrea (Discernimento dei papi da san Pio X a oggi sul carisma dei Cattolici Esperantisti22 agosto 1996), che approfondisce con dovizia di particolari i rapporti tra l’IKUE, l’Unione Esperantista Cattolica Internazionale (nata nel 1903 con la rivista “Espero Katolika”) e i vari pontefici.

Riprendiamo dal testo qualche aneddoto poco conosciuto: Pio X, che venne introdotto all’idioma da Luigi Giambene (professore di ebraico, soprannominato dallo stesso Papa “Monsignor Esperanto”), oltre a inviare annualmente la sua benedizione a “Espero Katolika”, riconobbe nell’esperanto «un valido mezzo per il mantenimento dell’unità fra i cattolici di tutto il mondo»; per questo gli esperantisti cattolici lo proclamarono “universale patrono celeste” (Universala ĉiela patrono de la katolikaj esperantistoj); Papa Pacelli, quando era ancora cardinale, inviò un attestato di sostegno al primo congresso della “Internazionale cattolica” (denominazione temporanea dell’IKUE, che tornò presto alla sigla originale) e nel 1951 ricevette in dono dal sacerdote belga Alfons Beckers una copia in esperanto de La storia di Cristo del Papini; Paolo VI nell’Udienza generale del 12 agosto 1975 si rivolse ai gruppi con queste parole: «Vedete, hanno la bandiera verde che è il segno della speranza. Sono gli esperantisti», e riconobbe l’esperanto come «congruente con lo spirito ecumenico della nostra epoca»; Giovanni Paolo II fu il primo Papa a parlare  in esperanto in una cerimonia pubblica (a Częstochowa nel 1991 durante la Giornata mondiale della gioventù).

Anche Benedikto la 16-a ha continuato a fare gli auguri natalizi in esperanto e ha dichiarato dottore della Chiesa Ildegarda di Bingen (che, pur non essendo considerata una “patrona” dagli esperantisti cattolici, come riportano erroneamente Wikipedia e decine di siti che l’hanno copiata, rimane da sempre una fonte di ispirazione).

Come ho detto, la liaison col cattolicesimo rappresenta il tentativo più interessante di conciliare le ambizioni universalistiche di Zamenhof con la precarietà della condizione umana: si è trattato di un incontro leale, in cui una parte non ha cercato di influenzare l’altra (quanta differenza, per esempio, con la divinizzazione del Doktoro perpetrato dalla setta giapponese Oomoto). Penso tuttavia che anche questa lasta espero sia ormai passata e che gli esperantisti dovranno ancora «fight for a plot | Whereon the numbers cannot try the cause» (Kaj la pec’, pro kiu ili | Batalas, ne sufiĉas eĉ por doni | Al ili ĉiuj lokon por batalo), anche qualora esso sia rappresentato da una una Repubblica Federale Universale, o qualcosa del genere…

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