La Catalogna e il “patto civile europeo”

Mi ha colpito la risposta di un giornalista del “Mundo”, Arcadi Espada, a un’intervista al “Corriere” riguardo la questione catalana (Prevale lo Stato. Rajoy dà lezione di buon senso democratico, 22 ottobre 2017):

«Non sono nazionalista, per nulla. Per arrivare all’ordine europeo nel quale viviamo ci sono voluti 80 milioni di morti. L’Europa nasce come raggruppamento di cittadini che sanno vivere ciascuno con la propria lingua, estetica, cultura, la rottura del patto civile europeo che si prospetta in Catalogna è drammatica».

Quando gli spagnoli si improvvisano europeisti, la loro retorica può diventare sconfortante: ricordo delle sparate altrettanto ridicole da parte di Javier Cercas, sempre sul “Corriere” (una garanzia). Anch’io al principio ero partito lancia in resta in favore della “democrazia costituzionale”: tuttavia il repentino avvicendarsi degli eventi mi ha fatto tornare sulle mie posizioni nel momento in cui mi sono reso conto che Madrid non è intervenuta in nome della costituzione formale (spagnola), ma di quella materiale (“europea”), cioè sostanzialmente in quanto colonia economica tedesca.

Il paradosso è evidente, e stride: come si può difendere l’integrità di una nazione in nome di un’ideologia che predica la distruzione delle nazioni, per sostituirle con una meta-nazione, trans-nazione, post-nazione e altre amenità? (Solo nella forma, è chiaro: perché come appena detto, nella sostanza è il Paese egemone a dettare la linea). Voglio dire: abbiamo passato decenni a sostenere che i confini non contano, dunque perché i catalani devono ancora “passare dalla Spagna” per essere europei? Non sto discutendo sulla bontà di tali propositi, ma solo evidenziando le contraddizioni generate dalla logorante jerga europeista.

Per giunta, durante tutta questa vicenda, Rajoy ha commesso numerosi errori di natura tattica e strategica: in primo luogo, passando alle “maniere forti” (seppur blande) nonostante il referendum fosse già stato dichiarato incostituzionale (delle due l’una: se devi picchiare le vecchiette che vanno a votare, allora continui a considerarlo in qualche modo “legale”); poi, soprattutto, barattando l’unità della nazione per un briciolo di “stabilità”. Cosa si credeva Rajoy, che l’Europa fosse un win-win game?

Del resto ognuno ha le sue illusioni: c’è chi si era convinto che l’unione tra popolari e socialisti in nome della costituzione rappresentasse un passo avanti (cioè “indietro”, per alcuni) rispetto allo sciatto europeismo di questi anni: invece anche a Madrid si è continuato a invocare l’ormai insopportabile “Più Europa” (unica voce fuori dal coro, quella del portavoce dei popolari Alejandro Fernández, che al parlamento catalano ha fatto un grande discorso invocando Más España…).

E allora, lasciatemelo dire: Vulgus vult decipi, ergo decipiatur (in catalano: “Al món li agrada ser enganyat, per això serà enganyat”). A questo punto vincano gli opportunisti, quelli in grado di spararla più grossa di tutti. I catalani peraltro non sembrano così ingenui come ce li hanno venduti: anche dai discorsi sentiti oggi, appare evidente che lo scopo degli indipendentisti non sia quello di aggiungere una stellina in più nella magnifica e progressiva costruzione europea. Per gli intellettuali catalani che si rifanno al centro-destra secessionista o all’estrema sinistra del CUP, “Europa” a questo punto significa solo austerità, egoismo e demofobia. Nei dibattiti che ho potuto ascoltare su TV3, tornava di continuo il problema dell’Unione (“istituzione irriformabile”, “giogo neoliberista”) come ostacolo insormontabile alla solidarietà tra i cittadini del Vecchio Continente.

A questo punto viene il dubbio che la ragione non stia affatto dalla parte del governo “eurocentrico” (lato sensu). Dato che sono un sentimentale, devo confessare che è stato soprattutto un particolare “romantico” (in senso politico!) a colpirmi: l’intesa ideale tra un navigato maneggione come Carles Puigdemont e la squatter d’alto bordo Anna Gabriel Sabaté. Le immagini che li ritraggono assieme assomigliano a dei fotogrammi di Breezy, il film di Clint Eastwood in cui un agente immobiliare si innamora di una hippie (in effetti questa singolare alleanza è stata a lungo oggetto di scherno tra gli stessi catalani):

A parte gli scherzi, la questione è eminentemente politica. Dovremmo infatti domandarci cosa può tenere assieme due persone diversissime tra loro, al di là delle simpatie personali (che spesso sono appunto l’eccezione che conferma la regola): ripeto, stiamo parlando di uno che si veste e si pettina come un agente immobiliare (vedi sopra) e di una che a quarantanni si concia ancora come una zekka sedicenne. Qual è quella cosa così potente in grado di unire individui del genere (a parte l’attrazione sessuale, che in tal caso penso vada esclusa per entrambe le parti)? Semplice: l’idea di patria, di una causa in comune, di un interesse generale superiore a quello particolare. Tra costoro mi pare quasi di riscontrare l’ineffabile comunione di spirito che sussistette tra operai, punk e suore ai tempi di Solidarność (per fare l’esempio più innocuo che mi viene in mente).

L’Europa non è riuscita a creare nulla di tutto ciò: non abbiamo né una lingua comune, né qualche canzone per ricordarci che siamo un unico popolo (perché in effetti non lo siamo). Al contrario, i catalani hanno i loro inni e loro bandiere. Perciò, comunque vada, dedico a loro L’Estaca, la famosissima ballata di Lluís Llach che risuona ancora per le ramblas più forte che mai.

L’avi Siset em parlava
[Il vecchio Siset mi raccontava]

de bon matí al portal
[di buon mattino davanti al portone]

mentre el sol esperàvem
[mentre aspettavamo il sole]

i els carros vèiem passar.
[e guardavamo i carri passare]

Siset, que no veus l’estaca
[Siset non vedi il palo]

on estem tots lligats?
[a cui siamo tutti legati?]

Si no podem desfer-nos-en
[Se non riusciamo a liberarcene]

mai no podrem caminar!
[non potremo mai camminare!]

Si estirem tots, ella caurà
[Se tiriamo tutti assieme, cadrà]

i molt de temps no pot durar,
[non può resistere a lungo,]

segur que tomba, tomba, tomba
[sicuro che cade, cade, cade,]

ben corcada deu ser ja.
[deve esser già ben tarlato.]

Si tu l’estires fort per aquí
[Se tu lo tiri forte di qua,]

i jo l’estiro fort per allà,
[e io lo tiro forte di là,]

segur que tomba, tomba, tomba,
[sicuro che cade, cade, cade,]

i ens podrem alliberar.
[e potremo liberarci.]

Però, Siset, fa molt temps ja,
[Però, Siset, è già passato del tempo,]

les mans se’m van escorxant,
[le mie mani si stanno spellando,]

i quan la força se me’n va
[e quando le forze mi abbandonano]

ella és més ampla i més gran.
[il palo è sempre più alto e grande.]

Ben cert sé que està podrida
[Certo, lo so che è marcio]

però és que, Siset, costa tant,
[però, Siset, è così faticiso]

que a cops la força m’oblida.
[che a tratti mi manca la forza.]

Torna’m a dir el teu cant:
[Cantami ancora la tua canzone:]

Si estirem tots, ella caurà…
[Se tiriamo tutti assieme, cadrà…]

L’avi Siset ja no diu res,
[Il vecchio Siset ora non parla più,]

mal vent que se l’emportà,
[il mal vento se l’è portato via,]

ell qui sap cap a quin indret
[solo lui sa dove è finito,]

i jo a sota el portal.
[e io sempre qui sotto al portone.]

I mentre passen els nous vailets
[E quando passano i nostri giovani]

estiro el coll per cantar
[allungo il collo per cantare]

el darrer cant d’en Siset,
[l’ultimo canto di Siset,]

el darrer que em va ensenyar.
[l’ultimo che mi ha insegnato.]

Si estirem tots, ella caurà…
[Se tiriamo tutti assieme, cadrà…]

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