Perché l’islamo-femminismo sta diventando pericoloso

Nel corso degli ultimi anni il noto canale qatariota Al Jazeera ha lanciato AJ+, una versione friendly e social che oltre a offrire contenuti più edulcorati e “pop” allarga la platea linguistica, rivolgendosi anche ai musulmani francofoni e ispanofoni.

Un particolare notato da alcune testate francesi è che il canale, specialmente nella sua versione transalpina, ha adottato l’intero armamentario retorico della cultura liberal anglosassone, strizzando l’occhio al radicalismo più demenziale, con servizi in cui una giornalista ci ammonisce che l’acronimo LGBT è riduttivo e sessista, rendendoci edotti sui significati della sigla LGBTQQIP2SAA, in ordine di tempo la più “inclusiva” (almeno fino a qualche settimana fa):

Non è l’esempio più imbarazzante: l’articolo di “Marianne” riporta un minuzioso elenco delle battaglie di Al Jazeera contro la discriminazione nei media, nello sport e nella cultura occidentale, nonché le ardite incursioni tra le paranoie più elitarie dell’establishment contestatario, come la cosiddetta “appropriazione culturale” (ultima trovata dei radical chic d’oltreoceano).

Al contempo, Al Jazeera (pardon, “AJ+”) si premura di fomentare la frustrazione delle masse arabe, affrontando con linguaggio politicamente corretto le questioni più controverse, dall’affaire Tariq Ramadan (ovviamente schierandosi a favore del “guru”, ci mancherebbe!) all’hijab come simbolo di emancipazione femminile.

In questo, il network qatariota non fa altro che strumentalizzare la piega assunta dal femminismo contemporaneo, il quale, desideroso di affratellare donne e musulmani nella categoria di “minoranza repressa”, da una parte moltiplica le manifestazioni contro il “patriarcato” occidentale (o giudeo-cristiano, o liberal-capitalista, fate voi) e dall’altra riduce all’osso le polemiche sull’oppressione della donna sotto l’islam.

Si nota inoltre, in concomitanza col trionfo di Trump, il sorgere di una singolare sinergia militante, che potremmo definire islamo-femminismo (ma non “femminismo islamico”, perché ne rappresenta l’opposto), la quale prospera nello stesso universo parallelo di AJ+, quello in cui l’islam è “la più femminista delle religioni” (sic), il velo una testimonianza di multiculturalismo (addirittura celebrato con apposite canzonette rap) e lo slogan più “emancipato” di tutti diventa, come prevedibile, Allahu Akbar:

Negli Stati Uniti tale “evoluzione” è attestata dall’ascesa dell’attivista musulmana Linda Sarsour alla guida del movimento femminista: forse ne avrete già sentito parlare perché pure la stampa nostrana ha preso a celebrarla come “possibile candidata democratica” per le prossime elezioni (giusto per far arrivare Trump al 100%), nascondendo accuratamente le innumerevoli gaffe collezionate dall’esagitata nella sua breve avventura mediatica.

Il materiale sull’islamo-femminismo è così vasto e delirante che la destra americana ha potuto cogliere fior da fiore: a titolo d’esempio, rimando agli approfondimenti di commentatori arcinoti nel mondo anglosassone, come Paul Joseph Watson, Sargon of Akkad o Peter Lloyd. Chi vuole farsi un’idea del problema, ha quindi parecchi spunti di riflessione: nel mio caso, invece, vorrei concentrarmi più sulle conseguenze che questa sottocultura (minoritaria fino a un certo punto, perché i grandi media la venerano) potrebbe avere sul nostro quieto vivere.

Il motivo per cui uso la formula islamo-femminismo, piuttosto che rifarmi a diciture classiche (come islamo-gauchisme), è per non creare equivoci sulla diversa natura dei due fenomeni, per lo stesso criterio con cui potremmo distinguere il “cattocomunismo” di Moro da quello di Bertinotti (che in effetti dovrebbero essere identificati con distinte definizioni). Per certi versi, non potremmo neppure definire “islamo-gauchismo” la degenerazione odierna dei movimenti antagonisti, registrata dallo stesso “manifesto dell’Isis” (Black Flags from Rome) nel momento in cui invita ad approfittare degli “utili idioti” di estrema sinistra. In realtà questa corrente, più che avere contiguità col terrorismo, ha molto più a che fare con il quadro “fricchettone” delineato dal sociologo Stefano Allievi:

«A fine anni ’70 e ’80, si convertivano all’Islam radicale esponenti di estrema destra o estrema sinistra. Chi veniva da Ordine nuovo o Avanguardia nazionale trovava nella guerra santa dei valori sacri, alti, puri, di comunità, da cavalieri templari, benché mori: come il culto della gerarchia e della disciplina; e poi rifondavano il loro anti-ebraismo. Chi veniva da Lotta continua o Proletari in divisa, o andava in Marocco in cerca di fumo, poteva venire affascinato dall’idea di egualitarismo, di solidarietà comunitaria, di interclassismo multi-razziale, di internazionalismo; e poi riciclava l’odio per l’Occidente e gli Stati Uniti. Come vede, l’offerta dell’Islam è molto ampia».

È importante aver evocato l’estrema destra, perché è un segreto di Pulcinella che molti militanti di quell’area nutrano la convinzione che, nonostante l’islam al momento trovi spazio nella vita pubblica grazie alla dittatura del politicamente corretto, sulla lunga distanza esso si rivelerà una forza indispensabile per riportare la società sui “binari giusti”. Questa è del resto, in estrema sintesi, la trama del celebre romanzo di Michel Houellebecq Sottomissione, nel quale è descritta una Francia dove i “buonisti” permettono al culto maomettano di dilagare in nome del multiculturalismo, ma poi appunto si ritrovano in una nuova società teocratica e patriarcale.

Sono convinto che anche alcuni dei miei lettori condividano una medesima opinione sul tema: “lasciamo pure che la gauche caviar faccia da quinta colonna dell’islamizzazione, tanto sulla lunga distanza vinceremo noi” (inteso come i “cattivi”, cioè gli omofobi, i misogini, gli anti-moderni). Certo, il percorso, per quanto contorto, visto dall’alto sembra addirittura lineare: ma a un’analisi più attenta si rivela solo una pia illusione (è proprio il caso di dirlo).

In primis perché si è appena osservato come anche l’islam più conservatore sia assolutamente disposto a derogare a qualsiasi principio pur di conquistarsi una fetta di potere: il Qatar che ci spiega cosa vuol dire LGBTQQIP2SAA (ma poi prevede da uno ai tre anni di galera a ogni lettera “praticata” dagli stranieri, e direttamente la pena di morte per i suoi sudditi), è un ottimo esempio; tuttavia la stessa dinamica si ripete anche nell’interazione tra comunità islamiche e politica locale. Quando mai si è sentito un imam, un portavoce o un fedele esprimere idee “di destra”‘? I loro discorsi sono incentrati esclusivamente sul rispetto, il multiculturalismo e l’integrazione. Ed è troppo ottimistico credere che si tratti di pura e semplice taqiyya, perché “il potere logora chi non ce l’ha” e a furia di ripetere ogni giorno la stessa filastrocca alla lunga se ne perde il senso: in parole povere, l’islam italiano ed europeo, lungi dal rappresentare una “via d’uscita” dal nichilismo occidentale, non è che un suo momento interno, un’ulteriore tappa nell’instaurazione del “totalitarismo della dissoluzione”.

Il timore, alla fine, è che la gerarchia tra “forma” e “sostanza”, che attualmente si configura in Al Jazeera come la possibilità di fare proselitismo per la forma più conservatrice di islam utilizzando il gergo di una docente transgender di Berkeley, si capovolga in uno scenario da incubo, dove la “forma” dell’islam viene usata per propagandare la “sostanza” dell’intersezionalità e dell’anti-omotransfobia. Insomma, un femminismo post-moderno in forma di sharia. E ciò mi pare un argomento forte per opporsi alla moschea di quartiere: abbiamo già la sede del PD, il circolo di cultura gay, lo spazio femminile intitolato a Valerie Solanas e la mensa vegana per i poveri… non ci servono altri “dissolutori”!

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