La Turchia non entrerà in Europa perché sarà l’Europa a entrare in Turchia

In queste ore tra Ankara e Bruxelles si consuma il noiosissimo incidente del “divano”: i diplomatici europei si sarebbero indignati per il fatto che, nell’incontro con Erdoğan e il ministro degli esteri turco Çavuşoğlu, alla presidentessa della Commissione Europea Ursula von der Leyen non sarebbe stata riservata una sedia come al suo “collega” maschio, Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo. Per chi volesse saperne di più su questa ridicola faccenda, invito a leggere la ricostruzione di Giuseppe Mancini su “La Luce”:

“Fonti diplomatiche turche hanno dato a La Luce alcuni elementi in più. Il primo, è che il presidente del Consiglio viene considerato come rappresentante dell’Ue a livello di rapporti con capi di Stato […]. Il secondo, è che quella delle due sedie e dei due divanetti è la configurazione standard della sala: Erdoğan e a fianco il suo omologo, poi personalità di rango inferiore l’una di fronte all’altra. […] Il terzo, è che se lo staff di Michel lo ha accompagnato ad Ankara, quello della von der Leyen è rimasto a Bruxelles: i primi hanno potuto dialogare coi colleghi turchi e prendere accordi dettagliati (l’ex premier belga è sembrato andare spedito verso una collocazione già conosciuta), i secondi sono rimasti all’oscuro di tutto”.

Notiamo solo che, per ironia della sorte, divan è una parola di origine turca che indicava il consiglio dei ministri nell’Impero Ottomano, dunque paradossalmente chi siede su un divano da quelle parti avrebbe più potere di chi sedie su una sedia (mentre per il colonnello Gheddafi il vero etimo di “democrazia” era “il popolo sulle sedie”, dunque la questione è controversa).

Per il resto, la polemica sul “machismo turco” è stata montata ad arte per denunciare l’abbandono di Ankara della famigerata “Convenzione di Istanbul”, un trattato firmato incautamente una decina di anni fa da Erdoğan per compiacere le “crociate arcobaleno” di Obama e dal quale si è sfilato per dare un nuovo segnale a Washington; ne abbiamo parlato di sfuggita in questo post:

Solidarietà ai camerati di Forza Nuova sgominati dalle gattare filocurde

Naturalmente alle gattare che presidiano le principali istituzioni europee (dalla politica ai media) sfugge ogni prospettiva geopolitica sulla questione: l’Unione Europea, d’altro canto, non ha né una geopolitica né tanto meno una politica, dunque non può che frignare e battere i piedini con le sue von der Leyen e i suoi Enrichi Letta.

La Turchia, al contrario, ha una politica ben precisa che si può riassumere in una sola frase: diventare una superpotenza. È un compito che si è data dopo il crollo dell’ordine diviso in blocchi e la ricomparsa di orizzonti sepolti dalla storia: il XXI secolo come il “secolo dei turchi”, l’utopia di un’enorme spazio imperiale Adriyatik’ten Çin Seddi’ne kadar (“dall’Adriatico alla Grande Muraglia”).

Qualsiasi mossa a livello internazionale -e interno- è dettata da tale obiettivo: anche il dialogo con l’Unione Europea, che viene periodicamente ricalibrato in base alle nuove tattiche adottate da Ankara. La strategia, però, rimane unica: tornare a essere il centro del mondo.

Abbiamo già visto come le prospettive di Erdoğan sul cosiddetto “intersezionalismo bellico” (bombardare nazioni ostili con la scusa della protezione delle minoranze) siano cambiate radicalmente, nonostante la continuità di intenti tra Obama e Biden: non solo con l’abbandono della tanto delirante quanto inutile (come qualsiasi cosa promossa dall’UE) “convenzione”, ma anche, per esempio, nel nuovo approccio all’annosa “questione uigura”.

Washington infatti sta ora premendo come non mai per poter continuare la guerra commerciale con Pechino non più attraverso i dazi, ma appunto con l’alibi della “difesa delle minoranze perseguitate”: se con le nazioni arabe ostili vale l’omofobia o la misoginia, con la Cina invece si porta meglio la lotta contro l’islamofobia (cioè la difesa di quegli islamici che ad altre latitudini sono appunto “omofobi e misogini”).

Per la Turchia sarebbe un’occasione d’oro per proclamare la “guerra santa” (cihat) per la liberazione del Turkestan Orientale dal feroce giogo cinese. Invece, proprio a dimostrazione che ogni questione viene affrontata in base all’obiettivo finale e non alle impressioni del momento, Ankara si sta muovendo nella maniera più delicata e giudiziosa possibile.

Se infatti ancora nel 2009 il leader turco definiva la repressione cinese degli uiguri un “genocidio”, già a partire dal 2014 le possibilità degli appartenenti al popolo di etnia turca di ottenere l’asilo nel Paese (una consuetudine lunga mezzo secolo) si riducevano sempre di più, fino ad arrivare al clamoroso “strappo” rappresentato dall’affaire Zinnetgul Tursun, dissidente che nel 2019 venne considerata migrante illegale e rimpatriata in Cina con i due figli piccoli.

Da quel momento in poi, gli arresti e le deportazioni degli uiguri si sono moltiplicate, complice anche il consolidamento della posizione di forza del gigante asiatico sull’onda della crisi pandemica. Le proteste uigure seguite alla ratifica del trattato di estradizione tra Ankara e Pechino sono state silenziato dal ministro degli Interni turco in persona, Süleyman Soylu, che non ha avuto alcuna remora dall’ammonire i manifestanti di evitare di lasciarsi coinvolgere in un “conflitto internazionale pianificato oltreoceano”.

Fin troppo chiaro il riferimento al cambio di potere a Washington, che sconta l’avanzata sempre più decisa dell’espansionismo cinese in quelli che fino a poco tempo fa poteva considerare propri “cortili di casa”. Durante gli anni di Trump, giusto per ricordare, la Banca Popolare Cinese ha donato un miliardo di dollari ad Ankara per stabilizzare l’economia e nell’anno del covid la Cina è diventata il più grande importatore della Turchia.

Erdoğan ha inoltre deciso di affiancarsi Doğu Perinçek, storico leader del Vatan Partisi (partito laico di sinistra), che sta svolgendo una notevole attività propagandistica a favore dell’amicizia turco-cinese mascherandola coi toni dell’anti-imperialismo e dell’antiamericanismo (addirittura giungendo a paragonare gli uiguri ai curdi del PKK).

Tutto ciò per dire che la Turchia cambia appunto periodicamente approccio pur avendo di mira un unico obiettivo. Possiamo definirlo machiavellismo, opportunismo o semplice cinismo, ma sarebbe un errore negare una qualche finezza politica alle mosse Erdoğan: lo stesso uomo che, a metà degli anni ’90, da sindaco di Istanbul cavalcava lo “scontro delle civiltà” nei Balcani, oggi  al vertice del potere comprende che quel tipo di retorica ha fatto il suo tempo e accetta gli obblighi geopolitici del suo Paese, al di là dell’incudine dell’umanitarismo e del martello dell’etnocentrismo.

Qualcun altro, nella sua stessa posizione, avrebbe probabilmente perso la testa: per esempio, un leader europeo a caso (se ce ne sono), che non è capace nemmeno un giorno di non cedere all’isterismo e alla ridicolaggine. Segno che di questo passo non sarà più la Turchia a chiedere di entrare nell’Unione Europea, ma viceversa.

Un commento su “La Turchia non entrerà in Europa perché sarà l’Europa a entrare in Turchia

  1. La Turchia è riuscita nel capolavoro di essere “a Dio spiacente e agli inimici sui”. Adesso che l’Italia ha trovato un accordo di spartizione della Libia con la Francia, i tagliagole musulmani di Erdogan non servono più per puntellare Serraj e il turco ha perso l’unico “amico” che gli era rimasto, dopo esser finito nel mirino (letteralmente, visto che ha cercato di ammazzarlo) di Obama (e ora del suo ram-pollo Biden) e aver sviluppato pessimi rapporti con Francia, Cina e Russia. Le manie di grandezza turche, prive di vera forza militare (cosa può fare la Turchia in Libia ora che la Marina Italiana – con la portaerei Cavour finalmente in piena operatività – non la protegge più?), stanno per finire ignominiosamente. Come meritavano.

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